Concludiamo la biografia di Giuseppe Ceva Grimaldi, iniziata la scorsa settimana con una sintesi della sua vita, soffermandoci ora sulla personalità di questo importante governatore di Terra d’Otranto, noto per i suoi diari di viaggio nel Salento e per aver contribuito alla cultura di questa terra (n.d.r.).
di Luciana Ceva Grimaldi Fares
Giuseppe Ceva Grimaldi, marchese di Pietracatella
Un governatore in Terra d’ Otranto
Figura di prestigio sia sotto il profilo politico-amministrativo che quello intellettuale fu intelligente interprete della cultura ufficiale napoletana ambiguamente sospesa tra passato e presente.
Ebbe una visione paternalistica del potere politico per lui acquisito per intervento divino e tenuto ad impegnarsi per il soddisfacimento dei bisogni dei sudditi. Uomo di cultura più che di potere aveva ben poco in comune con la classe politica dell’epoca cinica e corrotta che non poteva accettare il cauto, ma manifesto riformismo che gli procurò le simpatie della popolazione.
Per ragioni oggettive aggravate dalla presenza di una classe dirigente che mirava solo al reintegro dei privilegi feudali, il suo governo nonostante gli sforzi e l’impegno profusi non fu molto diverso dai precedenti. Grazie però alle diverse esperienze nel campo della pubblica amministrazione, si rese conto delle condizioni in cui versava buona parte del regno e quando ebbe incarichi politici di rilievo cercò di dare vita a un’attenta politica di interventi a favore delle classi povere.
Anche nel campo religioso manifestò la sua concretezza mostrando, ad esempio, ammirazione per l’umile parroco di campagna che imponeva ai suoi fedeli come penitenza di piantare alberi da frutta, sicché in breve tempo “la provincia fu lieta di squisitissima frutta”. Uguale ammirazione aveva per il semplice e poco gratificante lavoro del medico di campagna in contrapposizione a quello più gratificante, ma meno significativo del medico di città.
Legittimista fermo ma illuminato, a Ferdinando II che per burla lo aveva chiamato tribuno della plebe rispose che “nei governi rappresentativi il Ministero difende la Corona nel Parlamento mentre nei governi assoluti rappresenta il popolo davanti al trono”.
Molto scrupoloso nell’adempimento delle sue mansioni, quando era Ministro degli Interni spesso visitava carceri, ospedali, orfanotrofi a volte anche di notte e senza alcun preavviso. In proposito va ricordato un episodio significativo. Una volta, mentre si recava a visitare l’Orfanotrofio dell’Annunciata, fu avvicinato da un prete che gli chiese se vi avesse visto la stanza dei condannati a morte. Alla risposta ironica che stava andando alla casa dei trovatelli e non in Castel Capuano, il religioso svelò l’esistenza di un locale dove venivano rinchiusi i neonati affetti da infezione alle labbra o all’interno della bocca. Per timore di contagio non venivano allattati, ma nutriti con qualche cucchiaio di latte di capra e perciò condannati a lenta morte. Il marchese arrivato all’orfanotrofio subito si fece indicare la stanza incriminata, dove trovò cinque neonati piagati ed affamati. Profondamente sdegnato ordinò che venissero immediatamente soccorsi e nutriti e fece rimuovere e sostituire quanti si erano macchiati di un simile delitto.
Durante la questione degli zolfi siciliani mostrò tutta la coerenza della sua indole. Nel 1838 il governo napoletano aveva concesso ad una compagnia francese il monopolio del commercio dello zolfo suscitando le ire dei negozianti inglesi. L’Inghilterra allora chiese l’annullamento del contratto e non avendolo ottenuto per vie diplomatiche, nell’aprile del 1840 catturò alcune navi mercantili napoletane. Egli dapprima favorevole ad un accordo, di fronte all’atteggiamento prevaricatore degli Inglesi consigliò al re di non cedere alla prepotenza dell’intervento armato.
Intransigente si mostrò anche nel 1844 in occasione dell’arresto dei fratelli Bandiera per i quali sostenne la necessità della pena di morte. In realtà consapevole del malcontento esistente nel regno aggravato dalla carestia del 1843-44 temeva lo scoppio di una rivoluzione e perciò propugnava una politica di prevenzione e repressione.
Anche se non intendeva favorire mutamenti politici e sociali richiedeva però zelo e competenza nei funzionari statali, poiché riteneva che solo una corretta gestione della cosa pubblica avrebbe potuto salvare la monarchia che non doveva essere eliminata come istituzione. Andava invece reso più operoso e preparato l’apparato politico ed amministrativo, in modo che l’opinione pubblica tornasse ad avere fiducia nel regime. Così nel campo della pubblica istruzione, che allora dipendeva dal Ministero degli Interni, fece assegnare la cattedra di filosofia al barone Pasquale Galluppi, di diritto e procedura penale a Nicola Nicolini, di medicina pratica a Vincenzo Lanza, di fisiologia a Gaetano Lucarelli, tutti studiosi noti per serietà e competenza. Riteneva infatti che le cattedre andassero assegnate non per concorso ma per pubblicazioni e meriti riconosciuti.
