Cultura salentina

Il tempo è relativo

“Esiste una passione per la comprensione proprio come esiste una passione per la musica; è una passione molto comune nei bambini, ma che poi la maggior parte degli adulti perde” (Einstein)

Funerali di stato per i nostri militari morti in Afghanistan

Dopo il danno la beffa, dopo il dramma il cinismo, dopo i funerali di stato dei 5 parà morti a Kabul il superficialismo e le ovvietà: sono trascorsi pochissimi giorni da quando i corpi dilaniati di questi giovani sono rientrati in Italia per essere pianti dalle proprie famiglie e da chi non crede più ad altisonanti proclami di peace keeping – con i quali si sfoggia una falsa volontà di beneficienza per nascondere un reale bisogno di sicurezza – che già si parla di “cose che possono accadere”. Sì, agli altri di solito, a coloro che hanno scientemente deciso di andare in guerra, che sia la propria o quella di altri, purché pagati, purché tolti dalla strada e dalla disoccupazione.

Immagine tratta dal libro Manifesti italiani di R. Guerri
Immagine tratta dal libro Manifesti italiani di R. Guerri

Uno dei paracadutisti uccisi, senza dire niente di nuovo, era un salentino, ma bastava dire meridionale: qui a Sud ci si arruola, si parte in missione e talvolta si muore; a Nord qualcuno insinua che non c’è nulla di eroico in questo: a Sud manca il lavoro e le armi sono un ripiego cui i giovani meridionali non possono sottrarsi, e che accettano senza alcun attaccamento verso la patria, ma in qualità di semplici mercenari.

Certo, verrebbe da chiedersi perché dovrebbero sentirsi legati a una patria che non dà granché a questa terra, che fa del meridione uno slogan elettorale, ma questa è un’altra storia, quindi non divaghiamo. Da Kabul torniamo a casa nostra, riportiamo salme e amarezza e tanti, tanti luoghi comuni, quelli emersi durante le interviste condotte dalla redazione de L’era glaciale, che hanno inframezzato il dialogo fra Roberto Saviano e la conduttrice Daria Bignani; è possibile ancora ascoltare questa puntata dal sito RAI dedicato al programma.

La sintesi delle parole dell’ormai trentenne Saviano è dura da ingoiare per i meridionali onesti, perché porta a constatare che sì, alcuni mali partono dalla nostra cultura, ma altri sono il frutto di pregiudizi maturati altrove, altri sono un retaggio storico, altri sono epidemici.

Può darsi, può essere che chi nasce nel Salento o nel meridione d’Italia abbia il destino segnato: quello di combattere guerre ovunque – sotto casa o all’estero – di morire fuori dal territorio natale o sulla soglia del proprio negozio per difendersi dalla mafia o dall’ingiustizia, quello di riappacificarsi con le origini solo da morto.

Può darsi che onore, eroismo e orgoglio patriottico non abbiano nulla a che fare con il bisogno di vivere e l’accettazione di un rischio sia pure troppo elevato, come dice qualche intervistato del Nord nella trasmissione della Bignardi, può darsi che molti meridionali facciano della divisa un mestiere, ma dove sta la vergogna?

Perché bisogna vergognarsi di essere pagati per combattere o per andare in missioni “di pace”? Perché bisogna sminuire il coraggio che pure ci vuole per fare quel mestiere, per salutare i propri cari, lasciare le proprie abitudini e cercare di capire o convivere con quelle degli altri? Noi meridionali abbiamo la mafia e il Nord il lavoro, ha detto qualcuno; nessun meridionale avveduto dirà, come Cuffaro, che la mafia non esiste; preferisco il realismo di Falcone: “La mafia è un fenomeno umano” e aggiungerei, se gli uomini stanno anche a Nord, a ciascuno il suo, a ciascuno la propria camorra.

In tutta questa melma di false certezze, ipocriti sentimenti di partecipazione corale, la realtà è che ognuno piange i propri morti. Il tempo è relativo – diceva Einstein – e sì che lui se ne intendeva; se ne era accorto guardando le stelle, si dice; ma se non abbiamo la profondità di ammirare i nostri cieli, possiamo capirlo leggendo i giornali.

Immagine tratta dal libro Manifesti italiani di R. Guerri
Immagine tratta dal libro Manifesti italiani di R. Guerri

Un attimo può diventare un’eternità e un sessantennio di storia può diventare un fiat; dev’essere stato un flash durato un’infinità per quei ragazzi a Kabul, che in una deflagrazione di qualche secondo avranno fatto in tempo a ripercorrere tutta la propria vita e a ripensare le proprie scelte.

