
Il cane da caccia
«Un cacciatore, un tal Uccio detto “lu Scialla”, armato di pazienza e di speranze, come ogni mattina uscì per andare a caccia e guadagnarsi la giornata. L’aveva fatta bene la spiega al suo cane, quel cane sornione e, in apparenza, disciplinato, che secondo la migliore tradizione, accompagna il cacciatore, nella buona e cattiva sorte: “Devi correre quando te lo dico io, agguantare la preda e portarmela”. Nulla di difficile per un cane da caccia, si direbbe…
E così fucile in spalle, lu Scialla si avviò in campagna, pedissequamente seguito dal fido cane. Ma ahimè, i cani, come le persone, si vedono nel momento del bisogno e lu Scialla, in questo, non era fortunato; sebbene egli colpisse il bersaglio e la preda, colpita, cadesse tramortita al suolo, quando toccava al cane lanciarsi al recupero del bottino, questi dava puntualmente forfait. Eh sì, il cane aveva altro da fare: una volta il bisognino ai piedi di un albero, un’altra volta una sosta all’ombra, una volta ancora l’inseguimento di una lucertola, e così per tutta la giornata.
Alla fine lu Scialla si rassegnò a recuperare da sé la cacciagione, lasciando che la pigrizia consumasse beatamente il suo cane, perché l’indole, si sa, è difficile da cambiare.»
Che ne fu del cane dopo tanta delusione, se sia stato, per così dire, licenziato, non è dato sapersi, e d’altronde la morale di questo raccontino è un’altra; se avrete pazienza di leggere le poche righe che seguono, sarà tutto più chiaro.
I cunti, come la storia de lu Scialla, fanno parte della cultura popolare, si tramandano di generazione in generazione, e talvolta diventano parte integrante del nostro linguaggio quotidiano, perché riescono – all’interno della comunità che li conosce – a “illuminare” una descrizione, a rendere immediatamente l’idea, il concetto, senza sprecare troppe parole, ma attraverso pennellate di esperienza.
Tuttavia, non è raro che il racconto si perda nel tempo, l’oralità sulla quale si basa la sua trasmissione talvolta si interrompe, rendendo poi incomprensibili anche i detti cui hanno dato i natali.
E’ bene, quindi, ogni tanto, rinfrescare le idee su espressioni colorite, che riescono a descrivere oggetti e persone in una sorta di coup d’oeuil. Per esempio, come rappresentare simbolicamente una persona che si sottrae alle sue responsabilità nel momento del bisogno, senza ricorrere al purismo della lingua italiana?
Riallacciandoci a questo raccontino e senza coinvolgimento emotivo nelle vicende dello sventurato cacciatore, che restano così sul fondo e un po’ dimenticate, diremmo “lu cane dellu Scialla”: esso è il ritratto di una persona, che quando serve, o semplicemente quando è chiamata a compiere il suo dovere, ha altro da fare, diventando inaffidabile e priva di utilità per alcuno.
Non so dire se lu Scialla sia una persona realmente esistita, o sia solo un riuscito artefatto della fantasia popolare, che nel tempo ha acquistato una sua vita, una propria materialità, ma il “cane dellu Scialla” è, volendo rubare un po’ dalla fantasia dantesca, una figura retorica che delinea un personaggio assai comune, più abituale di quanto si possa sperare di incontrare.
