Cultura salentina

L’antica preghiera delle Cento Croci

Gerusalemme, la Valle di Giosafat
Gerusalemme, la Valle di Giosafat

È alla tradizione bizantina di Terra d’Otranto che va ricondotta l’origine e la propagazione della cosiddetta preghiera delle Cento Croci, diffusa ancora oggi in numerosi centri salentini. Nelle prime ore del pomeriggio del 15 agosto, giorno della Dormitio Virginis per gli orientali, dell’Assunzione di Maria per i latini, varie famiglie di un vicinato si riuniscono per riproporre una lunga e antica preghiera. Essa è costituita da una formula dialettale ripetuta per ben cento volte tra altrettante cento Ave Maria, recitate meditando due intere poste di rosario.

N. Fumo, Assunta (1689), legno policromo. Lecce, Duomo
N. Fumo, Assunta (1689), legno policromo. Lecce, Duomo

La caratteristica prettamente orientale dalla quale, tra l’altro, trae nome la preghiera stessa sta nel fare il segno di croce ogni qual volta si reciti un tratto nodale della suddetta prece. Ciò rimanda alla memoria l’uso tipicamente orientale di segnarsi ripetutamente, durante i momenti di preghiera come dinanzi alle sacre immagini. Ulteriore motivo per ricondurre tale preghiera alla tradizione bizantina è il riferimento biblico alla Valle di Giòsafat, ad est di Gerusalemme, nella quale secondo il profeta Gioele (Gl 4, 1-2) si raduneranno tutti i popoli, alla fine dei tempi, per il giudizio divino. È questa un’immagine cara all’escatologia patristica greca, successivamente diffusasi in Occidente. Non può nemmeno essere tralasciata la forma cantilenare tipica dell’esicasmo che, mediante la plurima ripetizione di una stessa strofa, tende ad imprimerne indelebilmente il messaggio nell’animo del fedele.

Pensa, anima mia, ca imu murire;
alla Valle ti Gesufàttu imu scire
e lu nimìcu ‘nnanti ni ole issìre.

Fèrmate, nimìcu mia!
No mi tantàre e no mi ‘ttirrire,
ca centu cruci fici ‘n vita mia

lu giurnu ti la Ergine Maria.
Iò mi li fici, iò mi li scrissi,
parte ti l’anima mia te non d’abbìsti.

P. Veneziano, Dormitio Virginis. Vicenza, Museo Civico
P. Veneziano, Dormitio Virginis. Vicenza, Museo Civico

Ovvero: Pensa, anima mia, che dovremo morire! / Nella Valle di Giòsafat dovremo andare / e il nemico (il demonio) cercherà di venirci incontro. / Fermati, nemico mio! / Non mi tentare e non mi atterrire, / perché feci cento segni di croce (e qui ci si segna) durante la mia vita / nel giorno dedicato alla Vergine Maria. / Mi segnai, ascrivendo ciò a mio merito, / e tu non avesti potere sulla mia anima.

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9 pensieri riguardo “L’antica preghiera delle Cento Croci”

  1. Caro don Francesco,
    non conoscevo né la preghiera né tanto meno l’usanza di recitarla il giorno della Dormitio Virginis …
    Sei sicuro che sia preghiera proprio galatonese? Guarda che ho trovato in merito all’orazione e che si riferisce a Gaeta:

    “Ferragosto a Gaeta
    Assunta
    Storia del territorio: Tre giorni ancora e poi sarà Ferragosto.
    Per molti sarà la fine delle ferie estive, per altri sarà un’occasione per fare una gita fuori porta o per trascorrere un’intera giornata al mare. Persino per gli antichi romani il Ferragosto (riposo d’Agosto) era periodo di festa e riposo, poichè era la festa del dio Conso, protettore dell’agricoltura. Tuttavia per i gaetani ha anche un significato completamente diverso e molto più religioso. Il 15 di Agosto, infatti, è il giorno dell’assunzione in cielo della Vergine Maria ed in passato era una festività molto sentita. Infatti, va innanzitutto detto che, nel 1106, Papa Pasquale II aveva dedicato la Cattedrale di Gaeta all’Assunta. Inoltre, l’intero mese di Agosto era dedicato all’Assunta ed ogni vicolo del Borgo, nella calura dei pomeriggi estivi, si riempiva di pie donne, che trascorrevano ore a recitare rosari e a cantare inni alla Madonna. Il 15 Agosto, invece, si riunivano per recitare il rosario delle Cento Croci e cento Ave Maria. A Gaeta medievale la notte della Vigilia di Ferragosto, nei pressi del Duomo, si recitavano preghiere davanti ad una statua della Madonna, posta su un piccolo altare e, il giorno successivo, la stessa statua veniva sollevata in cielo con l’ausilio delle funi, per simulare l’assunzione della Vergine in cielo.
    Maria Stamigna”

    Grazie e a presto!!

  2. Mi scuso ma ho trovato un altro articoletto relativo a questa bella preghiera e usanza e lo riporto:

    “La chiesa di Santa Maria della Castelluccia è il più interessante dei centri mariani solofrani, sia per il significato del luogo, sia per l’antichità ed la valenza della festa.

