Pensiero meridionale

Sentimento meridiano: le ragioni dell’orgoglio

Briganti sorpresi dai piemontesi

Un vuoto di conoscenza, o forse una frammentazione di conoscenze, o forse una volontaria distruzione di conoscenze, o forse una inefficace divulgazione di conoscenze, o forse una comoda divulgazione di altre conoscenze: forse queste alcune delle ragioni dell’arretratezza economica del meridione d’Italia.
Diciamo la verità, molti di noi da bambini si sono vergognati di essere meridionali, quasi un limite da nascondere: il nostro dialetto era così volgare, vuoi mettere una sana parlata con quell’affascinante inflessione milanese. Il nord era, e per certi versi lo è ancora, visto come più evoluto, evoluto a prescindere, senza sforzarsi, addentrarsi in alcuna analisi critica del termine.

Era evoluto e basta, e noi arretrati e basta. Un’arretratezza culturale atavica sbattutaci in faccia da tutta una serie di veicoli mediatici con nonchalance, con quella leggerezza tipica di chi ritiene che non si possa nemmeno mettere in discussione una realtà che appare, anzi è, oggettivamente acclarata.

Non illudetevi che questa immagine appartenga al passato, lo stereotipo del meridionale incolto e dalle tradizioni ridicole è così presente nel nostro immaginario contemporaneo che artisti del calibro del bravissimo Franco Neri non hanno difficoltà a far ridere milioni di italiani, di tutte le latitudini; come dire: nulla è cambiato e tutto è ancora fermo, ora come allora, ad un livello culturale subalterno rispetto ad altre culture di estrazione mitteleuropea.

Forse dovremo ringraziare certa politica razzista, ringraziare certo per aver contribuito a farci recuperare un orgoglio che sopito sotto montagne di menzogne o, se preferite, di mistificazioni, stentava a riemergere e farsi strada.

Ora l’aria sembra cambiata tanto che da noi vanno di moda slogan che fantasiosi creativi non lesinano di propinarci: Salento d’amare inconsapevolmente adeguato ad una dizione standard che le televisioni nazionali, complice certa didattica scolastica, hanno metodicamente trasferito come elemento distintivo e necessario adeguamento culturale per il perfetto Italiano. Su altre corde il più popolare: Salentu lu sule lu mare lu ientu che evidentemente scevro da condizionamenti percorre a ritroso l’impervio sentiero di un recupero orgoglioso di una identità linguistica prima ancora di porsi il problema di recuperarne anche la sottintesa ricchezza culturale.

È qui il vero punto nodale della questione meridionale: la costruzione di un orgoglio identitario che percorrendo la via di un serio recupero delle proprie radici storiche e culturali possa procedere alla formazione di una classe intellettuale che punti alla valorizzazione del proprio territorio nell’intento di recuperare quella identità nobile – intendendo per nobiltà l’accezione democratica del termine – che per secoli ha connotato le società stanziate sui territori costieri del bacino mediterraneo. Un recupero identitario che appare oramai decisamente propedeutico a quello sviluppo economico mai pienamente raggiunto, sempre inquinato da connivenze fra imprenditoria, politica e mafia, oramai improcrastinabile e urgente.

Inutile cercare colpe, la ricerca risulterebbe tanto snervante quanto affollata di personaggi inattesi. Ci verrebbe facile identificare certa classe politica, oggi come ieri, sempre pronta a rivendicare la propria ligia attenzione alle ragioni del Sud nel corso delle numerose tornate elettorali e tanto smemorata nei periodi immediatamente successivi; ci verrebbe da tirare in ballo l’ignavia di certe istituzioni scolastiche sempre così prone ai programmi didattici della nobiltà sabauda; ma appariremmo ingiusti se dimenticassimo la vacua azione dei tanti professionisti meridionali che da decenni occupano ruoli di preminenza nell’amministrazione statale e che nulla sono riusciti ad incidere nelle pieghe della nostra rivalsa.

Eppure molto si è scritto, ma poco si è fatto, o forse poco si è letto, riflettuto, combattuto, rivendicato; è appena il caso di aggiungere quindi che forse un po’ la colpa è anche di noi tutti. Chi fra noi può dire di essersi scomposto davanti alle volgari offese di certi rappresentanti delle tante italiche leghe? Chi fra i tanti intellettuali meridionali può ammettere di essere riuscito a contenere la piena di un’offensiva culturale di bassa lega in quanto tale ancora più pregnante e convincente su certi strati della popolazione.

E mentre un grande, ed evidentemente sentito, disagio delle popolazioni del nord del nostro Paese donava linfa per la costruzione di un partito politico forte ed incisivo, sull’altra sponda nulla si produceva se non la reiterata, falsa, riproposizione di proclami coniati da formazioni partitiche tradizionali che mai nulla hanno portato e mai nulla porteranno se non alle loro affezionate clientele. Anche oggi, che qualche intelligenza politica locale riscopre il culto del meridionalismo, ahinoi, duole constatarne la provenienza da quegli stessi personaggi che per decenni hanno ignorato il problema. Ciò contribuisce così ad avvalorare e inoculare il dubbio che le recenti scelte siano dettate più da strategie elettorali che non da una sofferta riflessione piuttosto che da una matura convinzione.

