Opinioni

Questione morale-meridionale e suggestioni coloniali

di Andrea Campilungo

In ampie zone del Sud (non in tutte, certo) mancano attualmente le condizioni minime che rendono praticabile la democrazia locale

La sedia al sole (Pasquale Urso, acquaforte)
La sedia al sole (Pasquale Urso, acquaforte)

L’affermazione, drammatica, è di Angelo Panebianco, politologo ed editorialista del Corriere della Sera, intervenuto pochi giorni fa in seguito all’inchiesta che ha travolto la famiglia Mastella.

L’autore cita alcuni scandali giudiziari della politica meridionale, come le infiltrazioni camorristiche nel Pd campano o le nubi che si addensano su Nicola Cosentino, probabile candidato del Pdl alle regionali in Campania. L’elenco è tutt’altro che esaustivo, purtroppo. Si potrebbero anche citare il caso Cuffaro, il caso Scapagnini, l’inchiesta sulla sanità abruzzese che ha decapitato la giunta regionale, con in testa il presidente Ottaviano Del Turco, l’emergenza rifiuti in Campania ed i suoi risvolti giudiziari sulla persona del presidente Bassolino e, per restare in casa nostra, le inchieste sulla sanità pugliese che non hanno risparmiato esponenti di sinistra e di destra.

La diagnosi di Panebianco è quindi più che giusta. Lo è molto meno la terapia.
L’editorialista afferma in sostanza che il meridione d’Italia non possa permettersi la democrazia e l’autonomia e quindi bisognerebbe ritornare ad una sana gestione statalista e centralizzata, un deus ex machina che dai palazzi romani garantirebbe in modo impeccabile l’annientamento della criminalità organizzata ed un florido e lineare sviluppo economico. Una soluzione dal sapore quasi coloniale, ma non priva di fascino: l’idea di un intervento statale forte e risoluto è un’idea molto semplice e per questo può far presa sull’immaginario collettivo.

Nella sua matrice nascosta, è un’idea che si basa sul presupposto che ad un certo punto la democrazia, specie quella locale, sia una cosa troppo complicata, un lusso che non ci si può permettere e ci sia bisogno di qualcuno che decida, punto e basta.

Credo che questa terapia sia peggio del male che vorrebbe curare e sia affetta da un notevole miopismo politico.

Questa terapia, infatti, non ha nulla di originale: l’Italia è stato un paese fortemente centralizzato dalla sua nascita fino alla fine degli anni ’70, e non si può certo affermare che certi scandali giudiziari non siano mai accaduti …
Oltre a non essere originale, questa terapia è anche superficiale perché non coglie i nessi profondi tra politica locale e politica nazionale, che non sono affatto due universi paralleli. Basterebbe ricordare alcuni fatti per capire che non è dallo Stato che potrà arrivare “la soluzione“: Salvatore Cuffaro oggi siede sulla comoda poltrona del Senato tra le fila dell’Udc e numerosi altri esponenti politici indagati e in attesa di giudizio frequentano gli alti scanni della Repubblica.

Più che di una necrosi che colpisce la periferia del corpo, l’immagine da usare è quella di un virus, che ha infettato ormai tutto l’organismo … Una micidiale combinazione di questione meridionale e di questione morale.

Al di là dell’inefficacia provata e della superficialità della proposta, sorge il dubbio se questa non sia anche offensiva. È legittimo chiedersi se i meridionali debbano provare un minimo di indignazione quando viene affermato, in sintesi, che da soli non si sanno governare, non sono bravi come quelli del nord e che deve essere qualcun altro ad occuparsi dei loro interessi, una sorta di “tutore”. Credo che questa indignazione sia doverosa.

Indignazione che non deve però essere auto-assolutoria o negare la realtà dei problemi. Questa indignazione deve invece essere uno sprone per un’assunzione collettiva di responsabilità, per rifiutare comode ricette stataliste che non hanno mai risolto e non risolveranno mai i problemi del Mezzogiorno ma che serviranno solo a fornire sponsor elettorali ai politici e alibi ai cittadini del Sud, sempre pronti a lamentarsi e a scaricare ogni responsabilità verso un “qualcuno” invisibile.
In un’epoca in cui il Parlamento approva, alla quasi unanimità, una legge sul federalismo fiscale, in applicazione peraltro del dettato Costituzionale, la società civile meridionale ha l’obbligo di fare i conti con questa nuova dimensione. Una dimensione in cui senta il dovere di riappropriarsi del proprio destino, della cosa pubblica, facendo leva sulle uniche armi possedute: uno sconfinato patrimonio culturale-identitario, che occorrerà trasformare in senso civico.

È da qui che può arrivare il cambiamento e non da altro, perché la questione meridionale rimane un male atavico, un male che ha resistito a tutti i cambiamenti istituzionali del Paese e potrebbe benissimo continuare a farlo.

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