Storia

Isabella di Clermont, regina di Napoli (Parte II)

Una rarissima immagine di Isabella di Clermont

La morte di Alfonso il Magnanimo, avvenuta il 26 giugno 1458, scatena la lotta per la successione al regno di Napoli, protrattasi fino al 18 agosto 1462 quando re Ferrante sconfigge definitivamente a Troia il pretendente Giovanni d’Angiò. Isabella, ormai regina di Napoli, tra il 1458 e il 1462 diventa protagonista di rilievo e anina della resistenza aragonese-napoletana contro gli angioini e i baroni ribelli, tra i quali primeggiava suo zio Giovanni Antonio Orsini del Balzo.

Strappata alla tranquilla vita di sposa e di madre, rivelò le qualità eccezionali dell’animo suo, qualità che la rendevano veramente degna di essere regina: energica e previdente, risoluta e fiera, ella fu l’alter ego del marito, che dovette in gran parte al suo aiuto la conservazione del regno.

Lo zio Giovanni Antonio Orsini del Balzo, principe di Taranto, scrive Benedetto Croce, fu l’anima della rivolta dei baroni, a sostegno del pretendente Giovanni d’Angiò, e il 2 giugno 1460, unito all’angioino, inflisse a re Ferrante la terribile rotta di Sarno, che lo portò presso alla perdita della capitale e del regno. E continua raccontando: la regina Isabella, che era rimasta in Napoli e ne teneva il governo, avuto l’annuncio del disastro, non si perse d’animo e –scrive un cronista (Passaro)- andai a Santo Pietro Martire e là fece chiamare tutti i cittadini di Napoli, e molto altro popolo del regno, e quelli supplicai che volessero aiutare a re Ferrante suo marito, e poi se travestì e stette a cercare la limosina alla porta. Per questa causa fece una grande quantità di denari, dimodoché il detto re rifece la gente e tornai a la campagna contro lo dua Joanni.

Accanto a queste parole dell’umile cronista Passaro si leva la nobile prosa di Gioviano Pontano che racconta quanto Isabella operasse in quei gravi giorni: La regina Isabella, ora nei templi ora nelle strade e piazze si mostrava ai cittadini, presentava a loro i figlioletti, li additava nipoti del re Alfonso, che tanto aveva meritato del popolo napoletano, li diceva cittadini napoletani, di nazione italiana, presso di loro generati, allevati, educati; che non avrebbero imitato l’insolenza francese, non introdotti nella loro città costumi francesi:avrebbero menato vita in comune coi figli e nipoti loro, diviso equaqmente ricchezze, onori e uffizi; avrebbero passato con essi la fanciullezza, con essi l’adolescenza, con essi la vecchiezza; e le forze regie e l’amministrazione del regno sarebbero nelle mani e nell’arbitrio dei napoletani.

Ella di che altro mai era sollecitata di attendere, nel pubblico e nel privato, alla difesa del popolo napoletano? E dicendo queste cose eccitava i lenti, spingeva gli eccitati, risaldava le volontà ed era tenuta in grande stima e messa in alto. E si ebbe allora la conferma che i tesori del re non sono quelli che si chiudono nelle casse, ma l’affetto e la ricchezza dei cittadini, i quali a gara offersero chi danaro, chi un cavallo di battaglia, chi un mulo da carico, e armi e scudi e panno per vestire i soldati.

Scrive Sabadino degli Arienti: Per sei anni, durando la guerra, Isabella Chiaromonte tenne le parti del re in Napoli. Così furono allora, per virtù sua, sorpassati i giorni di estremo pericolo e d’imminente rovina dell’anno 1460. E si disse altresì che Isabella avesse, in un segreto incontro e colloquio, toccato il cuore duro dello zio, il Principe di Taranto, che distolse i suoi alleati, dopo la vittoria di Sarno, dal correre difilato su Napoli, sconfiggendo l’aragonese: la qualcosa non parrà mai incoerente né troppo strana a chi conosca il fare dei feudatari e baroni, che non tanto volevano il trionfo di una delle parti, quanto perpetuare o prolungare il dissidio e il disordine.

(terza e ultima parte)

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