Storia

C’era una volta l’America

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La registrazione degli emigranti, 1891, in Rivista Illustrata delle Famiglie

Nel 1880, una grave crisi agraria colpì l’economia europea. L’arrivo del grano americano nel vecchio continente portò un crollo generale dei prezzi che di riflesso colpì pesantemente il meridione d’Italia.  Andarono in crisi tutte le economie familiari e in particolare quelle che si basavano sul lavoro agricolo, le loro piccole proprietà divennero poco redditizie e insufficienti allo stesso sostentamento della famiglia. Il mancato intervento governativo in materia di riconversione del sistema produttivo meridionale, fece il resto. Tra le conseguenze di questo stato di cose l’emigrazione di massa, diretta principalmente verso gli USA, che contrariamente all’Europa in quegli anni era nel pieno del suo sviluppo industriale e manifatturiero, fu la più triste e desolante. Molte famiglie abbandonarono la loro patria per il sogno americano, ma la realtà che li attendeva non era delle più serene, anche se la democrazia americana faceva ben sperare i nostri paesani.

Le navi solcavano giornalmente l’oceano, portavano dagli USA verso l’Europa granaglie e merci e ritornavano a New York stracolme di emigranti. L’isola di Ellis, approdo newyorkese degli emigranti e dagli italiani nominata “isola delle lacrime”, accolse ben 4.000.000 esuli e di questi ben il 70% era italiano! Ma la tragedia non finiva con l’approdo. L’emigrato doveva sottostare a minuziosi controlli medici e amministrativi prima di avere libero accesso nella terra americana e poi la vita a New York nel quartiere di Little Italy non era la più facile considerando che la cosiddetta mano nera italiana, figlia della mafia, esercitava un controllo assoluto sull’immigrazione europea. Così scriveva un anonimo corrispondente da New York alla redazione del Corriere illustrato delle Famiglie nel 1891:

Una famiglia di emigranti italiani, 1891, in Rivista Illustrata delle Famiglie
Una famiglia di emigranti italiani, 1891, in Rivista Illustrata delle Famiglie

“[…] Le due sorgenti di aumento della nostra popolazione sono: le nascite e la emigrazione, e questa entra negli Stati Uniti quasi tutta dal porto di Nuova York. Trattandosi di un arrivo mensile di 40.000 a 50.000 individui, si sentiva l’imperiosa necessità di un locale adatto a ricoverarli per il momento. Fu scelto a questo scopo Ellis Island, un isolotto vicino all’isola di Bedloe, dove s’innalza la statua colossale della Libertà. L’isolotto misura due ettari e mezzo e prima serviva di magazzino navale, ora è stato ingrandito di quasi il doppio. Sul terreno dove prima si trovava il Castle Garden, antica fortezza, è stato costruito un locale adatto a servire di stazione d’arrivo per gli emigranti. […] Il grandioso locale fu inaugurato il 1° ottobre u.s.. E’ un fabbricato di due piani, largo 150 piedi e lungo 400 e costerà 200.000 dollari […].  Può contenere 10.000 emigranti in un giorno e vi è un grande magazzino per il bagaglio di altrettante persone. Quando un bastimento entra in porto, sbarca prima i passeggeri di 1° e 2° classe; poi quelli di 3° classe per mezzo di zattere sono condotti all’isola Ellis. Nell’entrare nella nuova stazione i medici fanno l’ispezione e se scorgono uno zoppo o guercio, o chiunque sia disadatto alla vita operosa d’un emigrante, lo trattengono e lo passano nella sala di detenzione, gli altri proseguono fino al secondo piano e sono separati in dieci fila, per marciare lungo dieci aule, dove gli agenti fanno l’interrogatorio richiesto dalla legge e li registrano; al di là di queste aule stanno due specie di stie, in una di queste vanno quelli diretti a Nuova York e sobborghi, nell’altra, ed è la più affollata, vanno quelli destinati agli Stati ed ai territori lontani. Chi credesse di assistere a qualche scena teatrale nella condotta di questa gente, delle dimostrazioni di gioia per essere arrivati all’ombra della statua della Libertà, di udire espressioni di rimpianto per aver lasciato la patria, o di timore o ansietà per l’avvenire, sarebbe deluso dalla sua supposizione. Non vi è nulla di tutto questo. E’ gente tranquilla e paziente, perfettamente conscia che non c’è nulla da fare fuorché aspettare il proprio destino. Mi colpì un gruppo di miei compatrioti del mezzodì d’Italia e mi pareva di non aver veduto da un pezzo una famiglia che rappresentasse così perfettamente il nostro tipo di meridionale come quelli. […]. Due fratelli svizzeri si distinguevano per la loro perfetta indifferenza e pacatezza. Aveva lasciato le loro care montagne spinti dalla miseria; ed erano venuti determinati a sopportare tutto come bestie da soma, pur di riuscire a raggranellare il tesoretto occorrente a ritornare in patria. Dopo che tutti gli emigranti furono passati sotto esame, e registrati tutti quelli che avevano l’intenzione di partire per lontani territori, questi venivano condotti alle zattere e trattenuti costì sino alla sera, quando cioè dovevano recarsi ai treni per gli emigranti, che partono sempre di notte, gli altri invece venivano messi in libertà dopo di aver ricevuto tutte le informazioni necessarie e l’aiuto possibile. Certo il filantropo si rattrista dinanzi ad un simile spettacolo e pensa come sia lontano ancora il tempo in cui l’industria e l’agricoltura rigogliose, le spese per gli armenti abolite, ognuno potrà avere pane e lavoro in patria. Ma finché l’ideale non si raggiunga, è meglio per quei poveretti correre un rischio in lontani paesi, che avere, nel proprio, la sicurezza della miseria”(1).

Assistiamo ancora oggi all’emigrazione di tanti nostri giovani che dopo dispendiosi anni di studi non trovano lavoro. Preparati, intelligenti e pieni di buona volontà sono pronti ad allontanarsi dalla loro terra verso il nord dove con buona probabilità troveranno da lavorare. E’ atroce assistere impotenti di fronte a questa fuga di uomini che potrebbero dare slancio all’economia e all’idea imprenditoriale del meridione sollevandolo dallo stato di prostrazione che ormai da troppi anni lo deprime. Oggi sono cambiate le dinamiche dell’emigrazione, sono cambiati i luoghi d’arrivo, è maturata l’idea di mobilità del lavoro ma non è cambiato l’amore dell’uomo per la sua terra natale ed è per questo, che anche il nuovo emigrante continuerà a provare dolore e tristezza quando penserà al suo paese e magari, ancora una volta, penserà di essere tradito dalla sua stessa gente.

(1)   Tratto da: “L’emigrazione in America”, sta in: Corriere Illustrato delle Famiglie, Anno I, N. 3, Milano 29 Novembre 1891, p. 2 – Tipografica Editrice Verri, Milano

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