Si nu’ chiangimorti!
E’ questa l’espressione tipica nel Salento che si usa, riprendendo la figura di quelle donne luttuose e urlanti che si vedevano sino al secolo scorso durante i funerali, quando si vuole indicare una persona particolarmente lagnosa. Queste chiangimorti o prefiche, quando qualcuno moriva, erano chiamate nella casa del defunto per piangerlo e sedevano di fronte alla bara e al fianco dei parenti. Generalmente si trattava di una coppia che era pagata per il servizio svolto e perciò, non raramente, malgrado dimostrassero tanto dolore per la perdita del caro estinto, il più delle volte lo conoscevano a malapena.
La figura della prefica (lat. praefica = piangere davanti) può apparire, alla luce della cultura contemporanea, alquanto bizzarra e frutto dell’ignoranza mentre, guardandola storicamente, si trova la sua presenza già in età classica (V-IV sec. a.C.) quando queste donne, con i capelli sciolti cantando lamenti funebri e lodi al morto, procedevano, assieme ai portatori di fiaccola, avanti al feretro nei cortei. Anche nella Bibbia, nel Libro dei Re, si parla di canti funebri come quello di Geremia per la morte del re Gioisia, o nell’Iliade quando Omero parla dei singhiozzi di Briseide sull’ucciso Patroclo e per questo, sarebbe quanto mai errato parlare delle prefiche solo come elemento del folklore meridionale. Nel Salento le “chiangimorti” erano molto diffuse e in particolare nella Grecìa salentina quale testimonianza di quel mondo greco che tanto donò a questa Terra. Il noto studioso dell’800 Luigi Maggiulli di Muro Leccese, impressionato sia dal gran valore folkloristico di questa figura e sia dalla grande espressività della tragedia che le prefiche mettevano in scena durante le veglie funebri, ne fece una descrizione “dal vero” e oggi, la sua lettura, ben fa intendere “l’alta qualità della disperazione” offerta in questo “servizio funebre”. Egli scrive:
«Qualche tempo fa, testimone ne fui in morte d’una donna che desolatissimo lasciava il marito. Due di queste prefiche dolenti nel volto e col capo chino, entravano nella stanza mortuaria e, viste giacer sulla bara la defunta, levarono un acutissimo grido. Una di loro piangendo il desolato marito con ritmica desinenza lodava la trapassata, rassomigliando l’accaduto all’urlo d’un furioso uragano che nei suoi trabalzi, piombando su d’una quercia, divelle, stritola e scompagna una cima dal tronco. L’altra, di risposta, dolorosamente con un compianto crudelissimo pregava la defunta a salutargli il marito già trapassato, rammentando i giorni trascorsi nell’allegrezza e nel tripudio, richiamando alla mente i pargoletti orfani figliuoli. Al nome di questi un urlo acutissimo e delle strida assordanti mandavan le donne qui congregate ed altre si abbandonavano sulla bara, altre si strisciavano ginocchioni per terra e altre si dischi amavano, finché, tutte piangenti, arruffate, livide e dolorose, colle mani conserte al seno contemplavano e guardando fisso il cadavere sul cataletto, esclamavano ad intervalli: Ahi! Ahi! Ahi!»(1).
(1) Il testo è stato da me adattato per una maggiore leggibilità.




Grazie Vincenzo per questo interessante contributo. Taluni aspetti di questo antico costume mi erano fino ad ora sconosciuti.
Grazie a te Marco Amedeo, per l’attenzione che hai posto al mio scritto. Un abbraccio. V.
Davvero un bel contributo, Vincenzo. Grazie! A tratti ho ricordato vecchie scene e ho sorriso di cuore. Nella stragrande maggioranza dei casi, oggi, i momenti del trapasso di un congiunto, quelli della veglia funebre e del funerale sono vissuti dai parenti con compostezza. Quand’ero piccolo seminarista, ai tempi del seminario minore, ricordo numerose scene da commedia. Soprattutto donne anziane che cantavano, gesticolando con concitazione, i loro lamenti funebri. Una volta, una vicina di casa dell’estinto, all’ingresso in casa della croce astile con il clero, gridò a squarciagola: “E’ trasuuuuuta!” (“E’ entrata!”) e perfino i figli del defunto scoppiarono in una grossa risata, associando l’espressione a un tipico doppiosenso salentino. Una mia prozia davvero teatrante, alla morte del consorte, ripetè per due giorni interi lo stesso disco, urlando a cantilena: “Cce focu s’ha ddumatu a casa mia! Nu focu senza glione!” (“Che fuoco si è acceso nella mia casa! Un fuoco senza legna!”). Perciò, prima di entrare nella casa di un defunto per l’accompagnamento del feretro in chiesa, il prete di turno faceva mille raccomandazioni a noi impertinenti “papiceddhi” (“seminaristi”) per trattenere o addirittura evitare di scatenare le risate, specie nei casi più prevedibili. Un saluto simpatico e grato!
Caro don Ciccio, sei tu che mi hai fatto morire dal ridere con i tuoi aneddoti. Quel doppio senso quando arrivò la Croce è eccezionale! … Io se mi fossi trovato sarei morto!!!
Grazie a te don Ciccio per l’arricchimento “contemporaneo” che hai dato al racconto del Maggiulli.
Un abbraccio fraterno. V.
P.S. mi fai morire!!!
Da qui il proverbio: “Non c’è sposa senza chiantu, non c’è mortu senza risu!”. Ha ha ha!
Queste storie le ho sentite raccontare dalla mia mamma, sono autentiche e vi dirò di più : in occasione di un pianto fatto in casa di certi parenti le donne piangenti alla fine del loro operato bisbigliarono ad altre donne presenti chiedendo loro “” agghie chiangiut bbuene “” al che mia madre si stupì e comprese che non appartenevano alla famglia della bimba defunta.
Ciao Chicca,
queste donne erano delle vere e proprie professioniste del pianto. Sarebbe interessante conoscere il testo dei loro pianti perchè, a quanto pare, era un “registro” ben conosciuto.
Saluti. V.
interessante per me che vorrei scrivere sulle usanze funebri in campania e nel Salento. su fridericiana.it, ebook c’è il mio libro “La nascita” usi e riti in Campania e nel Salento. Si può scaricare gratis.
Grazie Tullia,
andrò subito a scaricare il testo!
Gentilmente ci inserisci il link preciso?
Saluti
V.D.