Opinioni

La valigia, lo spago e il cliché

La valigia di cartone
La valigia di cartone

Certe opinioni sono dure a morire, come i cliché sui meridionali.
Il rapporto SVIMEZ 2009, pubblicizzato su tutte le maggiori testate nazionali, nel suo periodico resoconto sull’economia del Mezzogiorno, ci svela una notizia di cui nessuno si era mai reso conto e cioè che “I meridionali emigrano ancora al Nord in cerca di lavoro: la scoperta del secolo o quella dell’acqua calda?

C’è voluto un poderoso studio della prestigiosa associazione per dire al mondo ciò che tutti sanno e ciò che milioni di giovani meridionali vivono quotidianamente sulla loro pelle, un’ingiustizia che nessun politico ha interesse a correggere.
E’ curioso, tuttavia, analizzare i modelli comunicativi utilizzati dai maggiori giornali nazionali per dare la notizia:

Repubblica: “Non hanno più la valigia chiusa con lo spago, ma i meridionali continuano a emigrare al Nord“;

Ma come si fa ancora riferimento ai nostri nonni? Agli sfortunati reduci di quell’antica civiltà contadina che i politici del dopoguerra non vollero far crescere per paura di perdere un bacino elettorale essenzialmente povero, non acculturato e volutamente incolonnato all’interno di organizzazioni clientelari strategicamente strutturate per la raccolta di consensi? La frase del giornalista di Repubblica certo utilizza un cliché ad effetto, uno buono per tutte le stagioni, che alle nostre orecchie suona come: “non hanno più l’anello al naso ma questi bravi extracomunitari oggi arrivano in Europa indossando magliette occidentali e jeans“. Sarà appena il caso di ricordare che sono decenni che il Meridione rifornisce l’intera nazione di professionisti laureati; sì perché mentre la grande offerta di lavoro al nord invogliava i residenti a non proseguire negli studi, la sempre eccessiva percentuale di disoccupati al sud costringeva molti giovani a passare il tempo nelle università finendo così per prendere davvero la laurea. A questo aggiungerei l’atavica voglia di riscatto di molti contadini meridionali che hanno sognato per anni di potersi rivalere attraverso i propri figli contribuendo in questo modo alla creazione di una classe di professionisti che oggi rappresenta la vera ricchezza del nostro meridione, seppure in evidente eccesso rispetto alle richieste del mercato.

l’Unità: “e il Sud tricolore si conferma un anatroccolo che non riesce a diventare cigno“;

Ma come non riesce a diventare cigno? Abbiamo appena detto che la maggiore concentrazione di laureati è rappresentata da giovani meridionali e poi parliamo di brutti anatroccoli? Forse il bravo giornalista dell’Unità si riferiva al territorio e alla società geograficamente residente al meridione. Ma ha mai riflettuto questo signore sulla vera natura dell’economia del nostro Paese? Su come è strutturata?

Facciamo un esempio: un giovane italiano nato a Sud prende la sua bella laurea e si presenta sul mercato pronto a raccogliere i frutti dei sacrifici, anche economici, che lui e la sua famiglia hanno dovuto sopportare.
Diciamo subito che questo ragazzo avrà tante più possibilità di collocarsi quanto più potente economicamente o politicamente è il suo clan di provenienza. In questo possiamo già individuare una società strutturata in caste, apparentemente invisibili, eppure rigidamente strutturate. Vi faccio qualche esempio per chiarire le idee; se questo ragazzo è figlio di un politico, non necessariamente di alto livello, di un avvocato di grido, di un notaio, di un farmacista, di un professore universitario, di un dipendente della pubblica amministrazione (anche in questo caso non è necessario che sia di alto livello), di un sindacalista, un alto dirigente bancario, può ragionevolmente sperare di riuscire a collocarsi lavorativamente in un periodo di tempo ragionevole. Non ci impelagheremo, in questa sede, in giudizi sull’etica di questo comportamento sociale, siamo nella terra del “si salvi chi può“.