Molti di noi si sono chiesti da dove iniziare; in questo senso occorre fare una distinzione, poiché in molti saprebbero porre mano alle cause di questa arretratezza, ma sono gli stessi che non sanno come scardinare il chiavistello di questa disemocrazia, di questa neo-degenerazione oligarchica, per dirla col Salvemini, che non permette più agli Italiani di scegliere i propri candidati e diventare protagonisti delle scelte fondamentali per la nostra economia e per il nostro sviluppo.

Riteniamo così di aver individuato quantomeno parte delle cause del nostro malessere e, con la nostra iniziativa, partiremo alla ricerca delle soluzioni, un viaggio che inizierà dalla riscoperta delle nostre tradizioni culturali, dei nostri talenti letterari, dei nostri pensatori, delle nostre bellezze paesaggistiche, delle nostre criticità ambientali, delle nostre risorse umane migliori; un viaggio in cui speriamo di scoprirvi graditi accompagnatori, pronti suggeritori, fervidi apostoli delle nostre riflessioni; un viaggio che ha un solo grande obiettivo: ricostruire insieme le fondamenta di una nuova cultura, le ragioni di un rinnovato pensiero meridionale.

5 pensieri su “Sentimento meridiano: le ragioni dell’orgoglio”

  1. Leggo con attenzione e un pò di amarezza le parole di Gianfranco. Amarezza perchè sono del nord. Non penso, in realtà, ci fosse richiesta di settentrionalismo nella nascita della lega, solo di uscire da una politica vecchia e tangentista. Qualcuno non ha capito che si stava trasformando in sfogo ad un sempre sopito razzismo. Non certo questione identitaria, ma paura dell’altro, del diverso, dell’invasore. E si che ne abbiamo avuti di allarmi. Anni 60, nella civile Torino i cartelli “non si affitta a meridionali. Ma andando ancora più a nord era, se possibile, peggio. Nel settentrione d’Europa qualcuno ricorda altri cartelli “divieto di accesso ai cani e agli italiani”. E sono a disagio perchè mi sento in debito, come settentrionale, nei confronti di questo sud così immenso. Con le sue contraddizioni, le sue culture, le sue ricchezze. Purtroppo si vive troppo di luoghi comuni. E le generalizzazioni sono le madri di ogni razzismo. E parlo da settentrionale che sogna un mondo senza confini, perchè ci sono prima le persone, le barriere tracciate artificialmente sono convenzioni. Le persone sono altra cosa. Lo dimostrano quelle barche piene di umanità e miseria che arrivano sulle nostre coste. C’è bisogno di civiltà. E mi ritengo onorato di essere coinvolto in questo sito. Sono venuto qui per imparare il Salento e ne sono stato travolto. Dall’arte che si respira ovunque, dalle persone che sorridono, dall’umanità diffusa che profuma in ogni luogo. E, come penso di poter tradurre le ultime parole del pezzo di Gianfranco, dall’orgolio di appartenere al sud. A testa alta. Senza mai perdere di vista l’uomo , senza trasformare questo in rivalsa, solo esaltandone la grandezza dell’identità. Le radici sono merce preziosa.

    "Mi piace"

  2. Nessuna amarezza amico mio, non si tratta certo di commettere gli stessi errori commessi da alcuni italiani (del nord o del sud che siano) ventilando un razzismo all’incontrario. Si tratta semmai di pretendere il rispetto dello status di cittadino con eguali doveri ed uguali diritti senza deroghe basate sulle latitudini siano esse di natura geografica che di classe 😉

    "Mi piace"

  3. Chi conosce la Storia d’Italia sa bene che la nostra patria fu terra di conquista e spartizione per secoli e secoli anche per volontà di una Chiesa che sull’Italia esercitava il suo potere temporale e oggi che finalmente l’unità si è compiuta soprattutto a scapito dei meridionali, suona oltremodo offensivo che si ignori il contributo di sangue e sudore che tale unità costò a noi del sud.
    In occasione dei festeggiamenti del’Unità scrissi questa nota che ripropongo a commento di quanto ho appena letto:

