di Eliana Forcignanò
Ma quand’è che i politici impareranno a ragionare?
L’ultimo oltraggio al sillogismo aristotelico viene da Domenico Scilipoti – l’appellativo di onorevole può tranquillamente rimanere in un remoto cantuccio, considerando il personaggio – convinto assertore dell’uguaglianza fra lesbiche e ladri. Le lesbiche sono orgogliose di esser tali, tuttavia anche i ladri ostentano – secondo le fantasie del politico – orgoglio per la loro condizione. Dunque lesbiche e ladri sono della medesima razza. Scilipoti commette due macroscopici errori: uno logico, l’altro, per così dire, ontologico.
Errore logico: l’orgoglio non è, forse, proprio di tutti gli uomini?
Non solo le lesbiche – e i ladri, secondo Scilipoti – sono orgogliosi, ma ogni individuo è dotato di almeno un briciolo di orgoglio, pertanto essere orgogliosi significa soltanto appartenere alla schiera degli esseri umani, prescindendo dall’orientamento sessuale e dalla “professione”.
Errore ontologico: i ladri non sono poi così orgogliosi della loro condizione, soprattutto se si distingue l’orgoglio dalla protervia di chi sfida la legge.
Il ladro non è orgoglioso, perché contaminato dalla paura dei suoi atti illeciti. Il sol fatto che i furti si commettano di nascosto contraddice la nozione di orgoglio e lascia spazio a quella di paura.
Parole non solo di una certa incoerenza, bensì anche di estrema arretratezza quelle che Scilipoti ha rivolto alla deputata del Pd Paola Concia, perché, paragonare una lesbica a un ladro significa avere ancora in mente lo stereotipo dell’omosessuale che si nasconde dinanzi all’opinione pubblica e mendica pietà dagli eterosessuali.
Ma Scilipoti non ha detto il contrario? Non ha asserito che le lesbiche sono orgogliose?
Apparentemente sì, ma l’uguaglianza fra lesbica e ladro deriva da un’inconscia tendenza omofoba a credere che la sessualità non etero – dal gay al trans – debba essere criptata proprio come un furto perpetrato ai danni delle persone perbene. E i matrimoni gay? E le manifestazioni come il Gay Pride? Anche questi sarebbero “furti”, perché sottraggono agli etero le loro tradizioni – il matrimonio e la famiglia – e i loro spazi – le sfilate dell’orgoglio gay – nei centri urbani. Il gay deve starsene rintanato nei locali equivoci e nei bagni della stazione aspettando di abbordare uno come lui e di contrarre l’Hiv. Questa “legge”, lungi dall’essere naturale, è un mero capolavoro di perversione che distingue gli uomini e le donne in esseri di prima e seconda classe sulla base di un elemento che dovrebbe, invece, costituire un collante sociale: la sessualità.
Qualcuno, a questo punto avrebbe preferito leggere la parola “amore” al posto di “sessualità”, ma nessuno è tanto sciocco da ignorare che sesso e amore, talvolta s’incontrano, talvolta no. E questo accade sia per gli eterosessuali sia per gli omosessuali. Fra chi s’incontra per una sola notte e chi sta insieme per costituire una famiglia scorre comunque un flusso di energia, avviene comunque uno scambio, per quanto fugace nel primo caso, da non sottovalutare né rinnegare, a condizione che le parti in causa siano adulte e consapevoli delle loro azioni.
Prima di Scilipoti, il cardinale Tarcisio Bertone, con una dichiarazione resa nell’aprile del 2010, aveva omologato i gay ai pedofili: sillogismo sbagliato anche qui, perché, se la pedofilia dipendesse dall’orientamento sessuale dell’individuo, non vi sarebbero pedofili fra gli eterosessuali, mentre è noto che la maggior parte degli abusi sui minori si compiono fra le mura domestiche per mano di padri, nonni, zii che contano sull’acquiescenza delle rispettive consorti. E poi, ascoltare la Chiesa che parla di pedofilia è un po’ come credere che il lupo perda pelo e vizio.
Eppure, il problema non è l’omofobia di certi politici, non gli insulti, pur abominevoli di Scilipoti, almeno finché questi sono rivolti a una collega che ha i mezzi per difendersi e per rispondere adeguatamente. La politica non è più d’esempio in nulla, perché dovrebbe esserlo quando si parla di rispetto della persona? Il teatrino prosegue davanti alle telecamere e su internet, ma quel che più preoccupa – o dovrebbe preoccupare – è la tendenza a trattare certi argomenti soltanto in maniera scandalistica. Scilipoti insulta la Concia, Calderoli si preoccupa per la Padania “ricettacolo di culattoni” e poi lui stesso, insieme con Gianni Letta, compare sulla lista dei politici omofobi ma gay pubblicata dal famigerato blog “Listaouting”.
In breve, l’elenco degli “scandali” potrebbe non finire mai, ma a chi importa veramente di queste frecciate che si consumano nell’arco di una giornata? Nessuno tocca i piani alti, mentre una lesbica che non si chiama Paola Concia è attesa nel buio di un sottoscala e violentata, un gay che non si chiama Grillini viene brutalmente picchiato mentre fa ritorno a casa.
Gli insulti mediatici sono, forse, meno pericolosi delle percosse notturne che trovano solo un piccolo spazio nel telegiornale delle tredici e trenta. E prima delle percosse ci sono i sorrisi di scherno, le offese fra adolescenti, l’ostracismo delle famiglie nei confronti degli omosessuali. Ma di questo non si parla.
Quasi mai. Non fa audience, non è divertente, è all’ordine del giorno.



