Cultura salentina

Graffiti e grafomani: dall’arte al vandalismo

Le biennali e le moderne accademie di belle arti ci hanno abituati, come una pedissequa applicazione di un principio ensteiniano o di un motto pirandelliano, che il concetto di arte è relativo; e noi, da bravi discepoli o furbi approfittatori, ci siamo omologati al pensiero che l’arte non sia solo ciò che piace, o diletti o soddisfi, ma qualcosa di più aleatorio, discutibile, indefinibile, sconcertante, anche incomprensibile, purché qualcuno l’abbia definita tale.

Scarabocchi sui muri
Atti di vandalismo sui muri del centro storico di Lecce

E se non ci sono dubbi che dalla preistoria alla modernità — dai graffiti sui muri della Grotta dei Cervi a Porto Badisco fino ad artisti locali contemporanei, di cui pure ci siamo occupati — il genio umano abbia dato prova, nel Salento, di un cammino faticoso e infinito alla ricerca dell’arte e del mezzo migliore per esprimerla, qualche dubbio mi resta circa gli innumerevoli scritti e disegni che imbrattano i muri del centro storico di Lecce.

Ricordo che Sgarbi, qualche tempo fa, aveva definito arte anche queste manifestazioni di grafomania, forse perché nessun writer, per usare un termine gentile, ha mai trascorso la nottata a “dipingere” la facciata o il portone di casa sua. Ebbene, dall’arte al vandalismo, il passaggio è un soffio d’aria compressa in una bomboletta spray, impropriamente scambiata per un attrezzo artistico da chi, con la complicità della notte e della scarsa illuminazione delle strade, immagina i muri in pietra leccese come una grande tela bianca e sfoga sulla vera arte, quella barocca, un bisogno di contravvenire alle regole, quelle di civile convivenza, che hanno sottratto il patrimonio architettonico all’usura e al degrado.

Scritta su un muro del centro storico di Lecce
Scritta su un muro del centro storico di Lecce

Ed è così che Lecce, barocca città lattea, è ormai bruttata, scarabocchiata, imbarbarita da firme illeggibili, figure di inanimati incisi, che tolgono alle ritrutturazioni recenti l’indicibile gusto di rinascita e pulizia, da tanto tempo agognato da turisti e residenti.

Non c’è un muro che non abbia gioito delle esperte mani di maestranze d’altri tempi in una certosina opera di recupero della bianca pietra, e non c’è muro che non abbia poi pianto dell’incivile, inutile, dissacrante e demenziale atto di vigliaccheria notturna di bande di scellerati armati di sostanze imbrattanti; vagabondi privi di rispetto per l’altrui proprietà come del valore architettonico di un centro storico che in molti ci invidiano e vorrebbero apprezzare nel suo candore.

Muro del centro storico imbrattato dai writer
Muro del centro storico imbrattato dai writer

E invece una sequenza di macchie, che il lecciso assorbe indelebilmente, mettono in bella mostra una realtà sconvolgente, una maturità assente, un disvalore celato dietro inconsuete forme di rivolta: testi di canzoni che andrebbero scritte sui diari; topini di nero pennarello che si inseguono fra un concio e un altro delle facciate; dichiarazioni d’amore che la ragazza cui sono dirette non leggerà probabilmente mai, se non passerà da quel vicolo; un acronimo che nessuno sa cosa significhi.

Vi sono strade condannate a sfoggiare la sovrapposizione di scritte che si fanno la guerra per restare in evidenza, talune anche in dispregio della lingua italiana. Qualche writer crede, senza modestia, di poter concorrere con i fregi barocchi; qualcun altro sperimenta nuovi inutili e illeggibili pittogrammi, altri ostentano una falsa temerarietà nei confronti delle forze dell’ordine.

Se qualcuno di questi incivili grafomani stesse leggendo questa denuncia non pensi di aver trovato la gloria sperata, perché se è vero che scripta manent, gli scarabocchi su muri, portoni, statue e beni collettivi vanno via con la prossima pulizia e con l’indifferenza delle persone verso cotanta stupidità.

Resta tuttavia l’amara constatazione che il barbarismo si perpetra nell’inerzia della comunale amministrazione, il cui controllo si ferma di fronte alla mancanza di interesse (politico?) verso la cultura e la protezione dei beni della città, come dire: chi soffre il danno, se lo pianga.

