Cultura salentina

Il Salento? Un ossimoro

Foto di Gianfranco Budano
Foto di Gianfranco Budano

Il Salento è un terra di dolci acque salate, in cui vale la pena vedere ciò che agli occhi viene occultato: pioggia asciutta, che la siccità dimentica di aver mai ricevuto, inverni caldi che il freddo non intacca, estati fresche che il mare mitiga e una luna dalla luce solare; distese di grano mietuto circondano masserie abbandonate da un ricordo operoso, in cui carretti e contadini si trascinano avanti e indietro fra erba e colture.

Se guardi nelle piazze soleggiate di paesini dai dialetti vivaci, la modernità invecchia insieme ai costumi: accese partite a tressette, litigi per l’ultima mano persa o vinta barando, bicchieri di dolce negroamaro che servono a sciogliere la lingua muta di chi ha perso il treno del domani, ma conserva un posto su quello di ieri e resta sulla soglia di una porta sempre aperta, che si chiude la sera alle spalle per tagliar fuori tramontana e stanchezza.

Dipinto a olio del maestro Pasquale Urso
Dipinto a olio del maestro Pasquale Urso

Oltre il mare cristallino, la linea dell’orizzonte è mossa dalla storia di una vicinanza stretta con ostili popoli amici, che nel Salento hanno dato o lasciato sprazzi di bellica civiltà, e che dal Salento hanno preso cultura e schiavi, quelli di un tempo, che ricordano quelli di oggi: emigranti verso il Nord sulla via del ritorno per trascorrere una vacanza amaramente dolce, con borse piene di nulla e un cuore gonfio di rabbia per questo lembo di affetti lasciati in fretta.

Chi ha fame qui trova il piacere di un nutrimento dal sapore dolcemente amaro: un peperoncino zuccherino che invoglia a indugiare spesso nonostante il mal di pancia e il retrogusto bollente; pietanze riccamente umili, che uniscono ciò che il progresso ha diviso: piatti semplici di una difficoltà estrema perché ci vuole la materia prima degli avi, che la velenosa industria alimentare ha reso impossibile da trovare.

E poi ci son le feste, i santi e le processioni, simbolo di quel che resta di una religiosità pagana, mista a cristianità sentita e importata: riti greci e bizantini in un Salento ormai italico, che evidenzia un bisogno forte di trattenere debolmente il passato delle origini; lunghe tavolate di abbondanti assaggi della cucina dei miracoli, quella capace di trasformare un cibo in un simbolo, un legume in un sepolcro, un dolce in una gioia, un momento in un ricordo permanente.

Foto di Agnese Bascià
Foto di Agnese Bascià

Le luci di parata oscurano le tenebre e i botti silenziosamente accompagnano le statue dei martiri, abbigliati di gioielli donati come segno di devozione, che sfilano per le vie strabordanti di fedeli e confraternite; colorati vestiti che in periodi di povertà erano laboriosa arte del riciclo; pesce fritto in zafferano, dal profumo di menta e aceto; odori di mandorle amare glassate, di chiodi di garofano e vaniglia; rumori di bande intonate che trascinano strumenti chiassosi e pesanti pur di animare la festa che langue.

Il Salento è un morso di taranta, che salva dalla voglia di andar via e sveglia il bisogno di restare, perché qui il mondo ha il colore della solidarietà e della socialità; ha anche il marchio dell’errore: quello che porta sui troni scaltri tribuni che sfruttano ingenuità e debolezza per arrivare in alto, che depauperano ricchezze ambientali e risorse umane, disperdono fondi vitali, rincorrendo facili profitti a detrimento di paesaggi mozzafiato e monumenti ingegnosi; è una pietra fragile, il Salento, un menir, una stele di Rosetta da interpretare per cogliere i segni di una Puglia dal passato glorioso.

13 pensieri su “Il Salento? Un ossimoro”

  1. Grazie Marcello, grazie Angelo, credo davvero che il Salento sia tutto e l’opposto di quello che è, in un certo senso la sua forza è anche il suo maggior punto di debolezza, come dire, croce e delizia di quelle terre di passaggio, in cui si ferma solo chi le ama davvero…

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  2. Agnese bravissima e commovente!!!! Hai ritratto il Salento del cuore di tutti noi che lo viviamo in uno stile umilmente lussuoso e teneramente vigoroso. Degno di una erede dei maestri scalpellini del Barocco che abbia intinto la propria intelligenza nell’Ouvroir de Littérature Potentielle!

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  3. Agnese, sei una rivelazione!!!! , ci siamo dette solo poche cose, ma non conoscevo la tua magica sensibilità, tu sei più che un’artista, un quadro nel quadro, come dice qualcuno…… complimenti !

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  4. Cara Agnese,

    non ci conosciamo personalmente ma vorrei farti i miei complimenti per il tuo scritto sul Salento:
    non , o non solo, come appassionato di ossimori e altre forme di retorica e di enigmistica, non per l’abilità degna dell ‘ Oulipo con cui hai rispettato la regola non scritta che ti eri data, non per il mio INSOFFERENTE AMORE per un Salento dove sono nato e tornato (ma non cresciuto) e così spesso mal descritto ma per tutti questi motivi insieme e soprattutto come semplice lettore, pronto a gioire per quel piccolo raro miracolo che ha luogo ogni volta che un cervello ed un occhio incontrano una penna che sa da loro voce…

    Andrea Padova

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    1. Grazie mille, Andrea, soprattutto perché hai colto nel mio testo l’amore sofferto per una terra in cui sono nata e cresciuta, ma dalla quale a volte è più facile fuggire che restare.
      E chi meglio di te può sapere quanto stress comporti cercare di “comporre” qualcosa quando i sentimenti diventano ingombranti, perché vorresti dire tutto, ma è difficile farlo nel modo più sereno possibile, scrivere la musica giusta per rappresentare tanto l’ambiente quanto il sentimento.
      Il Salento è terra di contraddizioni e le contraddizioni sono ardue da descrivere in modo lineare.
      Un saluto

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  5. Eggià, pare proprio che tutte le cose più degne, come può essere il sentire per la propria terra, richiedano questo sforzo, salpare dai porti della linearità per solcare il mare oscuro della coincidentia oppositorum.
    E’ stato un piacere leggerti 😉

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    1. Grazie Pierpaolo,
      ricordo una citazione di Werner Heisenberg che sintetizza il condizionamento che riceviamo nel descrivere ciò cui siamo legati: “Ciò che osserviamo non è la natura in sé, ma la natura esposta dal nostro modo di porre domande”.
      Un saluto

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  6. Che dire? Lo rileggo e mi piace sempre più. Più che pennellate lievi, però, sembrano coltellate. C’è tutto. “Una pietra fragile…”

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  7. Grazie Gianni,
    però c’è da dire che un po’ sono avvantaggiata: io sono nata nel Salento e conosco pregi e difetti di questa “pietra fragile”, come la definisci anche tu, e a ragione, questa terra.

    Saluti

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