Pensiero meridionale

Datemi una leva e vi solleverò il mondo

La “questione meridionale”, quell’atavico pensiero legato a concetti di arretratezza, anomalia storica e culturale, costante fabbisogno di risorse e puntuale spreco delle stesse, ritornata in auge in questi giorni, sta acquisendo toni fra il comico e il patetico: mi ricorda un po’ una barzelletta di molti anni fa, nella quale il protagonista era un neonato.

La centrale Federico II di Cerano domina la costa
La centrale Federico II di Cerano domina la costa

Il papà arriva trafilato in ospedale, impaziente di vedere il suo bambino, Ugo, appena venuto alla luce; comincia a chiedere nel primo reparto di neonatologia dedicato ai “bambini bellissimi”, ma lì il suo piccolo non c’è. Sale un piano e chiede al reparto “bambini belli”, ma neanche lì lo trova. Poi passa al reparto “bambini bruttini”, quindi “bambini brutti”, “bruttissimi” e, infine, all’ultimo piano dell’ospedale, ormai scoraggiato, scopre che al suo piccolo Ugo hanno intitolato il reparto, talmente originale era la bruttezza di questa creaturina.

Bene, ora al Meridione, non potendo intitolare un reparto di cura, forse perché qualcuno ritiene che non esista una medicina per tutti i mali che affliggono questa parte d’Italia, hanno pensato di intitolare un ministro, ma la sostanza è la stessa: il Sud, ancora una volta, viene ricordato per quella miscela di guai, che il retaggio storico ha impresso come un tatuaggio indelebile, come un male incurabile.

E siccome il coagulo dei problemi sta rischiando di provocare una vera e propria trombosi, a sentir parlare le testate nazionali, al Meridione — secondo Lombardo, governatore della regione Sicilia — non basta un ministro, ma ha bisogno di un intero parlamento che si occupi di lui.

La querelle, come al solito, è partita dalla proposta del Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, di rilanciare il Sud e affrontare, da moderno Superman, i suoi innumerevoli problemi, noncurante del fatto che uno di questi ultimi è la spaccatura che si è creata fra il Sud e il Centro-Nord, alimentata dalla Lega e da chi vede nelle peculiarità del Sud, non una risorsa, ma una palla al piede, come se tutte le disfunzioni economiche e amministrative fossero prerogative meridionali.

Questa sembra l’Italia dei figli e figliastri: nel governo c’è un partito del Nord, ma il Premier non vuole un partito del Sud, anche se qualcuno fa notare che questo strano Meridione d’Italia è in realtà un bottino da contendersi: QUASI un milione di voti e un “tesoro” di fondi pubblici da proteggere dalle grinfie della Lega.

Ora, cosa sarà successo mai perché Berlusconi sollevi a luglio la “questione meridionale”? Un colpo di sole? O il polverone di battute succeduto al rapporto SVIMEZ, al quale ha fatto riferimento Gianfranco Budano su questo sito? Staremo a vedere, nel frattempo però non riesco a frenare il bisogno di riflettere su alcuni controsensi.

Mi viene in mente che l’unico momento in cui il Sud diventa rilevante e trainante — una sorta di terra dell’oro, una zona da colonizzare è in sede elettorale; le votazione mettono in luce un aspetto saliente della Repubblica democratica: i voti del Mezzogiorno d’Italia valgono quanto quelli dell’opulente e precisino Nord, e senza di questi molti politici del settentrione, candidati in circoscrizioni meridionali, non avrebbero una carriera parlamentare.

Poi mi sovviene il dibattito sull’insufficienza dell’energia elettrica e sul nucleare: Bossi voleva tassare di più l’energia nelle regioni del Sud, dimenticando che la nostra asfissiante e avvelenante centrale di Cerano soddisfaceva nel 2006 circa il 5% del fabbisogno nazionale di energia elettrica, nella convinzione che l’ambiente circostante fosse salvo. Poi si è pensato di alloggiare una centrale nucleare nel Salento, dimenticando che il referendum del 1987 aveva espresso il rifiuto della scissione dell’atomo nella stessa zona. Forse se chiudessimo i rubinetti, Bossi non avrebbe nulla da tassare e dovrebbe ripensare il Nord e le sue pretese.