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10 pensieri riguardo “Graffiti e grafomani: dall’arte al vandalismo”

  1. Accidenti, e io che ho scritto di graffiti. Comunque hai ragione, ci sono luoghi che dovrebbero essere inviolabili. Luoghi d’arte e di cultura soprattutto. Riguardo alla provocazione di Sgarbi, a prescindere dal parere personale non esattamente positivo che ho di lui, distinguerei fra scritte più o meno idiote e forme d’arte diverse. Comprendo, da pittore saltuario ma affaticato di muri esterni, la rabbia e lo scoramento. Però non ne farei questione di arte o non arte. Solo di imbecillità. Ho visto murales stupendi su muri messi a disposizione da pubbliche amministrazioni, anche in Salento. Sono veramente belli e dipinti su muri veramente orribili. Valeva la pena di metterci un pò di colore, e di ricoprire le brutture che architetti o geometri senza senso estetico hanno fatto colpevolmente. Scusami Agnese, è solo un tentativo di vedere il bicchiere mezzo pieno. Il tuo pezzo è condivisibilissimo.

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  2. Cara Agnese, il tuo pezzo è pienamente condivisibile nel suo messaggio centrale, non in alcuni dettagli. Chiarisco. Bisogna evitare anzitutto di confondere il writing (arte del graffitismo) con l’imbrattamento di muri per mezzo di scritte demenziali o altro: il tuo titolo, per esempio, è assai fuorviante in tal senso. Le tre foto che riporti ci possono aiutare a fare qualche minima distinzione: nell’ultima abbiamo una tag (cioè la firma di un writer), nelle altre due cogliamo invece l’esibizione scritta di un qualche deficiente (non saprei come altrimenti definire). Sono cose diverse, anche se ciò che in questo caso accomuna gli autori delle tre “opere” è la stupidità e l’inciviltà che li hanno portati a scrivere dove non avrebbero dovuto (centro storico, private abitazioni ecc.). Tuttavia bisogna evitare confusioni: la questione -spesso dibattuta- di spazi urbani da consegnare alla creatività dei writer non dovrebbe avere niente a che fare con la stupidità di chi imbratta muri privati o edifici storici.
    E’ sempre un piacere leggerti.
    Saluti

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    1. Ciao Pier Paolo,
      avevo messo in conto che una larga parte dei lettori sottolineasse l’esistenza di “un’arte” del graffitismo, e d’altronde io stessa non l’ho mai esclusa; escludo tuttavia a priori che qualunque “arte” possa essere espressa in dispregio degli altrui diritti e del patrimonio pubblico. Non accetto che una persona che studia come elaborare una “firma artistica” l’apponga poi dove capita: lì non c’è arte, ma inciviltà e vandalismo.
      Quanto al titolo è solo una provocazione: i graffiti sono un’arte se ben espressa; gli spazi per esercitare l’arte ci sono e l’amministrazione locale a suo tempo ne mise a disposizione alcuni, anche se la sua scelta non fu molto felice; pertanto, anche le tag, come chiami tu queste firme, devono rispettare le regole o inevitabilmente scadono nel vandalismo quando non lo fanno.
      Scusa l’intransigenza, ma ho sofferto in prima persona questi atti, quando una mattina mi sono svegliata e ho trovato una “tag” sulla fiancata della macchina.
      Se avessi preso questo “artista”, fosse stato anche un Fontana, lo avrei denunciato; tra l’altro ritengo che per punizione questa gente dovrebbe essere obbligata a pulire tutto quello che imbratta, così forse saprebbe quanto lavoro costa ripulire una facciata dopo che loro l’hanno “firmata”.
      Per concludere, anche un’opera d’arte come questa: http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/8/89/Graffito_di_Raptuz.jpg, se fatta su Santa Croce dovrebbe essere rimossa.

