Scrivere il Salento

“Pesce a mare”: un piccolo aneddoto salentino

Centro storico di Castrignano del Capo
Centro storico di Castrignano del Capo

Non ho conosciuto il nonno materno, perché la malattia lo ha vinto prima della mia nascita, ma i racconti dettagliati di mia nonna e di mia madre hanno contribuito a farlo sedere a capotavola con noi, nelle domeniche trascorse in quel paesino così africano e soprannaturale, dal caldo intenso e dal nome più lungo della sua strada principale.

Castrignano del Capo: la chiesa madre settecentesca dedicata a S. Michele, la banda che accompagna i feretri, i corredi delle spose stesi sui cancelli delle case per essere ammirati, gli anziani del circolo del tressette, la vistosa penuria di giovani, il pane senza lievito fatto in casa da portare alla messa di Pasqua, la terra rosso bauxite delle campagne.

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Cultura salentina, Pensiero meridionale

Cultura salentina

Marzo 1991, sbarco di albanesi nel porto di Brindisi
Marzo 1991, sbarco di albanesi nel porto di Brindisi
È l’ordine più infame che abbia mai eseguito. Non ci ho dormito, al solo pensiero di quei disgraziati”. “Dopo aver capito di essere stati riportati in Libia ci urlavano: “Fratelli aiutateci”. Ma non potevamo fare nulla, gli ordini erano quelli di accompagnarli in Libia e l’abbiamo fatto. Non racconterò ai miei figli quello che ho fatto, me ne vergogno. Repubblica 9 maggio 2009.

Chi non ricorda quell’alba, era il 6 marzo del 1991, nessuno di noi ci aveva pensato eppure successe, quella nave di fantasmi con tutto il suo carico di dolore, di sofferenza, di bisogno d’aiuto, apparve dal nulla entrando nel nostro quieto mondo senza una vera intenzione di sconvolgere quanto solo di entrare in un mondo migliore, o quantomeno nel miraggio di esso.
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Bozzetti di viaggio

L’edicola Gallelli a Campi Salentina (parte I)

di Valentina Antonucci

San Francesco d'Assisi
San Francesco d'Assisi di Gian Domenico Catalano
Passeggiavo per Campi Salentina. Ero appena uscita dalla chiesetta di Santa Maria degli Angeli dove mi ero inebriata del biancore dei muri, della delicatezza dei rilievi lapidei sull’altare maggiore, della sorpresa di ritrovare lì dentro, inaspettato, un vecchio amico, il pittore Gian Domenico Catalano, morto da secoli ma vivo ancora nei suoi ingenui dipinti: tardomanieristi, si dice, per i colori d’arcobaleno; ma che sorta di tardomanierismo, il suo, da cui spuntano quei san Francesco d’Assisi dal volto affilato come contadini d’altri tempi, la fronte aggrottata su due sopraccigli bizantini, il saio bruciato come un sacco di Burri e cascante sul corpo da crocifisso ligneo medievale.
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