Ma supponiamo che questo ragazzo sia figlio di un signor nessuno, la maggioranza di costoro, non ha nessuna possibilità di lavorare civilmente.
L’agricoltura è ormai in ginocchio, le coltivazioni vitivinicole, quelle che hanno fatto il benessere di interi nuclei familiari negli anni ’70 – ’90 del secolo passato, stanno tornando nelle mani di pochi latifondisti, proprio nel periodo in cui finalmente il mondo si è accorto del valore dei vini meridionali. Stesso discorso per l’olio dove non si comprende perché un prodotto di così alto valore non consenta più ai proprietari terrieri di ottenere quella giusta redditività che ha invece garantito per millenni.

Ipotizziamo quindi un gruppo di nostri giovani, freschi di studi all’avanguardia, che certo le nostre università non lesinano, e con il pieno possesso di tutte le tecniche del marketing e della moderna comunicazione, decida di mettersi sul mercato… un suicidio.
Per cominciare dovrà per forza affittare un locale, con questo accollandosi un onere non da poco per un periodo di tempo non inferiore ad un semestre. Successivamente la seconda batosta, quando si recherà dal notaio per stipulare la società, quindi la tassa per la Camera di commercio, quella per l’Ufficio di registro, i costi del commercialista, della banca, l’allaccio delle utenze, ecc. Pensate tutti questi costi sono tutti interconnessi e inevitabili, senza che il nostro gruppo di ragazzi abbia ancora mosso un dito.

Successivamente chiederà un finanziamento ad una banca per poter iniziare la propria attività, eh sì perché se ben ricordate i nostri ragazzi sono figli di nessuno, non hanno capitali, solo i loro cervelli. Le procedure saranno lunghe e il risultato incerto.

Infine la neosocietà inizierà ad operare sul mercato; ma se pensa di iniziare a lavorare con la pubblica amministrazione sbaglia, i meccanismi sono strani, complessi, occorre avere qualche amico che ti aiuta, e infine, particolare non da poco, occorre avere un fatturato minimo, che ovviamente i nostri ragazzi, appena all’inizio della loro vita lavorativa non hanno, ergo sono tagliati fuori.

Se pensano invece di operare sul libero mercato hanno qualche chance sempre che si adeguino subito all’andazzo; sì perché la concorrenza più agguerrita la fanno i loro competitori disonesti, quelli che evadono puntualmente le tasse, quelli che utilizzano personale in nero, che non rispettano la normativa sulla sicurezza sul lavoro, ma che poi vanno in giro con potenti bolidi ultimo modello.

Angiolo Tommasi: “Gli Emigranti”, 1895 (emigranti di regioni diverse a Genova)
Angiolo Tommasi: “Gli Emigranti”, 1895 (emigranti di regioni diverse a Genova)

I nostri ragazzi avranno capito ora di essere tagliati fuori e decidono allora di orientarsi su altri mercati dove comprenderanno presto di avere a che fare con un sistema di infrastrutture obsoleto, fatiscente e costoso.
Decideranno di resistere comunque, lotteranno ogni giorno per portare a casa almeno sette-ottocento euro, sempre che qualcuno non passi a chiedergli il pizzo, cosa che è molto probabile che succeda prima o poi. Gli imprenditori meridionali onesti che leggono queste righe sanno di cosa parlo, e anche tutti quelli che si sono lasciati trascinare nel vortice. Un quadro devastante, provare per credere.
Come faranno questi giovani volenterosi a sopravvivere a questo sfacelo? Come faranno a far nascere il “cigno”?

E ancora: “I laureati “eccellenti” abbandonano il Sud”, chiosa Repubblica.

