Opinioni

L’autunno pugliese

Pasquale Urso: Acquaforte
Pasquale Urso: Acquaforte

Inutile farsi illusioni, ingenuo arrampicarsi sugli specchi, ridicolo scartabellare la risicata lista delle scuse, il sipario si è impietosamente alzato mettendo in luce l’ignominiosa fine di una speranza, quella rappresentata dalla rivoluzione gentile introdotta dall’attuale governo regionale.

Quanti avevano sperato nel rinnovamento della compagine politica, intesa come via privilegiata per procedere a una attesa, quanto ancora inattuata, rivoluzione dell’etica di governo, devono ormai accettare l’amara constatazione del fallimento di un sogno, del crollo di una speranza che solo grazie all’utilizzo di un vessillo anticonformista, incarnato dall’attuale presidenza regionale, aveva potuto catalizzare una così inaspettata vittoria.

Ma come ignorare i fatti, come far finta di non vedere il disastro di una classe di amministratori rivelatasi generalmente mediocre e inadatta al compito che una stanca maggioranza di elettori le aveva affidato.

A fronte di timidi risultati registrati in alcuni ambiti, poco si è smosso nella maggior parte dei casi, nulla in confronto al cambiamento radicale ingenuamente atteso dai più.

Ma quale stupore poi davanti ai lanci d’agenzia, che da giorni si susseguono impietosamente alzando il sipario su veline e puttanieri, su prostituzione e miserie umane.

Si badi bene, non si intende entrare nel merito delle relazioni affettive, che pur possono essersi instaurate fra persone libere di vivere la propria vita come meglio credono; ma che dire delle necessità di una mamma, che pur di garantire una sopravvivenza economica ai propri figli sceglie di prostituirsi? Poco forse, forse dovremmo soffermarci su coloro che di questo hanno approfittato, sempre che i fatti corrisponderanno in futuro a verità processuali.

E come non citare la vicenda dell’avvenente professionista che un imbarbarito giornalismo nostrano non si vergogna di utilizzare nell’intento di solleticare le curiosità pruriginose dei propri lettori? Siamo alle solite, siamo di fronte a una politica che si sente padrona di sfruttare i sacrosanti bisogni di lavoro, chiedendo in cambio ora voti, ora soldi, ora prestazioni sessuali. Una forma di schiavitù culturale atavica che noi meridionali conosciamo bene, ma che altrettanti politicanti meridionali non disdegnano di utilizzare ai danni di quei cittadini che moralmente e istituzionalmente sono delegati  a difendere.

Fa male constatare che tanta mediocrità sia stata introdotta da una compagine ideologicamente attenta ai bisogni dell’uomo, storicamente più sensibile alle necessità dei cittadini, incredibilmente ancora arroccata nella difesa di posizioni indifendibili.

Non ci resta che guardare al futuro, avendo purtroppo preso atto dell’ineluttabilità del presente, e cercare, senza cadere nella tentazione dell’astensionismo, di ritrovare a destra, come a sinistra, quei personaggi che da sempre si contraddistinguono per la loro ligia aderenza alla cultura della legalità, a una proba coerenza nell’etica dell’amministrazione pubblica, a una chiara apertura mentale per l’innovazione della cultura di governo.

E’ arduo aspettarsi, tuttavia, che costoro possano farcela da soli; l’intera società è permeata e inquinata da una cultura malata, inadatta e fuori da ogni livello di sostenibilità; sta a noi pretendere il rispetto delle regole, cominciando da chi sporca le strade per finire con chi inquina la nostra immagine di cittadini italiani.

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