Sembrerà a noi essere trascorso un giorno da quando la propaganda mussoliniana incitava alle sottoscrizioni dei buoni del tesoro per finanziare la guerra e aggiungeva “Si arrenderanno”; il giovane contadino dallo sguardo fiero diventava, nelle locandine del PNF, l’alter ego in patria del soldato al fronte. Il gioco delle parti?

Nel frattempo che qualcuno si arrenda, i meridionali al fronte ringraziano gli amici del nord che lavorano per l’Italia; il Presidente del Consiglio intanto rassicura: «Non cambia nulla. Siamo lì in maniera assolutamente determinata, con il voto del Parlamento e insieme ai nostri alleati». Mi sovviene il titolo di un film con l’indimenticabile Marcello Mastroianni: “Stanno tutti bene” (erano tutti morti).

Siamo meridionali, abbiamo i nostri problemi, ma sappiamo farci onore; chi non vuol vedere, ridicolizza solo la pantomima di un popolo frustrato; chi ha occhi per sdegnarsi invece non perda l’intervista a Saviano, si arrabbi per gli errori grossolani di una cultura alla deriva; lasci che i brividi affiorino, che la rabbia faccia il suo corso e prenda una forma costruttiva e non dimentichi che c’è una trincea in Italia che è più profonda di quella afgana, che divide il Nord dal Sud e che varrebbe la pena di abbattere.

Annunci

6 pensieri riguardo “Il tempo è relativo”

  1. Ci sarebbe qualcosa da dire (non da ridire, per carità). Però sono un pò stanco, disilluso. Non riesco ad abituarmi alle differenze. I sud da iquale è partita la civiltà del nord e via dicendo. Merce preziosa per le persone che vogliono capire. Immondizia per le camice verdi e i loro epigoni. Sono stanco. Veramente. Però considerazioni ne ho fatte quando ho potuto. Incollo qui sotto una coa che scrissi per un sito amico. Senza nulla voler insegnare, solo perchè provo a considerare l’Italia come un unicum. Il solito illuso vero?

    La giornata dell’ipocrisia

    E’ andata. La giornata dedicata all’ipocrisia, al luogo comune, all’elevazione al rango di “eroe nazionale” è finita. Da mercoledì il lutto nazionale finisce, potremo tornare a scannarci su libertà di stampa, sexy scandali, destra sì destra no, giornali liberi o meno. E così via.

    Rimarrà impresso nella memoria collettiva il piccolo col basco amaranto del padre. Non i figli di almeno uno dei 16 morti civili nello stesso attentato. Siamo Italiani perbacco, piangiamo i nostri di morti. E pensiamo ai nostri bambini. Quelli ariani.

    In questa drammatica giornata abbiamo sentito di tutto. La giornalista TV che dice: “Una moglie di un soldato in missione in Afghanistan si avvicina e abbraccia la vedova di uno dei sei caduti, si abbracciano e non si conoscevano prima”. Di solito, invece, se incontra una vedova che non conosce, la prende a schiaffi? Viene da chiedersi.

    Però quel bambino con il basco è “fiero”. E’ solo un orfano per una guerra inutile invece. L’orfano di un morto sul lavoro, come il muratore che cade dall’impalcatura. Però quest’ultimo non ha funerali di Stato. Neppure tricolori appesi ai balconi.

    E’ il “giorno del dolore e del lutto”, certo. Soprattutto per la ragione e per ogni democrazia. E’ il giorno del dolore e del lutto per la civiltà. Quei sei morti si sommano alle altre centinaia. Americani e non solo. Agli Italiani di Nassiriya. E’ stata la giornata della peggior retorica della guerra. Con il ministro dal pizzetto che dice che “Non cambiamo nulla, rimarremo lì”. Rimarremo? “Vai avanti tu, ché mi scappa da ridere” diceva una battuta un tempo. Anche il PD dice “Oggi è il momento del lutto”. E lo dice pure la figlioccia di Veltroni in TV, la signora Serracchiani.