Anche se non si può essere pienamente d’accordo col De Sivo che lo definì “liberale” (P.De Sivo , Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, Roma,Viterbo Verona,1863 ,vol. 4) e col Trinchera che affermò “…il marchese di Pietracatella ebbe convinzioni politiche in nulla conformi all’indole dei tempi” (F. Trinchera, Degli archivi napoletani . Relazione a S.E. il Ministro della Pubblica Istruzione, Napoli, Stamperia del Fibreno, 1872 p.204) è innegabile che in molti atti di governo si dissociò dalla politica del momento. Così nel 1845 intervenne perché al Salvagnoli rifugiato politico in Toscana fosse permesso partecipare al Congresso degli Scienziati, partecipazione vietata dal Ministro di polizia. A tal proposito nella Prolusione all’apertura del Congresso che si tenne il 20 settembre, Carlo Bonaparte principe di Canino disse: “… rechiamo a gloria altresì che abbia voluto appartenere alla nostra sezione il Ceva Grimaldi, onore delle lettere e della morale filosofia; quegli che il suo potere spende volentieroso a dignità del Congresso nella protezione dei Congregati” (Atti della VII adunanza degli scienziati italiani tenuta in Napoli nel settembre e ottobre del 1845, Napoli, Fibreno, 1846 vol. I, p. 675).
Il Settembrini lo definì “Uomo di mani nette….storto e gesuitico, d’indole fiera, amico della tirannide più che del tiranno” (L. Settembrini, Una protesta del popolo del regno delle Due Sicilie, Napoli, Morano Editore, p.18) volendo metterne in evidenza lo spirito teorico che mal si adattava alla realtà dei tiranni.
Nelle sue memorie il Church, pur criticando la sua riluttanza ad agire contro i Calderari, una setta reazionaria e legittimista, lo definì “uomo di ottimo cuore” ( R. Church, Brigantaggio e società segrete (1817-1828 ), Dai ricordi del generale R.Church, introduzione di Gianni Custodero, Lecce, Capone/Edizioni del Grifo, 2005, p.52).
Il duca di Montebello, ambasciatore francese a Napoli in un rapporto al Guizot così si espresse nei suoi confronti “…integro in un paese dove tale virtù è così rara… ha abitualmente esplicato la sua posizione di Presidente del Consiglio per tenersi in una sfera superiore a quella dei suoi colleghi, per restare estraneo ai loro intrighi” (M.H.Weil, Le condizioni del Regno di Napoli nell’autunno del 1843 e dopo la fucilazione dei fratelli Bandiera in “Archivio storico per le province napoletane” XLVII, 1922 pp.365, 388).
Legittimista convinto, anche quando si ritirò a vita privata non venne mai meno alle sue antiche convinzioni. Infatti come Presidente dell’Accademia delle Scienze non volle firmare la richiesta di abrogazione della Costituzione, convinto che non fosse degno di un sovrano il ritiro di una concessione liberamente fatta.
Dotato di grande cultura fu amico dei principali intellettuali dell’epoca: Monsignor Rosini, il conte di Camaldoli, il barone Daniele Winspeare, lo scienziato brindisino Teodoro Monticelli che gli dedicò “Difesa della città e del porto di Brindisi”, l’archeologo Giulio Minervini, il filosofo Bernardo Quaranta, Melchiorre Delfico col quale ebbe una fitta corrispondenza, i ministri Zurlo e Luigi de’ Medici.
Antonio Ranieri nell’elogio della sorella Paolina gli espresse la sua riconoscenza: “Non tacerò che l’amore per le lettere del Presidente dei Ministri, Marchese di Pietracatella, ci salvò non una volta” (A. Ranieri, Paolina, Napoli, Tipografia Trani, 1883 pp.7-8).
In cordiali rapporti col Principe di Metternich, col Conte di Nesselrode, col Duca di Blacas e col Guizot, quando Nicola I di Russia si recò a Napoli nel dicembre del 1845 fu il solo dopo il Re e i Principi Reali ad essere decorato del Gran Cordone di S. Andrea, primo ordine di quell’impero.
Membro ordinario della Società Reale nella sezione delle scienze morali ne divenne presidente nel biennio 1845-46.
Socio corrispondente di altre accademie nazionali ed estere nel 1846 fu creato socio non residente dell’Istituto di Francia; Monsieur de Mignet, nel dargliene comunicazione, scriveva che l’Accademia non avendo un posto vuoto per l’Italia ne aveva creato uno appositamente per lui.



Grazie cara Luciana dell’interessante contributo alla storia.
Fa sempre piacere leggere le vicende di un così illustre personaggio raccontate da una discendente.
Complimenti!!!!!!
E’ proprio vero, raccontato da una discendente fra un bell’effetto; grazie Luciana
[...] Il seguito di questo articolo: Giuseppe Ceva Grimaldi, marchese di Pietracatella – La personalità … [...]
Complimenti per averci fatto conoscere un personaggio a dir poco “unico” in un contesto storico complicato e difficile.
gentile signora Luciana
la informo che ho quasi ultimato una indagine documentaria sulla strada regia consolare da Bari a Lecce, specificatamente per il tratto da Mola a Polignano a mare. Mi sono imbattuto in una lettera a firma del marchese, che pubblico nel mio studio (che avrà la prefazione del noto storico Franco Cardini).
Avrebbe eventualmente altro materiale documentario da suggerirmi di consultare per l’argomento sopracennato?
grato dell’attenzione, molti deferenti ossequi
carlo de luca