Storia

Al canto delle tabacchine

La lavorazione del tabacco nel Salento
La lavorazione del tabacco nel Salento

Qualche tempo fa, una quindicina d’anni addietro circa, mentre percorrevo d’estate in macchina la strada che da Maglie porta verso Otranto, all’altezza di Palmariggi iniziavano le distese di tabacco. Questa pianta imponente, dalla foglia larga fu fonte di ricchezza e sostentamento per tante famiglie di contadini; oggi di essa non c’è quasi più traccia. Tutti dicono: “non ne vale la pena, ti pagano il tabacco quattro soldi!” Eppure un tempo, questa coltivazione impiegava numerose persone e non c’era un angolo di paese in cui non si vedevano i lunghi tilaretti stesi a seccare.

Attorno al tabacco tutto era un fermento di attività: donne nei campi che staccavano le foglie, donne che scaricavano le ceste piene zeppe nei cortili, donne che con lunghi aghi infilavano le foglie insomma, erano le donne ad essere solitamente legate a questa attività.

Era estate quando si lavorava il tabacco e il sole salentino ardeva le campagne e la pelle dei nostri nonni. Ben poco si poteva pensare alla frescura del mare atteso il lavoro che doveva farsi in campagna: pomodori, spigolatura, mietitura ecc… e in questa stagione così intensa, era persino impensabile sposarsi e forse anche morire, sempre che a questi due eventi potesse darsi una programmazione.

L’unico momento di riposo utile a far sbollire la calura della giornata era la sera. Le famiglie sedevano all’aria nei purtij (cortili nei quali si accede da un grande portone di entrata) sperando nel soffio del venticello serale di tramontana che a discapito dello scirocco, rendeva le vesti e le carni asciutte e fresche. L’aria aperta e la scarsa illuminazione delle serate rendevano ancora più bello il cielo che, d’estate, è più ricco di stelle. Con gli occhi all’insù a osservare l’immenso, di generazione in generazione, i nostri contadini impararono a leggere il cielo, a scandire il procedere delle stagioni, intuire il tempo della semina, della raccolta. La luna propiziava la fertilità femmnile e ne misurava la gestazione, l’intero universo nella sua infinità e intangibilità portava la coscienza direttamente a Dio e a quell’unione trascendentale che sopperiva spesso alla ragione. Poi i pensieri del lavoro: si facevano i calcoli della giornata, ci si lamentava di qualche dolore reumatico e tra un tam tam di pensieri e di parole si finiva la serata con un semplice m’è calatu u’ sonnu, me curcu (mi vado a coricare che mi è venuto sonno).

Tabacchine addette alla cernita del tabacco
Tabacchine addette alla cernita del tabacco

Al fianco dell’uomo c’era la donna che, moglie e madre, per quanto impegnata nei lavori domestici non fu mai esonerata dal lavoro nei campi. Da semplice moglie che coadiuvava il marito a sciurnatiera (lavoratore pagato a giornata) al comando dei grandi proprietari terrieri, lei d’estate e alla buon ora, percorreva lunghe distanze per giungere ai campi di tabacco. Erano dette tabacchine, emblema oggi della donna lavoratrice e della ribellione proletaria femminile del ‘900. Queste donne forti e dal sangue rosso come quella terra alla quale strappavano il proprio diritto alla vita, la sera, come scrisse lo studioso leccese Cosimo De Giorgi (1842-1922) “ritornavano a frotte nelle loro case e intonavano in coro bellissime canzoni d’amore, di sdegno e di gelosia”. In questi canti che, una nuova coscienza sociale ha rivalutato di molto negli ultimi anni, c’è tutto il dramma della donna alla quale, sino alla prima metà del ‘900, non è stata mai riservata alcuna considerazione.

La sua inferiorità fisica la rendeva vittima di soprusi di ogni genere e, non meno, di violenze fisiche e psicologiche. Ripetutamente schernite, picchiate e maltrattate erano costrette a ritornare ogni giorno sul posto di lavoro perché avevano fame e rinunciando alla loro dignità per un pezzo di pane che, pur non lenendo il male fisico, almeno faceva passare il mal di pancia. Quella delle tabacchine era una situazione talmente ignobile nei confronti di un nascente proletariato che, nonostante il ventennio fascista cominciava a farsi politicamente forte, nelle parole di Giuseppe Di Vittorio (1892-1957) e Gramsci così risuonarono: “vi è una questione importante che offre la possibilità di vittoria, capace di avere larghe ripercussioni nel Mezzogiorno: quella delle tabacchine del Salento”. E allora non può che non ritornare alla mente il canto della tabacchina Fimmene fimmene, ossia quel canto di protesta femminile contro l’ingiustizia dei padroni riassunta in un realistico ritornello a doppio senso che si conclude con ne sciati doi e ne turnati quattru, cioè andate al lavoro in due e tornate gravide del padrone oppure andate in due e tornate spezzate in quattro. E poi il ritmo di questa canzone che, seppur ironica, è tanto malinconica quando, di fronte al ritornello della violenza sessuale, si sovrappone il lamento per lo scarso guadagno malgrado il gran numero di ore lavorate, la ditta nu bu dae li tilaretti […] Ca poi li sordi bu li benedicu..

Oggi, a quasi un secolo di distanza, la canzone salentina è più che mai attuale alla luce delle violenze che, puntualmente oggetto di cronaca, sembrano screditare la convinzione secondo la quale, la nostra società si sia oramai evoluta ed emancipata:

Fimmene fimmene ca sciati allu tabaccu ne

Donne donne che andate al tabacco

sciati doi e ne turnati quattru.

andate in due e tornate in quattro.

Ci bu la dici cu faciti lu tabaccu

Chi vi dice di piantare il tabacco

la ditta nu bu dae li tilaretti.

la ditta non vi dà neanche i telaietti.

Ca poi li sordi bu li benedicu

Che poi i soldi ve li benedico

bu nne ccattati nuci de Natale.

vi comprate le noci a Natale.

Te dicu sempre cu nu chianti lu tabaccu

Ti dico sempre di non piantare il tabacco

lu sule è forte e te lu sicca tuttu.

il sole è forte e lo secca tutto.

Fimmene fimmene ca sciati alle ulìe

Donne donne che andate alle olive

cugghitene le fitte e le cigghiare.

raccogliete sia quelle interne che esterne alla rete.

Fimmene fimmene ca sciati a vindimmare

Donne donne che andate a vendemmiare

e sutta lu cippune bu la faciti fare…

sotto la vigna ve la fate fare.

……

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