Archeologia, Storia

La Dea Serpe nella Grotta dei Cervi

Badisco, Grotta dei Cervi: Divinità danzante

La figura del serpente, quale elemento caratterizzante l’aspetto positivo o negativo del genere umano, è particolarmente diffuso nelle religioni di ogni luogo e tempo. La capacità di questa figura di incarnare l’aspetto duale del mondo, che è alla base del concetto secondo cui “Dio nel mondo si esprime sempre in due forme opposte”, ha trovato nell’animale l’elemento per caratterizzare il peccato ma, non meno spesso, anche l’elemento positivo  legato, ad esempio, ai culti della fertilità.

Per certo la paura del serpente nell’uomo è atavica e in particolare quella del suo morso. Era questo l’aspetto della serpe più temuto dall’uomo contadino che ne era spesso vittima  durante il suo lavoro nei campi. La serpe silenziosa e strisciante, annidata tra le zolle di terra o sotto le pietraie, era un pericolo silenzioso e mortale che non poteva essere previsto, anticipato o calcolato e l’uomo spesso ne pagava le conseguenze. Nei confronti di questo animale si sviluppa allora una sorta di venerazione e di ritualità mirate ad ottenere il favore del rettile ed è tutt’ora questo a caratterizzare l’aspetto magico-religioso di particolari devozioni, oggi cristiane, che diffusamente si osservano nel sud Italia. Le serpi (in verità anguille) del pozzo di San Paolo in Galatina, le tarante della stessa città, la focara di Sant’Antonio Abate, l’acqua di San Giovanni Battista e così via altro non sono che il risultato di quel sincretismo religioso con il quale la religione cristiana ha fagocitato le antiche ritualità pagane che, almeno sino al IV-V sec. d.C., hanno caratterizzato il Salento antico.

L’esempio più antico di un dio-serpente lo troviamo nella “Grotta dei Cervi” di Badisco e questo ci testimonia come le radici cultuali della nostra terra abbiano una tradizione non secolare ma millenaria!

Spetta al sociologo magliese Cosimo Giannuzzi, autore di diversi studi salentini a carattere storico e socio-antropologico, la paternità della formulazione di una figura divina e non umana rappresentata nel famoso disegno antropomorfo della grotta (1). Formulazione accolta con favore dai maggiori centri internazionali di studi antropologici ed entnologici. Le formulazioni dello storico nascono dalle riflessioni interpretative sulla figura a forma di due S speculari che si vedono sotto la figura umana. Già altri studiosi avevano creduto di vedere in esse una costruzione grafica nella quale due serpenti caratterizzati da teste rigonfie sono sollevati in direzioni opposte a formare una spirale. Questa intuizione portò il Giannuzzi a teorizzare attraverso la figura l’esistenza di un processo psicologico in cui due forze, poste graficamente in contrasto tra di loro, si manifestano in un completo equilibrio determinato dalla danza. La danza è quindi fondamentale nel dettare questo bilanciamento di forze contrapposte che, trasferite sul piano trascendentale, assurge a motivo equilibratore garante dell’ordine cosmico. A Badisco, quindi, la figura si rivela nella forma umana del “Dio che danza” e non in quella di uno stregone o di uno sciamano, in cui si esprime «la dinamica psichica di due forze contrastanti, inconciliabili per natura, ma suscettibili di un rapporto equilibrato». Può infine ritenersi attendibile, conclude lo studioso, l’ipotesi che vede «nella figura di Badisco la rappresentazione della “Dea Serpente”, la dea madre terribile signora della vita e della morte. La sua posizione potrebbe essere quella del parto e il motivo a rete del pittogramma che precede all’antropomorfo può ricondursi a simbolo dell’acqua e della vita che è spesso associato alle figure delle dee madri neolitiche».

Ancora una volta, quindi, siamo testimoni di un processo di maturazione che ha visto protagonista in origine proprio il Salento. I suoi uomini si proteggevano dalla serpe, come oggi fanno i nostri dalla taranta, e cioè danzando al tempo di quel ritmo che la natura umana e la trascendenza ponevano in una sorta di equilibrio ipnotico. Lo stesso equilibrio regolatore del mondo, garante della vita e della morte.


(1)  Rimando alla lettura del saggio: C. GIANNUZZI, La divinità nel santuario preistorico di Porto Badisco, sta in «Note di Storia e Cultura salentina» rivista della Società di Storia Patria sez. Maglie, 4(1991), pp. 121-128. Vedi anche le notizie incluse in «Archivio per l’Antropologia e la Etnologia», 123(1993), p.732.