Infine mi ritorna l’immagine di una Taranto, che nel 2008 è passata agli annali come la città più inquinata di Italia, con quelle strade rossastre per i depositi ferrosi dei pulviscoli industriali: l’ILVA, quell’imponente complesso industriale, che dà lavoro a migliaia di persone e alimenta il dibattito sull’incremento dei tumori in Puglia, non è più meridionale dopo l’ingresso nel gruppo Riva. Come dire, i veleni restano nel Salento e il denaro parte in vacanza sulla costa ligure. Ma come una sorta di legge del contrappasso, insieme ai soldi sudati di operai che rischiano il tumore, partono per il Nord anche quelli della mafia, come ha dimostrato Saviano e come è stato messo in luce in una puntata di Blu Notte intitolata “La mafia del Nord”. Inconvenienti della globalizzazione?

Nella sostanza, ancora una volta siamo a discutere di ignoranza dei fatti e della storia e di superficialità nei giudizi verso il Sud: il Meridione soffre il fatto che per anni è stato oggetto di sola propaganda elettorale, senza nessun intervento sensato sull’economia, sul sistema politico, senza controlli sulla gestione, senza investimenti per lo sviluppo delle peculiarità, del patrimonio culturale e dell’impiego delle risorse umane, che non mancano. Il territorio è stato alla mercé di attività industriali indiscriminate per affrontare – si è detto – la crisi occupazionale.

E quando si parla poi di occupazione è come tirare la linguetta di una bomba a mano: poiché il lavoro manca, vanno bene tutte le soluzioni anche se deturpano, sporcano, inquinano, distruggono, ricattano e infine mettono in ginocchio un territorio.

Al nuovo ministro, se mai ci sarà, vorrei ricordare che l’art. 5 della Costituzione Italiana recita: “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali” e ciò vuol dire che i meridionali sono italiani, non appartengono a una specie aliena; sono lavoratori, se messi in condizione di lavorare e hanno il diritto di promuovere la propria “originalità”, di difendere il proprio territorio, la propria cultura, nel rispetto dei principi di convivenza.

Relativamente al partito del Sud, che ha sollevato in un moto di rivolta l’intero PDL, è ancora un fatto costituzionale: benché per formazione personale non sia d’accordo con un campanilismo esasperato, la Costituzione dice che siamo tutti uguali; se il Nord ha il suo partito, anche il Sud potrebbe averne uno proprio; Gianfranco Fini ha detto, a tal proposito: “Un Partito del Sud non serve. Serve un partito nazionale che faccia davvero gli interessi del Sud”, ma mi chiedo: quale sarebbe questo partito nazionale, la lega lombarda? Cos’è, una figura retorica? E’ un po’ come dire che per alleviare prima le sofferenze di un malato curabile, lo si sopprime.

Archimede diceva: “Datemi una leva e vi solleverò il mondo”; parafrasandolo con un pensiero a questa mia terra, potremmo dire: “Dateci il rispetto e risolleveremo il Sud”.

3 pensieri su “Datemi una leva e vi solleverò il mondo”

