Cultura salentina

Giuseppe Ceva Grimaldi, marchese di Pietracatella

Le biografie hanno sempre un certo fascino, ci fanno entrare nella vita intima di uomini che hanno segnato un passo importante della nostra storia, in un modo o nell’altro. Quella che segue è una breve biografia di una personalità illustre, che ha dedicato un’attenzione particolare alla Terra d’Otranto, così accoratamente descritta in un suo interessante diario di viaggio: “Itinerario da Napoli a Lecce”. Il saggio, scritto per l’occasione da una sua diretta discendente, verrà pubblicato in due parti; per la seconda vi diamo appuntamento a martedì prossimo. (n.d.r.)

Giuseppe Ceva Grimaldi, marchese di Pietracatella

Un governatore in Terra d’ Otranto

di Luciana Ceva Grimaldi Fares

GIUSEPPE   CEVA   GRIMALDI   (1777-1862)
GIUSEPPE CEVA GRIMALDI (1777-1862)

Figlio di Francesco Maria e Maria Spinelli dei principi di Cariati nacque a Napoli l’8 settembre 1777. Dopo una prima educazione in famiglia impartitagli da un abate fiorentino, ancora adolescente entrò nel Convitto dei P.P. del Calasanzio detto dei “nobili“ perché frequentato dai rampolli delle famiglie aristocratiche dell’epoca. Ne uscì non ancora ventenne ma con una profonda conoscenza del latino e del greco che poi potenziò ulteriormente e a cui aggiunse quella degli illuministi italiani e stranieri. Nel 1799, benché molto giovane, entrò a fa parte della Commissione per il riordino della pubblica istruzione di cui era membro P. Andres, insigne letterato e autore della “Storia del Progresso di ogni letteratura“.

Sposò Marianna Cavalcanti, duchessa di Caccuri che gli diede due figlie  – Maria Anna e Rachele – e morì venticinquenne nel 1809.  Assunse allora una governante Luisa Cinque, ma presto la licenziò, come si legge in una lettera di Eleonora d’Avalos al fratello Luigi principe di Valmontone, perché aveva intrecciato una relazione con un signore aquilano che aveva promesso di sposarla. Poiché il matrimonio non si fece, forse per la lontananza, rinunciò ai suoi servizi e portò le figlie nell’Educandato ai Miracoli, non ritenendo conveniente tenere la donna. Le fornì però ottime referenze, perché non voleva si sapesse il vero motivo per cui aveva chiuso le figlie in collegio.

Il 13 settembre 1815 fu nominato da Luigi de’Medici, allora Presidente del Consiglio, Intendente dell’Abruzzo Aquilano, dove fece riaprire l’antica Accademia Aternina dei Velati, di cui divenne vice custode col nome di Eumelio Ficino.

Passò poi con lo stesso incarico, nel marzo del 1817, in  Basilicata e l’11 novembre in Terra d’Otranto, dove sostituì l’Intendente Domenico Acclavio, che era rimasto coinvolto nei violenti contrasti tra i Carbonari e la setta reazionaria dei Calderari. La situazione divenne tanto grave da rendere necessario l’intervento dell’esercito al comando del generale Richard Church, il quale propose l’arresto dei capi degli opposti partiti entrando in conflitto col Ceva Grimaldi, che si era schierato apertamente coi Calderari, poiché temeva la diffusione della Carboneria. Il governo appoggiò il primo e il secondo, sentendosi messo da parte, si dedicò esclusivamente alla cura dell’amministrazione della provincia.

Uomo di moderne vedute fu l’iniziatore del rinnovamento cittadino, rivelandosi uno degli intendenti più dotti e illuminati. Al suo arrivo a Lecce l’illuminazione pubblica era quasi inesistente, nonostante un decreto emanato dal Murat nell’aprile del 1813; in occasione della sua visita alla città, i terreni che circondavano le mura erano ricettacolo di rifiuti di ogni tipo. Anzitutto il convento dei Celestini fu adibito a sede dell’Intendenza e la città ebbe un assetto organizzativo che la avvicinava sempre più a Napoli. Poi nei primi mesi del 1818 l’illuminazione fu portata a 80 fanali , destinati a crescere progressivamente sino a 180. Inoltre furono riparate le strade interne, progettati i passeggi intorno alle mura e i giardini pubblici, opere che furono realizzate in parte sotto il suo mandato e dopo la sua partenza degli Intendenti successivi.

Richiamato a Napoli, con decreto del 12 aprile 1820, fu nominato Soprintendente generale degli Archivi del Regno, che riorganizzò dando un più razionale ordinamento alla struttura archivistica. Nel 1821 entrò a far parte della Consulta di Stato che, avendo adattato il Codice Napoleonico al Regno dello Stato, doveva affrontare una serie di questioni giuridiche e politiche.

In un consesso così illustre da comprendere personalità del calibro di Monsignor Rosini, Canofari, Criteni, Capone, Benintendi e altri, si distinse per lavoro indefesso e intelligente tanto da meritare la considerazione di Francesco I e del ministro de’ Medici.