    Lo sperone roccioso su cui sorge la chiesa è il punto più antico di Solofra, infatti fu usato dai suoi primi abitanti come punto di controllo sulla strada del passo di Taverna-Castelluccia, quando il vallone dei granci era percorso dalla via di passaggio dalla valle del Sabato alla pianura montorese. E continuò ad esserlo per tutto il periodo romano fino all’epoca longobarda, sempre con la stessa funzione di controllo della via antiqua di S. Agata. Anche la festa che si celebra nella chiesa è piena di significati, poiché il culto alla Madonna del 15 agosto, come si chiamava una volta quello dell’Assunta, si impiantò nella nostra zona dopo il quello a S. Agata e prima di quello a S. Michele. Furono infatti i Bizantini di Salerno a diffondere nel V secolo dopo Cristo nelle terre da loro controllate questo specifico il culto, poiché l’imperatore Maurizio, dopo il Concilio di Efeso (431), ne aveva imposto la festa in tutto l’impero.

    Questo culto fu il primo ad essere celebrato nella chiesa solofrana, la Pieve, dedicata proprio alla Madonna del 15 agosto, prima di essere dedicata anche al Santo Angelo, come allora veniva chiamato l’Arcangelo Michele. Il nostro più importante documento, quello che descrive questa chiesa, è molto esplicito nel citare la “festa del 15 agosto”, che si celebrava nella chiesa a conclusione del ciclo liturgico annuale, quando era posta anche una scadenza tributaria di una parte degli oboli annuali che la comunità solofrana doveva versare alla chiesa di Salerno, da cui la pieve dipendeva.

    Col tempo il culto si trasferì sul posto più antico e più significativo di Solofra, lo sperone roccioso del monte San Marco, dal quale si controllava l’intero seno vallivo, la strettoia di chiusa e le colline di Montoro. Qui la festa prese gradatamente le dimensioni di un incontro popolare, di una festa in campagna e durante i secoli si arricchì di nuovi significati, accogliendo anche altre tradizioni, tutte legate alla Santa Vergine. Significativa fu l’abitudine di porre sui davanzali delle finestre, o in posti di preminenza in tutta la vallata, la sera prima della festa, delle candele accese per accompagnare la salita della Vergine al cielo. A questa si aggiunse la pratica, durata fino ai giorni nostri, delle “cento croci e cento avemarie” che nel giorno della festa, annunciata dal suono della campana di San Michele, univa i solofrani nelle case, nei cortili, nei giardini, dove si formavano gruppi di preghiera. L’Ave Maria e il segno cristiano erano accompagnati, per cento volte, da una giaculatoria, in cui si intimava il demonio (la “brutta bestia”) di “andare via” e si pregava la Vergine di tenerlo lontano. “

  3. Caro Marco, grazie per queste precise segnalazioni, che testimoniano l’antichità della preghiera da me riportata e la sua diffusione – con le normali differenze di zona in zona – in molte aree del Mezzogiorno. Nel Salento l’orazione delle “Cento Croci” è ancora molto radicata, soprattutto nelle aree di antica tradizione liturgica greca. A Galatone – oltre che nelle case e nelle corti – la si recita addirittura nelle chiese, con grande partecipazione di popolo.

  4. Rispondo al volo.
    Anche in altre zone d’Italia, quali la toscana esiste e la Campania (Torre del Greco) esiste questa preghiera. Sostanzialmente il contenuto della prece è sempre lo stesso cambia soltanto il modo di formulare la giaculatoria. Come dice don Ciccio, la preghiera è tipica delle zone di influenza bizantina ma non ci è dato conoscere come questa si propagò nel resto d’Italia. Certo è che il legame col culto dell’Assunta porta a far riflettere sul movimento francescano (e in aprticolare con S. Bernardino da Siena) che potrebbe essere stato il mezzo con il quale , successivamente, si propagò nel resto d’Italia (dal XV in poi).
    Saluti

  5. Non conoscevo questa pia pratica delle cento croci e cento Ave Maria. Ho saputo dal mio parroco Don Evaristo che già da due anni viene recitata nella nostra Parrocchia. Ho svolto una ricerca per saperne di più e ne sono rimasta affacinata Aspetto con ansia la sera del 14 agosto per poterla recitare. Angelina

  6. Ricordo con affetto,quando ero bambino negli anni 60 a Lecce mio nonno riuniva tutta la famiglia per recitare questo rosario, noi bambini dopo il primo quarto d’ora iniziavamo a disturbare facendo infuriare il nonno, comunque lo sorbivamo tutto.Volevo poi precisare che la Madonna delle Grazie di Nicola Fumo, non si trova nel Duomo di Lecce ma nella Chiesa Matrice di San Cesario di Lecce.

  7. Mia madre di origine mariglianese (provincia di Napoli) che ha più di 80 anni la recita così, come era solita recitarla sua madre: ” Vattenn’ fauz’ nemmic’, ca cu mmic’ nun ce puo’ sta’. Ogg’ è o nomm’ na Vergin’ Maria. Cient’ roc’ e cient’ Ave Maria. (” Va via falso, nemico, che con me non puoi restare. Oggi è il nome della Vergine Maria, Cento croci e Cento Ave Maria.

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