  1. Condivido quasi per intero le considerazioni di Agnese. In particolare sottolineo come nominare un ministro ad hoc per il sud ricordi tanto la cassa del mezzogiorno. E lo si fa nel preciso momento in cui un primo ministro teme di perdere pezzi della sua maggioranza. E’ già stretto da una lega nord che gli impone scelte, averne anche una sud che tira dall’altra parte gli limiterebbe la capacità di movimento. In un momento in cui deve ritemprare le forze dopo le fatiche di villa Certosa. Però la creazione di un partito del sud contrapposto a quello del nord non mi pare una soluzione valida per una serie di motivi. Ho assistito, impotente e con inconsapevole leggerezza di analisi, condivisa per altro con ampie frange di persone che non hanno capito, alla nascita di quella che è divenuta un vero e proprio cancro per la democrazia: la lega nord. Si era verso la fine degli anni 80, e qualche individuo un po’ folkloristico e da avanspettacolo andava in giro chiedendo l’indipendenza per il nord. E il capo di questi improvvisati giullari veniva anche eletto senatore. La lega nacque dalla fusione di movimenti locali: lega nord Piemont, liga veneta, lega lombarda, ed altri che rivendicavano territorialità non tanto come protezione delle culture locali (delle quali a loro non fregava nulla in quanto vedevano solo l’aspetto meno culturale e più becero delle tradizioni), quanto dell’economia (Padroni a casa nostra). E lo facevano andando a rovistare nel patrimonio genetico delle destre più estreme che hanno imbarcato a piene mani nei loro movimenti. Emblematico un video che gira su you tube, dove Borghezio insegna a estremisti di destra francesi come utilizzare il territorialismo come leva per portare avanti “altri” valori. “Va a ca terun” scriveva la liga veneta. Era infatti già presente la parola d’ordine “il sud si arrangi”. Poi arrivò tangentopoli e molti, di ogni parte politica, ma in buon numero appartenenti alla sinistra, si sentirono in dovere di dare una svolta, qualunque fosse, e di rivolgersi a partiti fuori dalle tradizionali caselle: destra, sinistra, centro. Quasi a significare che le ideologie, di qualunque natura, fossero rottami inutili. Da allora iniziò l’escalation della Lega Nord. Crescendo subì anche una lotta intestina senza esclusione di colpi. Perché avevano capito di avere un potenziale che gli permetteva di potersi spartire quel che “Roma ladrona” dava loro. Così quella che potremmo chiamare l’ala moderata di quel partito uscì di scena. I Farassino, i Formentini e molti altri furono messi da parte per lasciar posto all’ala più reazionaria e vincente della Lega. Le fortune dei Borghezio, Maroni, Castelli e via dicendo nascono proprio in quel periodo. Una guerra in perfetto stile prima repubblica e vecchi partiti organizzati in correnti. Non hanno innovato nulla al loro interno, hanno esaltato un campanilismo nichilista e xenofobo, hanno messo assieme una schiera ampia di semianalfabeti che avevano ed hanno il solo scopo di sostenere i capibastone di turno. Le teste pensanti hanno organizzato quello che era il patrimonio delle sinistre di un tempo: contatti con le persone, sezioni diffuse e via dicendo. Il resto è storia nota, dalla caduta del primo governo Berlusconi in avanti. Poi è passato il tempo ed hanno imparato a districarsi fra Roma ladrona e il territorio in modo disinvolto. A Roma si abbracciano con lascivo amore Fitto e Salvini e votano uniti e compatti. Il sabato tornano nei loro territori e il secondo canta inni che conosciamo e fa comizi in cui i “napoletani” (intesi come abitanti del centro sud) devono starsene a casa loro.
    Questa, in estrema sintesi, è la storia della lega. La stessa che invoca gabbie salariali, padroni a casa nostra, e via dicendo.
    Al sud i problemi sono quelli di sempre. Amplificati, è vero, da una forza nordista al governo, del quale detiene salde le redini. Come rispondere a questa sciagura? Non ho la ricetta per farlo, ho solo alcune convinzioni maturate nel tempo. Il problema del creare un partito del sud non sta nella Costituzione. Nessuno può negare a nessun altro alcunché. Il problema è “perché?” Non si corre il rischio, auspicato dalla stessa lega nord, di contrapporre localismi che continuino a coltivare piccoli orticelli? E’ vero che i governi centrali hanno da sempre sacrificato il meridione in nome e per conto dell’interesse del nord. Ed è altrettanto vero che politici meridionali DOC dediti al gioco delle clientele, hanno di fatto schiavizzato chi era già schiavo, con un gioco al massacro in nome e per conto delle cosche. La cronaca giudiziaria è piena di informazioni a tal riguardo. Ed ora assistiamo all’inquietante spettacolo di parlamentari, ministri, viceministri meridionali che, in nome e per conto di un’alleanza di governo, accettano ogni laccio imposto dalla lega nord. Però hanno in cambio la garanzia di potersi gestire il territorio come meglio credono, magari acquistando voti, magari gestendo rifiuti come sappiamo. La mia paura più grande per una formazione de sud sta proprio nel fatto che si ingessino e crescano le contraddizioni nel divario fra nord e sud, e che quest’ultimo divenga ancora più avviluppato in sé stesso e nelle clientele. Che ci si rinchiuda in nicchie auree per alcuni, in gabbie infernali per i più. La Costituzione, per fortuna, è chiara e limpida, il problema sta nei rappresentanti del sud in parlamento. Da tempo qualcuno chiede conto ai Fitto, ai Mantovano, ai Barba e via dicendo, di fare chiarezza sui loro rapporti con chi li chiama, in ogni comizio, “terroni”. Nessuna risposta a riguardo. Quasi la ragion di stato possa travalicare il rispetto delle persone. Un partito del sud per bilanciare cosa? Non sarebbe meglio essere rappresentati da chi i problemi del sud riconosce e ripropone? Certo, la situazione attuale potrebbe portare ad una richiesta di federalismo. Però se non è solidale, per il sud tutto è la sciagura più grande che possa capitare. Perché i flussi di denari sono al nord. Portati anche dalle mafie. E sono quattrini che, questi si, non fanno assolutamente schifo a Borghezio.