onorevole m e f sing (pl: onorevoli).
degno di onore, di rispetto. ha fatto un gesto onorevole .
“MA FATEMI IL PIACERE…” avrebbe commentato Totò
Cara Eliana,
le “sovrastrutture mentali” che ancora reggono la nostra cultura, se di cultura si può parlare, debbono essere rimodulate perché è necessario infondere la “cultura della dignità umana”. L’omosessualità è solo una sfumatura del nostro complesso e affascinante sistema umano e ciò potrà essere compreso solo quando riusciremo, come fai tu, a parlarne liberamente senza preconcetti, tabù e false pretese scientifico-religiose. Discutere su questo argomento significa creare cultura e se questo messaggio partirà proprio da una rivista meridionale come la nostra (in quel Sud fondato sul codice dell’onore e del rispetto) significa che abbiamo noi del sud la capacità di fondare un’epoca nuova per l’umanesimo. A presto rileggerti!
Cara Eliana,
la lettura di alcuni passi dell’epistolario di don Tonino Bello mi ha dato l’occasione per poter spiegare dal punto di vista psicoanalitico questi comportamenti abominevoli persino da parte di notissimi ed eminentissimi porporati.
In una di queste lettere, don Tonino commenta la vicenda de “Il muro” di J.P. Sartre:
“Il muro” parla di storture interpretative e di ipocrisie sociali. È la storia di un commesso viaggiatore che gira per lavoro da una città all’altra; quando arriva la sera in una città nuova, va a dormire in un albergo e il giorno dopo riprende a viaggiare. Una sera arriva in una grande città, si reca in un albergo e chiede una camera. È un uomo triste, perché dalla vita non ha avuto nulla; è solo, senza moglie, senza figli, senza affetti… Ormai divenuto del tutto abulico, attende solo la fine…
A un certo punto, mentre, chinato sul bancone della reception, sta per fornire la carta di identità, arriva una coppia di giovani sposi, felici e sorridenti… Si vede che si tratta di sposi freschi, perché sono vestiti tutti e due in jeans, si scambiano in continuazione sorrisi e coccole e si trascinano dietro con grande fatica un’enorme valigia… Anche loro chiedono una stanza per dormire…
L’albergatore ritira i documenti e consegna loro le rispettive chiavi. All’anziano commesso viaggiatore, che nel frattempo non si stanca di contemplare quei due giovani felici, consegna la chiave n. 23; ai due sposi la n. 24… Se ne vanno a dormire. Il commesso viaggiatore non riesce a chiuder occhio, si gira e si rigira nel letto, prima di tutto per il caldo, poi perché pensa in continuazione alla sua sorte così triste e malinconica ed infine perché, in effetti, al di là della parete, si ode un gran rumore di sedie, di pianto, di lamenti…
Alla sua fantasia accesa non è difficile immaginare quale grande festa d’amore si stia celebrando al di là della parete… Poi riesce, finalmente, a prender sonno, ma per poco tempo, perché è svegliato di soprassalto da un gran via vai nel corridoio, un clamore in tutto l’albergo. Allora si alza, apre la porta, tira fuori il capo e ad una domestica che passa chiede cosa sia successo. La donna gli risponde con un gesto come per dire: “Lascia stare, possibile che tu non ti sia accorto di nulla?” e se ne scappa via…
Subito dopo passa un secondo cameriere e chiede anche a lui cosa fosse successo. “Come, ma davvero non sa niente? È morto un uomo stanotte, qui nell’albergo, nella camera n. 24. C’era un vecchio, si è sentito male nella notte e non è riuscito a chiedere aiuto, ha cercato di muovere un tavolino, si è lamentato, ha pianto, abbiamo visto il lume per terra, sedie rovesciate… Quel poveretto ha fatto di tutto per far giungere i segnali della sua sofferenza, ma non gli è riuscito a farli intendere a nessuno ed è morto”.
“Un vecchio? Dove?”.
“Qui accanto, nella stanza n. 24″.
“Ma non c’era una coppia di sposi?”
Il cameriere: “Sì, alla n. 24, ma del piano di sopra!”…
La conclusione, nell’amarezza dell’esistenzialismo francese dell’epoca, è che quando vogliamo giudicare una persona in genere ci sbagliamo sempre di un piano; pensiamo che nella stanza accanto ci sia una festa d’amore e invece c’è un uomo che sta morendo. Così anche noi spesso passiamo davanti alla gente, la vediamo sorridere, ma ci sbagliamo di un piano, perché ci fidiamo delle apparenze, ma non comunichiamo…
… E poi, amica mia, come accade (quasi) sempre anche nel caso delle disabilità, c’è la diffusa tendenza ad utilizzare i sofismi come fossero sillogismi aristotelici e questo è di una gravità inaudita quando partono da eminenze porporate (i politici come Scilipoti non sono da prendere in considerazione)…
… Una delle storie più belle che posso testimoniare è quella di un mio assistito (nel periodo jurassico facevo il medico di famiglia), che nel corso della visita domiciliare mi chiese di farlo guarire in fretta dall’influenza, perché due giorni dopo sarebbe tornato dal Nord il figlio per presentar loro il suo compagno… Senza alcuna vergogna e con autentico orgoglio…
Anche da noi, per fortuna, qualcuno riesce ad abbattere il muro dell’ipocrisia e del perbenismo ottuso e bacchettone…
Perciò forza e coraggio, Eliana… Spesso (con amara ironia) mi dico: per fortuna non viviamo nel migliore dei mondi possibili; se così fosse correremmo il rischio di peggiorare… Ciao!
Perchè scomodare la logica per parlare di Scilipoti? Brutti tempi!