      Un saluto

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  3. Nulla da eccepire Agnese, ovviamente anche il più ammirevole dei murales va fatto necessariamente dove può essere fatto, ossia dove non reca danni al patrimonio pubblico o alle proprietà di privati ignari. Mi premeva solo chiarire con certe distinzioni che si può al contempo condivedere con te l’intransigenza per questi atti vandalici senza tuttavia, per questo, mettere in discussione il valore e la bellezza della forma d’espressione artistica di cui discutiamo, ormai gustamente ricompresa anche nei manuali di storia dell’arte. Quello che ha firmato la tua macchina, beh, sarà stato il figlio di qualche carrozziere! 😉

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    1. senza tuttavia, per questo, mettere in discussione il valore e la bellezza della forma d’espressione artistica di cui discutiamo, ormai gustamente ricompresa anche nei manuali di storia dell’arte.

      Vedi Pier Paolo, forse è una mia deformazione professionale; ho studiato diritto e nel mio mondo accademico la forma è sostanza: quindi parlare di bellezza della forma d’espressione artistica quando in ballo ci sono interessi collettivi e il patrimonio monumentale non lo reputo consono; se quelle opere fossero state realizzate in contesti autorizzati, allora avrei parlato di forme d’espressione artistica, e in quest’ultimo caso avrei accettato che la storia dell’arte si occupasse di studiarle. Ma poiché queste opere deturpano, non le definirei espressioni artistiche, giacché non rispettano l’arte.

      Quello che ha firmato la tua macchina, beh, sarà stato il figlio di qualche carrozziere!

      Io avrei detto figlio di…, ma suppongo che non sia molto gentile 🙂

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  4. Mi permetto di esprimere qualche riserva sul valore artistico di quella firma; ho i diari delle scuole medie pieni di quel tipo di scritte senza mai sognarmi, ovviamente, di definirle arte.

    Sull’essenza dell’arte moderna ci sarebbe molto da discutere e il fenomeno dei writer credo sia figlio, per certi versi, della smodata abitudine a considerare arte qualsiasi forma di produzione prescindendo da qualsivoglia canone di bellezza; certo oggi sono altri i metodi di “misura” ma consentitemi di dissociarmi. 🙂

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  5. La discussione diventerebbe infinita e, temo, senza sbocco alcuno. Apprezzo molto l’arte moderna e contemporanea. Apprezzo ed amo l’informale. Detto questo rimane il fatto che ci sono miloni di pittori e poche decine di artisti. L’arte contemporanea (Arte, con la maiuscola) è figlia di Giotto e di tutta la storia dell’arte. E cerca modi espressivi nuovi e adeguati alla realtà che ci circonda. Ho sentito troppe volte dire di un informale, ma anche di Picasso “questo lo sapevo fare anch’io”. Il problema è il percorso che un artista compie per arrivare a quel punto determinato. I tagli di Fontana, per quanto mi riguarda, hanno la valenza artistica di moltissime opere dell’antichità. I canoni di bellezza non sono totem indiscutibili ed unici. Molti writer sono poco più o poco meno di ragazzini senza arte nè parte, questo non toglie che ci sia in alcuni casi, della genialità in loro. E qui mi fermo. Mi rifermo, pardon.

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    1. Credo che stiamo un po’ aggirando il problema: qui non si tratta di stabilire cosa è arte e cosa non lo è; leggendo il libro di Francesco Bonami (“Lo potevo fare anch’io”), mi è spesso balenata l’idea che alcuni artisti sono figli dei critici e non della propria arte: Duchamp non credo abbia fatto sognare molti ammiratori, come invece un Botticelli o un Michelangelo. Detto ciò, alcuni writer dovrebbero invece prendere proprio spunto da Duchamp, quando diceva: “Preferisco respirare piuttosto che lavorare”, così forse alcuni atti di vandalismo ce li avrebbero risparmiati.
      Ma poiché la discussione è sempre un momento di crescita, vorrei ribadire il concetto che mi sta più a cuore: i veri artisti rispettano sempre il lavoro dei loro colleghi, quindi anche i writer, se si ritengono tali, devono rispettare i monumenti e il lavoro degli altri.
      Quanto alle abitazioni private resta un fatto di diritto, e poiché le regole servono — ubi societas ibi ius — non vedo perché loro non le debbano rispettare.
      Sull’arte contemporanea non mi addentro, poiché non sono ferrata sull’argomento, sebbene concordi con Gianfranco quando dice che talvolta manca il concetto di bello; vale anche quello che dici tu, Gianni, talvolta c’è genialità, ma permettimi di aggiungere che non sempre “genialità = bellezza”. I tagli di Fontana li terrei in cassaforte per il valore che hanno acquistato sul mercato, ma un quadro di Leonardo lo terrei in bella vista, perché guardandolo mi regalerebbe emozioni. Ad ogni modo, così è se vi pare, diceva Pirandello, e quindi a ciascuno il suo concetto d’arte, ma sugli atti di vandalismo non c’è da discutere.
      Saranno forse ragazzi, ma i writer che sporcano i muri, sia pure con bei disegni o tag (come li chiama Pier Paolo), sarebbero da punire quanto meno con i lavori sociali.
      P.S. Anche il termine writer, riferito agli imbrattatori di monumenti, non mi piace: addolcisce la pillola, ma non cambia la sostanza, giacché questi restano imbrattatori.