Secondo SVIMEZ la percentuale di laureati con il massimo dei voti è salita, dal 2004 al 2009, dal 25% al 38%; certo siamo alla frutta, sono coloro che in questi anni si sono illusi di poter costruire un Paese felice che hanno gettato la spugna. Certo si erano illusi, perché si sentivano forti, onesti, acculturati e pronti a contribuire alla costruzione di un sud migliore, stanno andando via tutti, perché non sono più disposti a sottostare al ricatto occupazionale che i famelici squali continuano a perpetrare, generazione dopo generazione, un ricatto che non accenna a placarsi e che impone una radicale, coraggiosa, inversione di tendenza, una decisa presa di coscienza sull’opportunità di accettare la sfida e diventare protagonisti della gestione della cosa pubblica, scevri, oggi come non mai, da vecchie logiche clientelari, pronti ad immolarsi in una guerra senza esclusione di colpi contro interessi economici enormi, che accomunano indistintamente massoni e mafiosi pronti a difendere con i denti il loro meschino bottino.

Ma quanti sono i Meridionali disposti a raccogliere la sfida?

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8 pensieri riguardo “La valigia, lo spago e il cliché”

  1. Gianfranco, che dirti? BRAVO? Suona persino ridicolo rispetto all’importanza di ciò che fai quando, con dolore, con rabbia, con angoscia immagino, ti metti a raccogliere così lucidamente e intelligentemente le idee sul dramma – che altrimenti non si può definire – di questo nostro amato Sud. E ce le porgi, pesanti e atroci quali sono, con tanta elegante leggerezza: il volo del cigno, per l’appunto.
    Grazie.

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  2. amara considerazione che purtoppo descrive quello che ci circonda… anche perchè, se da soli ci consideriamo schiavi e non abbiamo rispetto per noi stessi, perchè la vita dovrebbe considerarci meglio ???…

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  3. Cara Valentina, solo alcuni stati d’animo sono veri, altri no, almeno non più. Sono giunto a un’età in cui si riesce ad avere una visione della società che ti circonda perfettamente lucida, reale, oggettiva. Non devi far altro che descriverla per come sai fare. Certo ormai non sopporto più i cliché e le offese, che spesso stupidi cronisti non lesinano di veicolare attraverso i media; e su questo ha ragione Tonio, quando dice che spesso ci palesiamo da soli come inferiori; non so come, né quando è iniziata questa strana storia, so solo che è giunta l’ora di smetterla; ma questo è un aspetto secondario se pensiamo ad un altro nostro grande difetto, il “delegare” ad altri la gestione e il controllo della cosa pubblica; troppo comodo e, soprattutto, non ce lo possiamo più permettere. Per dirla con linguaggio economico, questo sistema non è più “sostenibile”, prima invertiamo la rotta e meglio è.

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  4. A me sembra che la frase “Non hanno più la valigia chiusa con lo spago, ma i meridionali continuano a emigrare al Nord“ significhi proprio “il Meridione rifornisce l’intera nazione di professionisti laureati”… E non suona alle mie orecchie come un cliché offensivo perché è vero che cento anni fa (ma forse anche meno) era così ed è chiaro che oggi non lo è più. Non mi sembra un insulto dire che prima si andava via con la valigia di cartone. Tutti in Sicilia hanno parenti in America o in Belgio o in Germania partiti in quelle condizioni. Mio padre si è trasferito a Torino solo 35 anni fa con una bella laurea, una moglie e una bambina appena nata in cerca di lavoro, ma dopo otto anni è tornato giù. Io sono stata a Milano dal 1999 al 2000 ma anch’io dopo me ne sono tornata lasciando un impiego a tempo indeterminato.
    La maggior parte delle persone che conosco hanno passato solo un periodo della propria vita nel nord Italia e poi sono tornate. Perché francamente il nord non è esattamente questa Eldorado che ci si aspetta. Le logiche clientelari sono le stesse identiche, nelle università, nella libera professione etc. etc.
    Allora non ne vale la pena…
    Io mi sono laureata con lode e menzione, ho un master e un dottorato ma neanche per sogno me ne andrei al Nord… piuttosto è meglio andare via dall’Italia. Nel frattempo abito a Caltanissetta, educo i miei figli alla legalità e alla fiducia nelle proprie capacità, cerco di inventarmi il mio lavoro giorno per giorno e soprattutto evito di piangermi addosso.
    saluti a tutti