5 pensieri su “La Dea Serpe nella Grotta dei Cervi”

  1. E’ una ricerca straordinaria, che riporta la nascita del culto del serpente e della danza salentina al mondo primitivo. La divinità danzante di Porto Badisco sembra davvero una pizzicata, che si libera con le sue gambe ballerine dal morso del serpente.
    Tutto parte dalla genesi del Mondo…grazie e complimenti, Vincenzo!

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  2. … una prospettiva che ribalta le mie (molto poche, in verità!) conoscenze su questo argomento, rinnovando allo stesso tempo il desiderio di saperne di più su questa meraviglia nascosta che è la Grotta dei Cervi…
    un grazie di cuore 🙂

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  3. ,

    Complimentandomi con l’articolo dell’amico Vincenzo che c’invoglia alla ricerca ed allo studio, mi permetto però umilmente di dissentire da alcune interpretazioni di carattere religioso o almeno manicheo se non addirittura cristiano che l’esimio professor Giannuzzi, peraltro da me molto stimato, fa trapelare descrivendoci la figura impressa nella “stanza dello stregone” delle grotte di porto Badisco: Riporto dall’articolo:
    “La capacità di questa figura di incarnare l’aspetto duale del mondo, che è alla base del concetto secondo cui “Dio nel mondo si esprime sempre in due forme opposte”, ha trovato nell’animale l’elemento per caratterizzare il peccato ma, non meno spesso, anche l’elemento positivo legato, ad esempio, ai culti della fertilità.” E poi ancora:
    “A Badisco, quindi, la figura si rivela nella forma umana del “Dio che danza” e non in quella di uno stregone o di uno sciamano, in cui si esprime «la dinamica psichica di due forze contrastanti, inconciliabili per natura, ma suscettibili di un rapporto equilibrato.”
    Ora dobbiamo ricordare che i graffiti di porto Badisco risalgono al neolitico quando ancora la religiosità si esprimeva soprattutto con l’animismo, di cui lo sciamanismo era una componente essenziale ed ancora non esisteva una netta divisione tra bene e male, luce e tenebre e così via. A confermarcelo ci sono numerosi studi che ci parlano di sciamani che, sotto l’effetto delle droghe, vedevano figure di serpenti colorati che svelavano loro i segreti della vita. Ci racconta l’antropologo Jeremy Narby di aver provato, quando era in Amazzonia, “L’ayahuasca”, la stessa droga che usavano gli sciamani e di aver conseguentemente avuto visioni di serpenti di ogni forma e dimensione. Ora la “grotta dei cervi” nasconde nel suo complesso groviglio geometrico molti simboli a noi sconosciuti e difficilmente interpretabili, tranne forse le scene di caccia e le figura dei serpenti appunto, che molti studiosi comparano addirittura alla doppia elica dell’acido desossiribonucleico, il DNA che è fonte di ogni forma di vita. Io non oso certo formulare ipotesi personali ma, tra i tanti tentativi d’interpretazione fatti da studiosi di tutto il mondo, sposo la tesi finora più accreditata. La figura misteriosa sembrerebbe essere uno sciamano (stregone) che adornato di penne di uccello danza la “danza della vita” evocando i serpenti, simbolo del sesso, della procreazione e dell’immortalità.

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  4. Caro Dino, amico mio,
    effettivamente l’interpretazione dei disegni di Porto Badisco hanno suscitato l’interesse di moltissimi studiosi i quali hanno formulato tesi che, seppur diverse da quelle del prof. Giannuzzi, hanno tutte un punto debole: non si può discutere di “religioni del neolitico” perché allo stato attuale le conoscenze sono ben poche. Concordo che la figura sia antropomorfa e che sia veramente quella di uno sciamano ma è difficile correlare questo disegno con quelli che gli sono attorno (v. la “rete” che il Giannuzzi identifica come il grembo materno, l’acqua primordiale). In ogni caso, caro Dino, hai perfettamente ragione a sposare la tesi di una figura legata ai temi della procreazione e del sesso ovvero al più antico credo meglio noto come “culto della fertilità”. Io credo che la spiegazione del tutto non vada ricercata nell’interpretazione della singola figura bensì nella lettura complessiva di tutto il “panorama pittorico” della splendida grotta dei Cervi. Grazie Dino per i tuoi apprezzamenti che, come sai, sono ricambiati in tutto. Un caro saluto. V.

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