    “Per definire compiutamente l’Italia, forse converrebbe rifugiarsi in un ossimoro chiamandola giovane vecchia Nazione. Giovane storicamente perché 150 anni sono pochi per una Nazione soprattutto se comparata alle altre grandi potenze europee, vecchia perché culturalmente l’Italia era tale da oltre 2500 anni, quando i primi filosofi trovavano qui da noi, nella Magna Grecia, culla e conforto per quei primordi del sapere che si basavano sulla ricerca della verità incontrovertibile e libera da condizionamenti e che loro chiamavano “aleteia” o “episteme”. Nei secoli l’Italia fu terra di conquista e spartizione da parte di popoli che venivano dal mare o scendevano dal nord, oltrepassando la barriera naturale delle alpi, tutti con le loro culture, i loro credo, le loro usanze e fu grande merito del primo grande imperatore, lo “stupor mundi”, Federico II di Svevia, l’aver voluto fondere tante diverse culture in un sincretismo che apportò grandi benefici al nostro paese. La cultura raffinata dell’oriente, la caparbietà di una Roma volitiva e maestra di diritto, la forza celtica si fusero poi con un cattolicesimo che fu dapprima accettato col l’editto di Milano (313 d.c.) da Costantino, poi addirittura reso religione di stato con l’editto di Tessalonica (380) da Teodosio. Pochi sanno che il potere temporale della Chiesa fu per secoli supportato da quello che è comunemente chiamato “Benedetto imbroglio” e cioè la donazione dell’Italia da parte dell’imperatore Costantino a papa Silvestro I che lo avrebbe guarito dalla lebbra. Soltanto nel 1440 l’umanista italiano Lorenzo Valla pubblicò un opuscolo: “De falso credita et ementita Constantini donatione declamatio”, dimostrando in maniera inequivocabile che quel documento era un falso di cui per secoli la Chiesa temporale si era servita. Ma i tempi erano quelli e l’Italia fu a lungo dilaniata da lotte interne fino appunto all’Unità cui neppure Cavour credeva, volendo egli annettere al regno sabaudo, l’Italia settentrionale fino a Roma, lottando soprattutto contro l’invasore austriaco. Ma l’avventura fulminea di Garibaldi, sulla quale rimangono dubbi di ogni genere, primo tra tutti quello che fu caldeggiata dalla potenza inglese, portò l’ Italia meridionale ad una guerra fratricida, uno scontro tra i Savoia ed i Borboni da cui uscirono sconfitti i popoli meridionali, che pagarono questa invasione con l’emigrazione, la morte, a volte la tortura. La storia la scrivono i vincitori e quella che è stata insegnata a me e ai miei coetanei è ricca di enfasi e di bugie. Oggi Pino Aprile col suo libro “Terroni” e Giordano Bruno Guerri col suo “Il sangue del sud” rendono giustizia a questo popolo di emigranti che ha più volte salvato la nostra Nazione ma generosamente sente che ormai è inutile rivangare il passato e che l’Italia è e deve rimanere unita non solo a causa delle conquiste militari, ma soprattutto in base alle sue tradizioni culturali, che sono enormi sia dal punto di vista artistico, sia da quello linguistico e geografico. Sarebbe assurdo pensare di dividere ciò che la stessa natura ha conglobato nella penisola più bella del mondo con le sue isole satelliti che la contornano e ancor più l’abbelliscono.
    Festeggiare il 150° anno dall’Unità, significa tornare a quei tempi di forte patriottismo che si espresse meglio in quell’Italia settentrionale dove non di guerra fratricida si trattò, ma di lotta all’invasore austriaco e bisogna inchinarsi davanti al giovane Goffredo Mameli che scrisse l’inno nazionale morendo poi a soli 22 anni ed a Michele Novaro, che lo musicò. Oggi qualcuno critica la troppa retorica che si respira leggendo i “Fratelli d’Italia” e spesso non si capiscono neanche le frasi che lo compongono. Ma un’attenta lettura del testo potrà chiarire ogni dubbio. E il modo migliore di ricordarli e onorare la nostra patria è simbolicamente unirci intorno alla nostra bandiera che, per quanto mi riguarda, ancora svetta sul terrazzo della mia casa.”

    "Mi piace"

  4. Chiedo scusa: non amo creare né alimentare polemiche.
    Però, leggendo le vostre note, non posso fare a meno di pensare che un serio recupero delle radici storiche e culturali del Mezzogiorno non possa assolutamente attuarsi “inchinandosi a Mameli”!
    Se fosse vero, come avete scritto, che “è inutile rivangare il passato”, allora qualunque revisione storica e qualsiasi progetto identitario verrebbero a essere del tutto inutili e completamente privi di senso.
    Inoltre non esiste alcuna “tradizione culturale” in ossequio alla quale “l’Italia è e deve rimanere unita”. Il 99% delle realizzazioni artistiche e culturali attuate nella Penisola sono state poste in essere quando essa era politicamente divisa. 2500 anni fa la Magna Grecia coincideva, non a caso, con quello che poi sarebbe stato per settecento anni lo Stato meridionale, con poche, isolate eccezioni. Parmenide e Zenone non hanno niente a che fare con Michele Novaro e Giuseppe Garibaldi!
    Ancor meno convincente, poi, è l’argomento “geografico”. La natura non ha unito un bel niente! Anzi, semmai ha chiaramente delineato i confini della Pianura Padana, rinchiudendola tra le Alpi e l’Appennino Tosco-Emiliano. Lo stesso termine “Penisola”, da me sopra impiegato, è tecnicamente scorretto se si parla del territorio oggi occupato dalla Repubblica Italiana.
    No, mi dispiace: noi Meridionali non possiamo dare un colpo al cerchio e uno alla botte. E’ impossibile pretendere di recuperare il nostro orgoglio, mortificato da una marea di menzogne e, allo stesso tempo, far sventolare sulle nostre terrazze con altrettanto, contraddittorio orgoglio, il tricolore, simbolo palpabile di quella mortificazione!

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...