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  6. Aggiungo un dettaglio non marginale che è per ora rimasto fuori da questa discussione interessantissima, meritevole di essere fatta in ogni caso, anche qualora (com’è molto probabile) non dovesse portare ad un accordo positivo tra le parti che discutono:l’argomento è infatti gigantesco e molto complesso, suscettibile di infiniti punti di vista.

    Nel mondo della produzione artistica, dalla notte dei tempi, vi sono due soggetti che interagiscono tra loro: l’artista e il committente. Quest’ultimo naturalmente può essere rappresentato da diversi tipi di “soggetti”: un individuo, un’istituzione, un’intera comunità, ecc. Il committente è l’anima dell’opera d’arte, è la sua ragion d’essere.
    Nel periodo contemporaneo, con i profondi mutamenti occorsi nella produzione artistica e il suo deciso immettersi nel “mercato”, al committente in senso tradizionale si è affiancata la figura dell’acquirente. L’artista produce, si mette in vendita con varie forme di autopromozione, viene acquistato.

    Il problema del Graffitismo, a monte della sua definibilità come arte o meno, è identificarne il committente (o l’acquirente). E, va da sé, stabilire a livello legale i confini del diritto di tale committente rispetto al resto della comunità. Vale a dire: se io sono proprietario di una casa nel pieno centro storico di Lecce e ho un bel muro di pietra leccese al piano terra, posso commissionare un graffito, non necessariamente “brutto” (per esempio, quello postato da Agnese), per ornare quel muro?

    Le città si danno un volto, è un bisogno dell’uomo, credo: un bisogno di identità. La risposta potrà essere sì o no, a seconda del volto che quella città vorrà avere.

    Ma tornando al problema del committente: chi è il committente dei graffiti cittadini?

    Se Michelangelo o Raffaello avessero approfittao della notte o dell’assenza da casa di Giulio II per dipingergli le pareti delle stanze e il soffitto della sua cappella privata a loro gusto e piacimento, è molto probabile che appena tornato l’iracondo papa della Rovere li avrebbe invitati poco amorevolmente a buttar giù tutto e rifargli i muri e i soffitti belli puliti come li aveva lasciati.

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  7. Cara Valentina,
    è decisamente un punto di vista originale il tuo, e a mio parere giustissimo; a parte il fatto che vi sia o meno un committente di graffiti — e dubito che ci sia — vi sono almeno due aspetti legali importanti: 1) a Lecce, come in altre città, vige un piano del colore, che impedisce ai propri cittadini di disporre liberamente della proprie facciate; serve un’autorizzazione comunale per modificare il colore dei prospetti del centro storico, è assai ristretto il range di scelta della tipologia di tinte utilizzabili, il progetto richiede la firma di un professionista, le ditte incaricate dei lavori devono avere talvolta alcune certificazioni e sicuramente è escluso che si possano dipingere murales o altro. Come dici tu, le città si danno un’identità, e pur essendo opinabili alcune scelte amministrative, l’obiettivo è condivisibile. 2) Resta subordinato al primo punto il diritto di proprietà costituzionalmente sancito, che pare sia proprio quello che questi soggetti si divertono a calpestare.
    So’ ragazzi? Può darsi, e in fondo lo siamo stati tutti, ma per fortuna molti di noi hanno rispettato e rispettano tuttora il principio di “non ledere”.
    Un saluto

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