    E’ stata la giornata della presa di coscienza che la guerra in Afghanistan è persa. Perché terroristi, talebani, signori della guerra, signori dell’oppio hanno in mano questo nuovo Vietnam. E’ la vittoria delle mafie contro le democrazie. Perché l’oppio è roba loro. Perché nessuno osa attaccarne le coltivazioni per non affamare ulteriormente gli afghani. Anche le “finalmente libere” elezioni sembra siano state solo una farsa. Gli osservatori internazionali non hanno parole per dire come si sia fatto scempio delle regole del voto.

    Altro che democrazia, proviamo a esportare lavoro magari. Non si offrono opportunità lasciando i cordoni della borsa in mano ai mafiosi. Soprattutto ascoltiamo chi degli Afghani conosce sofferenza e sentimenti. Quel Gino Strada che dice chiaro e tondo che “chiedono solo di far tornare a casa tutti i militari stranieri”.

    So che le mie parole possono suonare denigratorie per qualcuno. Non è questo l’intento. Io resto indignato per queste morti, soprattutto perché appartengono quasi tutti al sud; e anche questo dovrebbe dirla lunga: è la storia che si ripete immortale, immorale. Esattamente come sono indignato per le morti dei muratori, che cadono dalle impalcature. O per quella di Ester Ada, ammazzata dalla volontà di due governi esportatori di democrazia. I due pesi e le due misure stanno in chi manda ragazzi a farsi massacrare in nome della libertà e fa crepare in mare immigrati in nome della sua libertà. In chi divide le civiltà in “degni” e “indegni” di stare al tavolo con noi civili.

    Persone, solo persone.

    (23/9/2009)

    Mi piace

  2. Non sono d’accordo con Agnese – che peraltro non ho (ancora) il piacere di conoscere – mentre sottoscrivo in pieno le considerazioni di Gianni.
    Dirò di più. Un ragazzo che muore all’estero mentre esercita il “mestiere di soldato” – credo che siano veramente come le mosche bianche i giovani che vanno in missione unicamente per amor di Patria – e che sa a quale rischio va incontro (e per questo è rimunerato lautamente) ha funerali di Stato, Mike Bongiorno ha funerali di Stato perché durante mezzo secolo ha LETTO domandine ai concorrenti e venne strapagato (sic!) … Ma il muratore che subisce un infortunio mortale non è neppure degno di essere menzionato. Tanto è “solo” un operaio … Allora chiedo: qual è la differenza tra il giovane meridionale che muore in Afghanistan e il giovane meridionale che cade da un’impalcatura e muore? PER ME NESSUNA ! Ah dimenticavo, il soldato forse guadagnava 5 o 7 mila euro al mese e il muratore sì e no mille e, quasi sempre, senza alcuna previdenza sociale.
    Conclusione: fa sempre male vedere un giovane morire, ci mancherebbe! Ma farne un eroe soltanto perché è andato a morire in Afghanistan, esercitando una professione, questo no!

    Mi piace

    1. Caro Marco,
      quando ho scritto quest’articolo sapevo di poter sollevare opinioni controverse, per due motivi: lo sdegno non è facile da scrivere e la questione meridionale non è facile da inquadrare.

      Vedi, chissà perché anche di fronte alla morte, per noi italiani c’è sempre un Sud che arranca, non ha scusanti, è causa del suo mal, ecc. ecc. e c’è sempre un Nord che è un passo avanti, che non ha bisogno del Sud perché ha il lavoro, ha la cultura, ha l’ingegno e porta avanti la baracca “Italia”.

      Se hai ascoltato la puntata della Bignardi, ti sarai reso conto che non si tratta di eroismo o di funerali di stato – a ciascuno la sua idea in merito – ma del fatto che si dà per scontato che, in mancanza di un lavoro, si parta al militare a cuor leggero e si debba accettare qualunque rischio.

      Se parliamo di stipendi, i parlamentari prendono più di un militare in missione, per non parlare dei dirigenti Fiat – con l’azienda costantemente in cassa integrazione – i manager delle Ferrovie dello stato e altre compagnie di fama, che seduti su comode poltrone – talvolta di casa propria – gestiscono i destini di migliaia di persone alla modica cifra di centinaia di migliaia i euro l’anno. Un direttore di una ASL prende circa 155.000 euro l’anno senza muoversi dalla sua città; credi che un militare in missione prenda tanto?

      E torniamo a noi, ai funerali di stato, all’eroismo e alle vittime del lavoro: penso che i funerali di stato siano una manifestazione con la quale lo stato assolve al suo senso di colpa e null’altro, il dolore è e resta un fatto privato.

