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Archive for giugno 2009

di Salvatore Muci

Gianfranco Budano: Torre di Santa Maria dell'Alto (Nardò - Porto Selvaggio)

Gianfranco Budano: Torre di Santa Maria dell'Alto (Nardò - Porto Selvaggio)

Nel grande Archivio di Stato di Napoli, nel fondo Collaterale Curiae, si conserva una lettera del Viceré don Parafan de Ribera diretta al Presidente della Regia Camera della Summaria, esplicativa per una storia delle torri costiere del regno: “Ad Alfonso Salazar. Negli anni et mesi passati per servitio di S. Maestà defensione et guardia de li popoli di questo Regno, et per virtù di detti nostri ordini si sono fabbricate alcune torri et altre restano a farsi, et quelle che sono fatte intendemo che bisognano visitarse di si stanno bene complite et ben fatte. Febbraio 1568. Don Parafan”. In seguito a questo ordine l’ingegnere T. Scala giunse dunque nella nostra provincia per una ricognizione dei siti più idonei su cui elevare le torri desiderate, e fra questi diversi sulla costiera neretina, dove trovò indicazione anche lo sperone roccioso, propaggine delle Serre Salentine, che oggi domina la splendida baia di Portoselvaggio.Su di esso quindi doveva realizzarsi ancora una torre, dalla quale procedendo sempre verso oriente dopo un miglio troviamo la torre di S. Caterina, mentre ad occidente possiamo ammirare in lontananza quella di Uluzzo.
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Lunedì 22 giugno 2009
Arrivederci e grazie
di di Gianni Ferraris

Il saluto, il solito, aveva un suono strano quella mattina. Mi ero alzato presto come spesso succede. Da poco era passata l’alba. La caffettiera sul fuoco, la tazza doppia, poco zucchero la mattina. Poi la prima sigaretta guardando fuori. Ovunque panni stesi. Nel balcone vicino una interminabile fila di tutine per bambini. Forse una famiglia numerosa…

Martedì 23 giugno 2009
Giovanni Korallo, storia di un genio multiforme
di di Gianfranco Budano

Entrai nell’atrio del castello con la testa vuota, pervicacemente ripulita dal pomeriggio uggioso che saluta questa strana estate; non mi aspettavo nulla di particolare, senza nulla togliere alla curiosità che sempre ti pervade quando ti accingi a visitare la personale di un autore che non conosci…

Mercoledì 24 giugno 2009
Foto di Agnese BasciàIl Salento? Un ossimoro
di Agnese Bascià

Il Salento è un terra di dolci acque salate, in cui vale la pena vedere ciò che agli occhi viene occultato: pioggia asciutta, che la siccità dimentica di aver mai ricevuto, inverni caldi che il freddo non
intacca, estati fresche che il mare mitiga e una luna dalla luce solare…

Giovedì 25 giugno 2009
Il pozzo istoriato di palazzo Della Ratta a Lecce: emblematica e filosofia
intorno al tema dell’acqua

di Valentina Antonucci

Una volta all’anno lo si può vedere con tutta calma, si può girarci intorno e fotografarlo oppure semplicemente rimanere assorti in contemplazione di fronte alle quattro specchiature della sua vera…

Venerdì 26 giugno 2009

di Vincenzo D’Aurelio

L’apertura di un documento antico è un momento magico denso di emozioni e di
curiosità. A trascinarti nella lettura non è il solo il desiderio di comprenderne il contenuto ma è il coinvolgimento emotivo che una carta scritta qualche secolo fa può infonderti.

Sabato 27 giugno 2009
Giudice Giorgio. La “regina” delle masserie fortificate del Salento
di Marcello Gaballo

L’ area neritina (il territorio del comune di Nardò n.d.r.) è straordinariamente ricca di strutture masserizie, tra le più variegate per tipologia ed estensione rispetto ad altri territori a vocazione
contadina del Salento e della Puglia.