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  5. Bravo, hai sintetizzato in pieno i miei pensieri, diciamo pure al 99% :-). Non è possibile al momento accettare sfide per la propria autodistruzione, ti dirò in breve e con schiettezza ciò che penso: se ti metti a lavorare in proprio rischi anche di perdere la casetta che il tuo umile papà sudando, nel vero senso della parola per quarant’anni, è riuscito a darti. Allora gli dici, papà, scusami, ma la casa che mi hai costruito o donato, affittala per ora, io vado al nord e cerco di lavorare, magari un giorno ritorno giù, che significa, quando avrò trovato un aggancio, di qualsiasi tipo, politico, ecclesiale-politico, d’amicizia pura, di stima, qualsiasi cosa, magari se un posto ce l’ho, mi avvicinano a casa… classica storia dell’avvicinamento, valida per una miriade di professioni, soprattutto statali…e purtroppo questo significa qualsiasi cosa davvero, pur di avviarmi e fare delle esperienze, con il miraggio di tornare con qualche soldino… spesso però, la paura di rientrare in quell’incubo ritorna, e giù non ci si torna più…
    meglio lavorare come ciuchi tutto l’anno, non guardare a momenti neanche in faccia la moglie, e ad agosto tornare giù nella tua casa, al tuo mare, alla tua campagna per tre misere settimane, contento, o fare il disoccupato tutto l’anno, e arrivato giugno andare a fare il cameriere sotto o normo pagato -a seconda degli affari e delle serate-, magari senza contratto, assicurazione e contributi, e servire le persone facenti capo invece al primo gruppo? oltre che servire i turisti ovviamente…^^
    Complimenti per il tuo articolo, teniamoci in contatto
    magari cerchiamo di costruire insieme qualcosa che possa aiutare tutti.

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  6. Certo sentirsi offesi davanti ad affermazioni come quelle del giornalista di Repubblica può risultare eccessivo, un po’ di fastidio comunque lo si prova, ferme restando le legittime opinioni di ognuno di noi.

    Per il resto d’accordo su tutta la linea, anche con Alessio che rappresenta il tipico caso di chi è stato costretto a trasferirsi nella speranza di trovare quella stabilità economica, unico modo per garantirsi poi una vita serena e priva di stress; ma questo bisogno risulta difficile da comprendere per i nostri politici, convinti come sono che solo la cosiddetta flessibilità può garantirci un futuro, di quale qualità poi, non ci è dato sapere.

    Ho evitato naturalmente di parlare di precari, di tutti coloro che convinti di trovare una soluzione nell’emigrazione si sono ritrovati a fare una vita da cani, sprecando magari il 70% del proprio stipendio nell’affitto di un monolocale. Non è vita.

    A mio modesto parere il Meridione d’Italia conserva intatte tutte le potenzialità per potersi costruire un futuro importante, le nostre risorse intellettuali sono enormi, e l’evoluzione tecnologica ci sta aprendo degli spazi di crescita che le inadeguate infrastrutture meridionali ci negano da sempre. Occorre però fare chiarezza, la nostra economia deve basarsi sul turismo e sull’agricoltura in primis, le produzioni energetiche devono essere di tipo alternativo, ecosostenibile e non inquinante, sia per l’ambiente sia per il paesaggio.
    Sono convinto che anche solo lavorando su questi tre perni fondamentali dell’economia ce la possiamo fare; certo abbiamo chi rema contro, chi continua a costruire strutture più o meno inquinanti, chi continua a perpetrare insulti al nostro bellissimo paesaggio, chi ci ha preso per la discarica d’Italia; bene almeno sappiamo chi sono i nostri nemici, non ci resta che combatterli per bloccare questi nuovi barbari; sarà una battaglia lunga, ma solo la crescita culturale della nostra società e l’acquisizione di una consapevolezza dell’importanza delle nostre radici, potrà darci speranza di riuscita, in questa o in un’altra vita non importa, il nostro dovere è combattere per il nostro futuro… o per quello dei nostri figli.

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