    E come dici giustamente: “ i meridionali sono italiani, non appartengono a una specie aliena; sono lavoratori, se messi in condizione di lavorare e hanno il diritto di promuovere la propria “originalità”, di difendere il proprio territorio, la propria cultura, nel rispetto dei principi di convivenza.”
    Non vorrei però confondere la difesa della cultura e del territorio, con l’economia e le scelte politiche. Sono cose diverse. Difenderò a spada tratta la ricetta della bagna cauda, questo non mi impedisce di salutare con favore tutto ciò che arriva da altre terre e di rispettare altre culture, siano esse salentine o mussulmane.
    Prima di un partito del sud che potrebbe trasformarsi, come la lega nord, in un rischio per la democrazia stessa, si chiedano politici del sud che sappiano coniugare cultura locale con economia nazionale. Si chieda conto a questi signori di come e quanto fanno per il territorio. Si chieda conto del perché si sbracciano a difendere il nucleare, del quale il Salento non è assolutamente fuori al momento, né per la produzione, soprattutto per lo stoccaggio di scorie, e non dicono una parola sul fatto che la Puglia è passata da zero produzione di energie alternative, all’esportazione dell’80% di quanto prodotto con il sole e il vento. Ma si chieda conto del perché permettono che il sud sia ancora in mano a cosche come la camorra, la mafia, il “sistema” (come lo chiamava Basile). Organizzazioni che non potrebbero sopravvivere senza agganci molto dentro le cose di Roma. Un rivoluzione vera ci sarà non quando si varerà il partito del sud, ma quando si metteranno le basi di dialogo vero in Italia, di scambio, di solidarietà.

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  2. Ciao Gianni,
    il tuo commento poteva essere un bell’articolo, ma poiché non lo è stato, le mie riflessioni seguiranno in questa sede.
    Il partito del sud, a mio avviso, è solo una delle tante sciocche provocazioni nel tentativo di smuovere il Governo; non ha ragione di esistere un partito del sud, perché il sud è già stato isolato per troppo tempo, e non credo che abbia bisogno di un altro elemento di isolamento.
    Mi viene da pensare che se fosse stato vivo Pertini, il problema non sarebbe mai stato sollevato.