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J.F. Millet, Serata d'inverno, pastello su carta, 1867

J.F. Millet, Serata d'inverno, pastello su carta, 1867

L’apertura di un documento antico è un momento magico denso di emozioni e di curiosità. A trascinarti nella lettura non è il solo il desiderio di comprenderne il contenuto ma è il coinvolgimento emotivo che una carta scritta qualche secolo fa può infonderti. Da profano, quando per la prima volta mi trovai di fronte ad un documento di questa antichità, datato 1748, fu un’esperienza poco felice perché non riuscivo a tirar fuori una sola parola da tutto quello scritto. Al contrario la mia immaginazione ne fu molto suggestionata. La bella grafia sulla carta ingiallita dal tempo mi portava a realizzare idealmente quello scrivano fermo nel momento in cui, seduto al suo tavolo nello studiolo illuminato dalla fioca luce di un lumino, inzuppava la penna d’oca nell’inchiostro del suo calamaio per poi energicamente vergare, nella vile carta, quelle lettere che io vedevo così ordinate e allineate a formare parole, frasi e concetti. Le forme grafiche desuete, le lettere arricciate e i capilettera arzigogolati si stendevano quasi uniformemente sull’intera superficie della carta tanto che, l’insieme dei caratteri, mi apparse un vero e proprio groviglio d’intarsi pennellati ad arte quasi a formare il bel disegno come quello dei tessuti arabesque.
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di Valentina Antonucci

Il pozzo di palazzo della Ratta a Lecce (Foto di Valentina Antonucci)

Il pozzo di palazzo della Ratta a Lecce (Foto di Valentina Antonucci)

Una volta all’anno lo si può vedere con tutta calma, si può girarci intorno e fotografarlo oppure semplicemente rimanere assorti in contemplazione di fronte alle quattro specchiature della sua vera… Poi, se si ha un minimo di passione per gli enigmi figurati, non si può far altro che tirare fuori un taccuino, una matita e cominciare a scervellarsi per trovare la soluzione: perché le quattro immagini che decorano la vera del pozzo di palazzo Della Ratta sono degli autentici rebus, allestiti per sé, per i propri contemporanei, ma anche per noi posteri da qualche dotto filosofo e letterato naturalista vissuto al tempo dello splendore del palazzo, tra XVI e XVII secolo.
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Foto di Gianfranco Budano

Foto di Gianfranco Budano

Il Salento è un terra di dolci acque salate, in cui vale la pena vedere ciò che agli occhi viene occultato: pioggia asciutta, che la siccità dimentica di aver mai ricevuto, inverni caldi che il freddo non intacca, estati fresche che il mare mitiga e una luna dalla luce solare; distese di grano mietuto circondano masserie abbandonate da un ricordo operoso, in cui carretti e contadini si trascinano avanti e indietro fra erba e colture.

Se guardi nelle piazze soleggiate di paesini dai dialetti vivaci, la modernità invecchia insieme ai costumi: accese partite a tressette, litigi per l’ultima mano persa o vinta barando, bicchieri di dolce negroamaro che servono a sciogliere la lingua muta di chi ha perso il treno del domani, ma conserva un posto su quello di ieri e resta sulla soglia di una porta sempre aperta, che si chiude la sera alle spalle per tagliar fuori tramontana e stanchezza.

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Giovanni Korallo: La rissa

Giovanni Korallo: La rissa

Entrai nell’atrio del castello con la testa vuota, pervicacemente ripulita dal pomeriggio uggioso che saluta questa strana estate; non mi aspettavo nulla di particolare, senza nulla togliere alla curiosità che sempre ti pervade quando ti accingi a visitare la personale di un autore che non conosci.

“Vado a visitare una mostra”, mi disse un amico; “aspetta vengo con te” risposi di getto con l’istinto di chi è sempre aperto a nuovi stimoli visivi. Mai scelta fu tanto azzeccata, il mio pomeriggo uggioso trovò un valido antidoto, la mostra di Giovanni Korallo mi accolse, sin dalla prima stanza con una calorosa ondata di colori, forme, sensazioni, nuove, sopite forse. Decisi di immergermi e di farmi raccontare dalla sua viva voce i segreti delle sue visioni e questo è quello che mi disse:
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Pomodorini

Pomodorini

Si dice che il cibo dei nostri nonni fosse più sano di quello che consumiamo oggi e forse è parzialmente vero, ma quanto sacrificio comportassero alcune tradizioni culinarie in termini di lavoro e impegno non viene mai detto. Eppure il ricordo dei profumi di tempi andati resta nelle narici e alimenta il gusto forte di quelle ricette che la cultura del fast food ha reso fuori moda.

Come la salsa fatta in casa, che nel Salento, è una saga familiare, sono braccia laboriose che come le formiche lavorano all’unisono con un sopito piacere di socialità: una o due settimane di passione per preparare il denso succo rosso e imbottigliarlo, in un’officina domestica all’aperto, nell’aia o cortile di casa, in quantità sufficiente per sfamare una famiglia allargata per un anno, una collettività fatta di zie zitelle, nonni e nipotini, anche piccoli, tutti con compiti ben ripartiti in una sorta di par condicio d’altri tempi, per non scontentare – si fa per dire – nessuno.
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