Tra le stranezze della propria vita c’è anche il sabato mattina: ti svegli come tutti gli altri giorni lavorativi al suono di una sveglia che sai di aver disinserito la sera prima, ma che suona nella tua testa, e ti ripete, ingannandoti, “alzati, è tardi!”. Ti rigiri un po’ nel letto, quando hai colto l’abbaglio e realizzato che non devi andare al lavoro, ma ormai il danno è fatto: gli occhi non si chiudono più e ti puoi alzare, anche se non sai cosa farai della giornata. Questo sabato è iniziato così, come tanti altri, e alla fine si decide andare al mare, d’altronde è luglio e noi abitiamo nel Salento, la terra dei lidi bianchi e delle acque cristalline; noi abitiamo la terra della cultura della vacanza, quella un po’ di moda negli ultimi tempi, che impedisce ai residenti di godersi il mare dopo le 10.30 della mattina, per lasciare spazio ai turisti.
Preparo il solito thermos di caffé e latte, zaino in spalle, e si va, tanto per cambiare (leggi come sempre) alle Cesine: le temperature sono decisamente fuori stagione, 23° a luglio non si ricordano spesso; il vento, sostenuto già a Lecce, lascia presagire mare mosso sull’Adriatico, ma alla fine a una colazione sulla spiaggia non si rinuncia facilmente e alle 9 meno qualcosa siamo giunti a destinazione.
Qui il sabato comincia a cambiare, la serenità si incrina e la spazzatura stavolta non c’entra.
Scesi dalla macchina, ecco la prima stranezza: il vialetto che costeggia le dune e che porta in spiaggia è sotto sequestro; la guardia forestale ha posto le transenne e campeggia il divieto di ingresso per veicoli; l’accesso è consentito solo ai pedoni. Il dubbio che ci coglie è che qualche lido possa essere abusivo, o che finalmente qualche casa costruita nella palude possa essere rimossa; così, discutendo del più e del meno, imbocchiamo il sentiero e giungiamo in spiaggia.
Dal dubbio alla certezza, spesso il passo è breve; è l’attimo in cui ripeti a te stesso che è vero: la storia talvolta si ripete. Il reale motivo del sequestro è che uno dei lidi, quello in costruzione, è stato bruciato; qualcuno durante la notte ha messo fuoco alla struttura di legno, in verità già provata dalle mareggiate dei giorni scorsi. Seduti su uno dei tanti tronchi d’albero distesi sulla spiaggi, guardiamo sconfortati lo spettacolo, facendo raffreddare il caffè nei bicchieri come se dovessimo poi leggerne i fondi.
Il proprietario della struttura e le guardie forestali sono giunti sul posto per i rilievi del caso; a bocca aperta è rimasto anche il gestore del lido accanto, preoccupato forse di un destino che potrebbe toccare anche a lui. Qui ora non rileva che si faccia chiarezza effettiva sui fatti, perché la certezza ha catalizzato i pensieri che si addensano cupi di fronte a questi spettacoli: quella sensazione di rabbia e di sconforto stringe il cuore, stavolta non perché il fuoco ha bruciato ettari di pineta, come da bollettino annuale sui piromani nelle Cesine, ma perché potrebbe trattarsi di delinquenza organizzata, che mina – e sempre ha minato – l’economia locale e la sua cultura del buon vivere.
Gli episodi del brindisino degli ultimi giorni, alcuni narrati su questo sito, portano la mente lì dove non vorrebbe andare: ci piacerebbe pensare, come male minore e non certo come soluzione accettabile, che si tratti di incendiari con il gusto del danneggiamento, ma nelle more delle indagini, credo che la testa vada più in là, alla memoria di quei lontani anni ’80-’90 in cui il territorio era assediato dal racket delle estorsioni.
Quale che sia la ragione del reato, resta comunque un dato che non piace: nella cultura si insinua sempre una dis-cultura, in cui qualcuno ci fa purtroppo le spese…
Prezzolini ha detto: “In Italia, nulla è stabile fuorché il provvisorio”.