      Eroe è per definizione colui che compie un atto per il bene altrui, pur sapendo che può costare il sacrificio di se stesso; il militare che parte in guerra – o come dicono ora in missione di peace keeping – a prescindere dal perché parta, accetta un rischio, peraltro altamente probabile, per il benessere proprio, indirettamente o direttamente nostro, della sua famiglia. Una leggera differenza con l’operaio forse c’è, forse è solo semantica, e francamente non so se la famiglia che perde il proprio caro sul posto di lavoro – operaio o militare – trae alcun beneficio dai funerali di stato, il dolore è e resta un fatto privato.

      Non mi va di sminuire il lavoro di nessuno: oggi si muore per poco, ma il lavoro dà dignità ed è questo ciò che volevo dire. Il fatto che il primo motivo per l’arruolamento possa essere “venale” non significa che debba essere dato tutto per scontato. A Nord non si può dire che il militare del sud ha fatto la scelta più ovvia perché non c’è lavoro; poteva lasciare l’Italia, andare a cercare fortuna a Nord, però si arruola, e sì che lavori più lucrativi ce ne sono. Perché sminuire così l’operato di qualcuno, sia esso militare o operaio?

      La questione si riduce a un fatto di orgoglio o vergogna: per me è un fatto di orgoglio, non c’è da vergognarsi per essere andati in missione ed essere rimasti vivi; forse non c’è eroismo nella morte – morire, diceva Bufalino, è facile, prima o poi ci riescono tutti – ma scegliere un lavoro onesto, sia pure quello di militare pagato, mi sembra qualcosa di cui andare fieri oggiggiorno.

      Preferiremmo che i giovani del Sud fossero arruolati dalla mafia? Dalla camorra? o che partissero tutti per il Nord o per l’estero? Era tutto qui il mio sfogo, guarda l’Era glaciale e credo capirai il mio sdegno.

      A prescindere da tutto, è stato un piacere sollevare un dibattito.

      Saluti

      Mi piace

  3. A volte prima di fare affermazioni pesanti sarebbe opportuno respirare… e riflettere un attimo.
    C’è una distinzione che proprio non vale la pena di fare fra chi da operaio rischia la vita pur di viverla dignitosamente e chi da soldato decide di rischiare la propria vita per garantire la sicurezza in casa a noi e, contemporaneamente sperare, ahimè senza riuscirci, di garantire una vita dignitosa anche alla propria famiglia.

    E’ un parallelo che rifiuto, una discussione che non doveva nemmeno aprirsi se è vero poi, com’è purtroppo vero, che spesso sono meridionali entrambi, ed entrambi costretti ad accettare lavori rischiosi pur di adire alla speranza di una vita degna di essere vissuta, una vita che spesso a casa loro gli è negata.

    Mi piace

  4. Caro Gianfranco,

    scusa se ritorno sulla questione.

    E’ proprio la tua frase “soldato decide di rischiare la propria vita per garantire la sicurezza in casa a noi” che mi lascia assai perplesso; non credo che i ragazzi – sempre se escludiamo qualche rara eccezione – vadano in quegli Stati con l’intento di “garantire la sicurezza in casa a noi”. Per me vanno semplicemente – detta in modo crudo, non crudele – “per far molti soldi in poco tempo” (peraltro queste testuali parole me le ha dette un parente che è appena tornato dall’ennesima “missione” in Kosovo!! E ci riandrà alla prossima occasione “così potrà finalmente metter su casa” …
    Questi per me non sono eroi. Perché se si vuole farne degli eroi, lo si faccia anche dei poveri cristi che cadono dall’impalcatura ecc. ecc. O anche, perché no, dei corridori di F1 che per un mare di soldi rischiano parecchio.
    Questa, almeno, la mia opinione.
    Gianfranco, un cordiale saluto!

