Tradizioni

Le macàre, quasi una favola (prima parte)

C’erano una volta le macàre.

Soleto in una antica acquaforte
Il campanile di Soleto in una antica acquaforte

Temute e rispettate allo stesso tempo. Indovine, operatrici magiche in grado di gettare il malocchio (mal’uecchiu, ‘nfascinu, spascianu) o di liberare dallo stesso, abili nel fare filtri, pozioni, unguenti, incantesimi e fatture (macarìe) per far tornare l’amore in un innamorato, un fidanzato, un marito, più crudelmente per uccidere, rubare o scambiare bambini, o semplicemente per mandare via i folletti (scazzamurieddhri o lauri) che infestavano le case.

Un tempo si faceva ricorso a loro anche per curare malattie o riparare lussazioni e distorsioni secondo rituali e formule le cui origini si perdono nella millenaria tradizione folkloristica salentina.

Le macàre vivevano due vite, in bilico sul sottile confine tra la saggezza e conoscenza contadine ed il soprannaturale, tra il bene ed il male… e se di giorno erano madri e mogli dedite alla famiglia ed alla casa, di notte si spalmavano il corpo con un unguento che esse stesse preparavano e dopo aver recitato una formula magica:

de sùbbra a scorpi
de sùbbra a parìti
sùtta allu nuce
me mina lu ientu

si trasformavano in un animale (gatto, rigorosamente nero, o a volte anche uccello, serpente, maiale, oca) e raggiungevano le altre macàre. Con queste andavano in giro di notte, a volte vestite di stracci, naturalmente neri, a volte nude, a volte sotto forma di gatto, a spaventare la gente. Entravano nelle case per fare dispetti  e per fare qualche macarìa, soprattutto contro chi aveva fatto loro uno sgarbo (come il non averle invitate ad un battesimo, a un matrimonio o anche semplicemente a “bere un bicchierino”, cosa che non perdonavano facilmente).

Statte ncortu ssia te zziccane ‘e macàre!

Se durante le loro scorribande notturne incontravano qualcuno, magari uscito di casa per un bisogno impellente, questo veniva preso in ostaggio ed era obbligato a ballare con loro sfrenatamente tutta la notte ripetendo un ritornello che è presente in più zone e con più varianti su tutto il territorio salentino

balla ‘Calieno e zumpa forte
ci scappi te stu cacchiu
nu ci essi chiù de notte

Lasciavano poi il povero malcapitato sfinito alle prime luci dell’alba, momento in cui perdevano i loro poteri e dovevano tornare alla vita di ogni giorno.


Leggi la seconda parte

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4 pensieri su “Le macàre, quasi una favola (prima parte)”

  1. Cara Barbara,
    sei un fenomeno! Il tuo contributo è vivace e interessante; rispecchia lo spirito di questo sito e apre un universo fatto di piccole credenze, che è difficile associare a ignoranza, penserei piuttosto a una cultura assai diversa da quella attuale.
    Ricordo da bambina la casa di una di queste macàre, dietro il Museo Castromediano di Lecce: aveva sempre arance, agli e altre erbe aromatiche appese a un minuscolo finestrino, che apriva solo per controllare chi bussava alla porta.
    Non so che fine abbia fatto, né il suo nome, ma come dici tu, ora tutto ha il gusto del mistero, perché la memoria si cancella e restano spesso solo le cose che fanno un po’ impressione.
    Chissà se oggi esistono ancora questi personaggi, magari sono vicini di casa, ma non vestono più di cenci… 😉

    Un saluto

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  2. Cara Agnese,
    io credo che se ci ritroviamo qui a raccontare quelle che ormai sembrano “briciole” della memoria di questa terra è proprio perchè non vogliamo che questa memoria collettiva si perda… perchè sarebbe come cancellare una parte della nostra identità, i nostri ricordi d’infanzia…
    quindi grazie a te e a Gianfranco per questa opportunità 🙂

    (interessante il tuo riferimento alle arance… credo che ne riparleremo presto ;-))

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  3. Barbara,
    lieto di rileggerla. E’ uno straordinario contributo ricco di spunti per proseguire negli studi del nostro popolo. Ho rivisto nelle tue righe i paesaggi incantati della mitolgia “europea” della quale, anche in questo caso, ne abbiamo assimilato il meglio.
    Grazie!

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  4. bella e affascinante descrizione. Sarebbe però interessante anche un approfondimento relativo agli aspetti etnobotanici della questione, che vedo piuttosto trascurato anche in articoli e ricerche similari. E’ nota ad es. la presenza di solanacee nel territorio (dature, giusquiamo, mandragora) che sono le piante con cui le streghe preparavano i loro unguenti e che facevano da imput e corollario sia ai loro “voli” che alle loro “trasformazioni”. Non guasterebbe ricercare fonti che descrivano e testimonino gli usi e i miti locali relativi a queste piante, principali veicoli della stregoneria; così come più in generale l’impiego e la presenza di altre varietà della flora locale a fini magici, rituali, curativi.

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