    Tuttavia, non si può negare che un contraltare alla Lega lombarda ci vuole, e purtroppo i nostri politici locali non possono dare un valido contributo, perché perfettamente integrati nel sistema. Uno dei bandoli della matassa è fondamentalmente la mancanza di lavoro: la disoccupazione crea clientele a tutti i livelli, ma soprattutto crea la convinzione del “si salvi chi può”: tutto è lecito per sfamarsi e sfamare le proprie famiglie. Ricordo che, quando si candidò Berlusconi per la prima volta, a Lecce, vicino ai seggi elettorali, piroettavano graziose ragazze su pattini a rotelle, che distribuivano caramelle e i biglietti elettorali con la faccia di Berlusconi. Ci addolcivano la pillola o pensavano di comprarci con le caramelle?
    In realtà era marketing, né più né meno di quello che sfrutta l’immagine di un sud in ginocchio per reclutare leve e soldi.
    Prendo spunto da questo tuo passo: “Si chieda conto a questi signori di come e quanto fanno per il territorio. Si chieda conto del perché si sbracciano a difendere il nucleare”; non c’è bisogno di chiedere, perché la risposta è quasi scontata: il nucleare significa costruire centrali, significa dare appalti, e poi posti di lavoro. E’ un semplice elementare ricatto alla luce del giorno, di cui molti salentini sono coscienti, ma pochi hanno la capacità di opporsi: è un po’ come comprare un gratta e vinci, speri sempre che uno di quei posti sia tuo, anche se in fondo al cuore sai che queste scelte le pagherai insieme ai tuoi figli e ai tuoi nipoti.
    Non giustifico, ma cerco di capire…
    La tua paura più grande è anche la mia: questo divario nord-sud è passato da economico e sociale a intellettuale e ideologico, e questo, a lungo andare, sancirà la fine materiale della Repubblica. La chiarezza della nostra Costituzione riposa sulla volontà di tenere in vita alcuni principi, ma come sai la nostra Costituzione ha subito rimaneggiamenti profondi da quando il Governo Berlusconi ha messo radici in Italia. Questa considerazione è anche alla base del perché non condivido progetti federalisti, che in realtà sono sinonimi di movimenti secessionisti.
    Infine, il problema mafia: il sud ha ancora nell’immaginario collettivo questa fama di terra soggiogata dalla mafia, e dire che la mafia a sud non esiste, sarebbe stupido; tuttavia, credo che il fenomeno mafioso interessi tutta l’Italia e a tal proposito ricordo una frase di Andreotti al quale chiesero per chi votasse la mafia; rispose: “La mafia vota per chi vince”, ergo la mafia sta anche a nord, solo lavora in guanti bianchi.
    Un’ultima cosa. C’è un male di cui ancora il sud non soffre e che è tutto settentrionale: l’intolleranza nei confronti di quelli che a nord vengono definiti “vucumprà” e che lì vengono tenuti a freno dall’esercito. Da noi questi ometti stracarichi di roba attraversano le spiagge e i lidi privati, e talvolta scherzi con loro per quel dialetto imparato qua e là. Mi sembra uno spreco chiedere all’esercito di togliere gli ambulanti dalle strade; un militare che ha anni di servizio alle spalle potrebbe essere impiegato più proficuamente nella lotta alla mafia e alla camorra.
    Resto sempre molto soddisfatta quando persone del nord, come te, leggono con interesse ciò che riguarda la mia terra e cercano di analizzare, con occhi imparziali, la situazione del sud; è segno, credo, che non tutto è perso.

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  3. Cara AGNESE,condivido a pieno il tuo articolo,purtroppo un granello di sabbia non fa’ il deserto,dico questo perche’ sono anche TARANTINO e dopo tanti anni non ho mai visto cambiare nulla, da noi si dice chi’ ha la pancia piena non crede a chi ce l’ha vuota,aggiungo anche che tutti noi siamo anche colpevoli di cio’ che avviene.

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