    Mi piace

  5. Non è mia intenzione gettare benzina sul fuoco. Anzi. Quel che mi preme dire è che il pezzo che scrissi per altra testata e che ho voluto postare anche qui era una presa di posizione contro la guerra. Contro questa guerra. Ho infatti giudicato “immortale e immorale” il fatto che sia sempre e solo il sud a pagare il prezzo più elevato. E qui occorrerebbe un’analisi più completa sulle questioni meridionale e settentrionale. Ma non è il luogo né il tempo per me di farlo. Soprattutto non ne sono in grado. Leggo, osservo, tento di capire. Al di là non mi spingo. E’ inoltre passato, per me, il tempo delle certezze assolute. Non me la sento più di dire che tutto il bene sta da una parte e tutto il male dall’altra. Il fatto che io consideri morti sul lavoro i ragazzi in Afghanistan come il muratore che cade dall’impalcatura altro non è che una considerazione dei fatti come io li vedo e interpreto. Così come la morte di Ester Ada la ritengo non un semplice incidente, ma uno scontro di civiltà che si sublima nel suo esatto opposto. A chi giova questa guerra, perché sia stata provocata è tutto in discussione. Un milione e mezzo di dollari al giorno per nove anni è il suo costo (fonti ufficiali). Che quei ragazzi siano in guerra è fuori discussione, che io mi senta per questa guerra più sicuro è altra cosa. Ma qui ci scontreremmo su questioni di interpretazione non risolvibili che non con una serie di affermazioni di principio. L’assunto che la democrazia sia un bene esportabile la dice lunga sull’assurdità del tutto. E non era certo mia intenzione una guerra di appartenenza etnica o geografica. Che ci siano enormi differenze fra nord e sud è un dato indiscutibile. Che il nord sia un’isola di felicità dove c’è lavoro, ci sono opportunità e così via è discutibile. Mettere però il cuneo sulle differenze senza porsi il problema di risolvere in modo trasversale le questioni mi pare sviante. Si può arrivare ad invocare secessioni. E questo, in tutta onestà, lo ritengo oltremodo antistorico, oltre che dannoso. La pietas verso i morti è identica, le considerazioni sui motivi delle morti sono assolutamente diverse. Se nello stesso attentato muoiono 6 italiani e 16 afghani, chi è più eroe di chi? E se quel milione e mezzo al giorno fosse stato speso per portare agricoltura al posto dell’oppio, lavoro, scolarità, non sarebbe stato un’esportazione di opportunità anziché di una guerra che al momento è persa? Da questo punto di vista quei ragazzi sono morti inutilmente. Anzi, per precise responsabilità di chi invoca la guerra come panacea di ogni male. Il fatto che guadagnino meno di un parlamentare è ininfluente. Perché potremmo fare la scaletta e dire che il muratore guadagna meno di loro. E che Ester Ada non guadagnava nulla. Risolveremmo il problema o ci cacciamo in una sorta di guerra fra poveri? Dei tre nessuno è più morto dell’altro, né, a parer mio, più o meno eroe. Per le tre morti vale solo un sentimento di rabbia e di impotenza. Le rivendicazioni di uguaglianza (non di superiorità) fra nord e sud, fra culture diverse, diverse religioni si fanno, a parer mio, esportando cultura. Da questo punto di vista questo meridione ha da insegnare tantissimo al profondo e, ahimè, molto spesso incivile nord. Sforzo immane? Forse, però non vedo strade alternative. In particolare partendo dal principio che i confini di qualunque natura siano solo convenzioni. Le persone e le intelligenze non dovrebbero avere passaporti. Non sono patriota per il semplice fatto che il concetto di patria mi è estraneo. L’appartenenza è culturale, etica, di costumi. Ma assolutamente monca se non si pone il problema di confrontarsi son altre culture, costumi ed etiche. Il dialetto è merce preziosa che insegna la storia locale. Però è imprescindibile una lingua unica, se possibile trasversale alle culture tutte. Non penso veramente che ci possano essere culture superiori. Il linguaggio dell’arte è emblematico da questo punto di vista. Ascolto musica afro con la stessa commozione con cui sento la pizzica. Guardo Picasso e mi affascina come il mio quasi compaesano Carlo Carrà. So che il jazz è figlio dell’Africa, ma è linguaggio universale più o meno come le opere di Verdi. Leggo Garcia Marquez e non sono in grado di dire se sia più o meno intrigante di Elsa Morante. Perché li amo entrambi. E via dicendo. Potremmo discutere per ore sui gusti personali, però se non diamo per scontato ed ovvio che l’importanza dell’uno o dell’altro sono simili, perdiamo solo tempo. Questo, a cascata, vale per le etnie, per i continenti, per le nazioni, per le regioni, per i paesini. Né ritengo che il nostro ordinamento sociale ed economico sia il migliore. Proprio conoscendone i limiti, parlare di esportarlo mi pare una vera e propria sciocchezza. Tutto qui. Non era mia intenzioni creare fazioni in questo sito. Solo avere l’opportunità di ribadire un mio modo di concepire le cose.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...