Architettura, Storia

Graffiti nel carcere del principe di Muro Leccese

Muro Leccese: Palazzo del principe
Muro Leccese: Palazzo del principe
Muro Leccese è un’antica città messapica come testimoniano gli ormai famosi resti di mura megalitiche. L’origine del suo nome è quindi forse attribuibile a queste sue mura, anche se alcuni propendono ad avvalorare la tesi di una fondazione attribuibile ai Mori, così come testimonierebbe lo stemma cittadino. Nessuna delle due ipotesi, al momento,è accertata.

Quando ho un po’ di tempo, mi piace passeggiare per i vicoli del Borgo Terra, o come dicono gli abitanti “a suttaterra”, perché in quest’antico borgo medievale si possono ancora ammirare le antiche case contadine e percorrere le strette stradine che ti conducono in piazza del Popolo, cuore della città.

L’antico insediamento medievale nasce nella cinta muraria del castello appartenuto, dal XVI al XVIII sec., alla famiglia Protonobilissimo che qui furono principi e baroni. Oggi il castello, assieme al museo, è interamente visitabile e, a mio parere, la parte più interessante non sono i piani nobili, completamente spogli di ogni genere di mobilio, bensì i sotterranei. Da questi locali adibiti in parte a magazzini e in parte a posto di guardia, si accede per mezzo di una scaletta in ferro al carcere.

Muro L.se, carcere palazzo del Principe, presunta figura di Monaco. (foto R. Patella, 2008)
Muro L.se, carcere palazzo del Principe, presunta figura di Monaco. (foto R. Patella, 2008)

E’ questo un luogo tetro e angoscioso, sembra ancora sentire le urla dei prigionieri e il fetore di un luogo dove, la dignità umana era ancora più astratta della libertà. Per accedere nel vano della prigione, posto sotto il torrione, bisogna percorrere un breve corridoio stretto e basso. Si percorre questo con la testa chinata e due persone, una accanto all’altra, a malapena ci stanno ed è proprio ciò che immediatamente fa percepire quale fosse la durezza del luogo.

Immaginiamo il prigioniero: è messo davanti alla guardia, spinto verso l’inferno, non ha nessuna via di fuga e, a spintoni, arriva alla porta d’ingresso, che è ancora più bassa del corridoio; lì il soldato facendogli piegare la testa lo spinge brutalmente dentro sbattendogli dietro la pesante porta.

Con questo pensiero feci la prima volta il percorso e talmente forte fu l’impatto col luogo che mi sentii soffocare, pur essendo cosciente che questa mia sensazione era nulla rispetto a ciò che avrei provato quando sarei giunto nel vano del carcere vero e proprio.

Muro L.se, frantoio Protonobilissimo, nave turca. (foto R. Patella, 2008)
Muro L.se, frantoio Protonobilissimo, nave turca. (foto R. Patella, 2008)

Una stanza di circa 12 metri quadri, alta circa due metri con un solo finestro a bocca di lupo dal quale s’intrevede il piano stradale della piazza col suo Osanna. Una stanza scura, senza un bagno ovviamente, e con pareti interamente ricoperte di graffiti. Qua e là emergono i segni dei giorni di prigionia, così tanto scavati da farci pensare a quanto difficile fosse trascorrere un solo minuto qui dentro e quale possa essere stato il piacere di tracciare quel segno che significava un giorno in meno di sofferenza.

Ma gli autori, prigionieri in periodi diversi (si stima dal XVII-XVIII sec. per via di una data incisa con l’anno 1675 e per i risultati delle analisi archeologiche), non hanno voluto tracciare solo la conta dei giorni di prigionia, ma anche un po’ della quotidianità del loro tempo.

E’ possibile così scorgere un uomo intento all’aratura col suo cavallo, un serpente, degli uccelli; più in là un altro cavallo ma cosa ancora più strabiliante e terrificante è il graffito di un uomo in piedi, forse un monaco, che reca in una mano una croce e nell’altra una testa. Che vorrà dire?

Nelle vicinanze l’incisione di una croce su un monte, il soggetto si ripete più volte assieme ad altre figure umane e in altra parete una nave. Mi pare un naviglio commerciale di tipo veneziano e non sarebbe da escludere che, la vicinanza con Otranto, avesse portato in questi luoghi uomini che di quel porto conoscevano l’attività olearia con Venezia. Seguono numerose altre incisioni, in alcune parti si scorgono delle scritte, ma l’oscurità del luogo non permette una lettura ottimale. L’insieme è un quadro confuso, tetro, sofferente e soffocante; insomma è la prigione medievale con tutta la sua oscurità e bruttura.

Muro L.se, carcere palazzo del Principe, nave veneziana. (foto R. Patella, 2008)
Muro L.se, carcere palazzo del Principe, nave veneziana. (foto R. Patella, 2008)

L’analisi di questo documento è quanto mai necessaria perché utile a comprendere la storia stessa di questo carcere che potrebbe rivelare dettagli interessantissimi per la storia del Salento. Inoltre esiste, vicino al palazzo, un frantoio ipogeo dei Protonobilissimo sulle cui pareti è graffita una battaglia turchesca.

Mi hanno detto, ma non ho ancora verificato e sono ansioso di leggere la pubblicazione che l’Università di Lecce farà in merito a questo sito, che si tratta della battaglia di Lepanto.

Questo vorrebbe dire che i testimoni otrantini del celebre evento furono ospitati in questo luogo e nuovamente sorge la domanda: perché? Cosa non conosciamo ancora di questo momento storico? Quale fu il ruolo del Salento nella battaglia? Quali stragi turche ancora non conosciamo? Sono queste alcune delle domande alle quali prima o poi qualche studioso darà risposta e ripenso ai graffiti di Muro, ancora gelosi custodi di una storia che, come tante altre di questa nostra terra, è ancora tutta da scoprire.

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