Nel marzo del 1826 ricevette l’incarico di tornare in Terra d’Otranto, turbata dalle faziose persecuzioni antiliberali dell’Intendente Cito, e in terra di Bari, con funzioni ispettive. In una serie di relazioni, pur riconoscendo l’esistenza di una sorda opposizione, ridimensionò l’importanza delle società segrete e mise in evidenza il malessere delle popolazioni a causa della miseria dei contadini e delle pesanti imposte che gravavano sulle classi operaie.

Nel 1829 divenne Ministro Segretario di Stato senza portafoglio, sedendo così per la prima volta tra i Consiglieri del re. Alla morte di Francesco I, avvenuta nel novembre del 1830, il nuovo re Ferdinando II lo convocò nella reggia di Portici, affidandogli il Ministero degli Interni e commissionandogli il proclama per l’ascesa al trono, nonché l’indulto a favore dei condannati politici. In tali decreti, che si trovano nella “Collezione del Regno delle due Sicilie“, il termine “sudditi“ era sostituito dall’espressione “miei amatissimi popoli”.

Sotto il suo ministero fu abolita la tassa sul macinato, istituiti i monti frumentari per stroncare l’usura frequente nella contrattazione dei frumenti necessari alla semina, diminuiti i dazi di consumo  che gravavano sulle classi operaie. Fece realizzare inoltre imponenti opere tra cui il ponte di ferro sul Calore e molte strade pubbliche nelle Calabrie, negli Abruzzi e nelle Puglie.

L’impegno politico era però troppo gravoso per la sua tempra poco robusta, a cui nel 1831 inferse un grave colpo la morte della seconda moglie Adelaide Martini, sposata nell’ottobre del 1829 e dalla quale aveva avuto l’unico figlio maschio, Francesco. A causa di un principio di tisi, si mise in congedo ritirandosi a Pozzuoli, ma poiché la situazione non migliorava, alla fine del 1831 rassegnò le dimissioni. Ferdinando II lo sostituì col Santangelo, ma non volendo privarsi del tutto dei suoi servizi lo nominò Ministro senza portafoglio e Presidente della Consulta (decreti del 25 dicembre 1831), dove ebbe modo di far valere la sua preparazione giuridico–amministrativa.

Riprese le forze, nel 1834 a seguito di un viaggio in Sicilia, analizzò le cause del grave malcontento dell’isola e si dichiarò favorevole alla concessione di una certa autonomia.

Nel 1840 divenne poi Presidente del Consiglio dei Ministri, avendo come ministro di polizia il famigerato Francesco Saverio del Carretto. Dopo l’elezione di Pio IX si rese conto che il clima politico in Italia stava cambiando, per cui in una lunga relazione al re fece una serie di proposte miranti a migliorare l’amministrazione dello Stato, pubblicizzare i bilanci, rendere effettiva l’autonomia di province e comuni, concedere una limitata libertà di stampa.

Erano proposte moderate con le quali egli, contrario ai regimi costituzionali, cercava di rafforzare il regime assoluto attraverso l’adesione della media borghesia. Tali progetti furono stigmatizzati da alcuni scrittori dell’epoca come il Farnari, che nella sua opera “Della monarchia di Napoli e delle sue fortune“ li definì “Opuscoli mediocremente dettati dal Marchese di Pietracatella stato assolutista stemperato nel suo primo entrare nella vita pubblica“, pur riconoscendo che fu il primo a consigliare al re un itinerario di riforme.

Ferdinando II prese e perse tempo finché sotto l’incalzare della rivoluzione il 27 gennaio del 1848 fu costretto a concedere la Costituzione; nella notte tra il 27 e il 28 gennaio il marchese di Pietracatella e il governo da lui diretto rassegnarono le dimissioni nelle mani del re.

Si ritirò allora a vita privata dedicandosi ai suoi studi e confortato dalla presenza della terza moglie, Isabella Neri, sposata il 31 maggio 1834.

Morì a Napoli il 21 maggio del 1862.

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3 pensieri riguardo “Giuseppe Ceva Grimaldi, marchese di Pietracatella”

  1. Ciao vorrei delle informazioni più dettagliate sulla famiglia CevaGrimaldi in particolare la parte che mi pùò interessare, essendo figlio di Eva Ceva-Grimaldi nata a napoli e figlia di Filippo e Giulia CevaGrimaldi perchè le informazioni che ho trovato sul sito non danno nessuna notizia su mio nonno Filippo sò per conoscenza da parte di mia madre che avevano la residenza nel parco della Floridiana di napoli e ifratelli di mia madre erano:Renato,Riccardo, Adelinda, Maria e Natalina e per ultima mia madre Eva poi non conosco altre notizie in merito di Filippo Cevagrimaldi se qualcuno cortesemente pùò inviami notizie sarei molto riconoscente.Ringrazio a tutti coloro che mi danno notizie. Aldo SCHIOPPA.

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