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Mario Rapisardi, poeta e uomo libero

Mario Rapisardi
Mario Rapisardi

La lettura di alcuni scritti composti anche a distanza di un secolo, hanno ancora la capacità di essere quanto mai attuali. Di fronte a questi sorge spontaneo chiedersi se sia stata una virtù dell’autore quella di aver visto con lungimiranza ciò che noi oggi viviamo oppure, più realisticamente, se siamo ancora nelle identiche condizioni sociali, politiche ed economiche del tempo in cui lo scrittore annotava i suoi pensieri.

In particolare, qualche giorno fa ho avuto modo di leggere la raccolta di “Pensieri e Pregiudizi” del poeta siciliano Mario Rapisardi (1844-1912), pubblicati a Palermo nel 1915.  Si tratta di una raccolta di vari pensieri e giudizi filosofici, artistici, politici e sociali del suo tempo che il poeta inviava ai giovani studenti e ai lavoratori e che spesso servivano per argomentare comizi che, a quanto pare, infiammavano la folla con la sua parola “gagliarda e vibrante”.

Particolarmente avverso alla formazione scolastica del suo tempo, egli fu un grande educatore tanto che Alfio Tomaselli, curatore anche di un “Commentario rapisardiano” (Catania, 1932), non indugia nell’affermare che

« voleva […] i giovani uscissero dalle nostre scuole non col cervello imborrato di erudizione, ma col cuore pieno di magnanimi sensi, nutriti di sani principi, pronti sempre a combattere e a cadere per l’ideale».

Fu questa la battaglia di una vita che il Rapisardi espresse in poesia e in prosa perché voleva

«flagellare il vizio, esaltare e fare amar la virtù, dovunque e in qualunque modo: a questo mirò […] con entusiasmo giovanile, con sincerità quasi selvatica. E per tale ragione egli, folle orditor d’alti sogni, che osava dir fango al fango e svelar la putredine sociale, parve a molti eccessivo. Eccessivo, forse; ma in tempi corrotti l’indignazione e indizio di coscienza sicura e la indifferenza potrebbe essere anche viltà».

Un uomo di questo spessore, capace di mantenere fede sincera ai suoi ideali

«soffrì in compenso persecuzioni e dolori, ma i suoi nemici non furono […] degli eroi; combatté a viso aperto, ma non fu mai vinto; e se ebbe l’effimero plauso popolare, non però egli porse facile orecchio alle […] lusinghe del potere, ne s’implicò in faziosi raggiri […]».

Ma il poeta di questo non ebbe mai a lamentarsi perché come dice egli stesso

«la stima e l’affetto degli uomini più puri d’Italia mi ha largamente compensato delle impertinenze e delle perfidie, onde mi han gratificato da trent’anni i truffatori della pubblica opinione e i rivenduglioli della propria coscienza».

Tuttavia quando egli morì il suo corpo rimase insepolto per quasi dieci anni e depositato in un magazzino del cimitero comunale di Catania. Ciò avvenne per un veto apposto dalle autorità ecclesiastiche poiché il poeta, come scrive nelle memorie autopsicobiografiche, si era ribellato

« di buon’ora a tutte le superstizioni religiose, filosofiche e sociali».

Al suo funerale però parteciparono ben 150.000 persone oltre a diverse rappresentanze ufficiali di stati esteri.

Chi legge uno degli scritti in prosa del Rapisardi

«[sogghignerà…] come di cose oramai viete, come di ciarpame di retorica patriottica, come di sentenze di moralità squarquoia.»

scrive il Tomaselli ma per

«quanti hanno l’animo educato ai forti studi e il cuore aperto alle più belle manifestazioni della vita udranno echeggiare […] la voce carezzevole di un amico buono, il quale fu un uomo dalla eroica tempra, che ebbe fede inconcussa nei destini umani, e che resterà come un monolito superbo, una colonna miliare nell’infinito progresso della civiltà dei popoli».

Ecco cosa scrive il Rapisardi circa il “far politica” al suo tempo, si noteranno non pochi elementi del nostro pensiero che, a differenza di quello del poeta, è molto spesso nascosto seppur ampiamente condiviso:

«Questa baraonda elettorale, questa lotta indecorosa non di principj ma di persone, non di partiti ma d’individui, giova pure a qualcosa: ci da la misura della politica e della morale italiana in questa agonia del secolo. I partiti si scindono, si suddividono, si sminuzzano in un bulicame di esseri anfibi che lottano e s’addentano l’uno con l’altro; tutti vogliono tutto; l’egoismo e lo stato, il tornaconto e l’ideale. Da per tutto l’impotenza che coccoveggia il potere: unica leva l’ambizione, unica arma l’insidia. La politica si muta in casistica di teologanti; la morale in esercitazione di retori; la legge in cavillazione di legulei; […]. La critica mimiziosa, espressione ultima dell’ingegno e del carattere della borghesaglia putrefatta, s’è impadronita di tutte le manifestazioni della vita. I vermi trionfano. Ricostituiamo i partiti, si grida. Illusione o frode. Per ricostituire i partiti bisogna ricostituire i caratteri. I partiti si sono disgregati e disfatti, perché i nostri uomini politici non hanno più fede in un ideale qual sia: mancano cioè di carattere. Senza fede in un alto ideale di libertà e di giustizia sociale, senza la virtù del sacrificio di tutte le proprie forze a questo fine, ogni ricostituzione di partiti è un sogno. Si avranno fazioni e sette, tutt’al più; mobili gruppi d’individui legati da un interesse effimero, che si sposteranno e si confonderanno e si sparpaglieranno da un giorno all’altro a un mutar di vento. Da questa babilonia d’interessi privati, mascherati dalla commedia del patriottismo, non può sorgere che il governo-monopolio, un’accozzaglia di elementi diversi, tenuti insieme dall’ambizione e dall’ avarizia, pronti a trasformarsi di bianchi in neri, pur di serbarsi al potere: un mostro da sette od otto trombe aspiranti, dalle branche innumerevoli, sparse tutte d’innumerevoli coppette. E’ lo stato-monopolio, che tutto vuole per sé: un privilegio immane. Non si giova della violenza, ma dalla frode; vuole assorbire e distruggere tutto, ma legalmente: la legge è la sua maschera. I ministri e i cosi detti rappresentanti del popolo (di quale?) rappresentano la commedia del Patriottismo. Si adunano quali rappresentanti del popolo, si squadrano, fan quattro chiacchiere, si bisticciano, vengono a’ capelli: e, recitata ciascuno la sua parte, sia di tribuno o di lanzichenecco, sia di legislatore o d’apostolo, si fanno la riverenza, e, ghignando del popolo e di se stessi, torna ognuno alle proprie faccende. […]. Il popolo lo comincia a comprendere, e un giorno o l’altro farà da sé».

I testi virgolettati sono tratti da M. RAPISARDI, Pensieri e pregiudizi, Edizione Postuma a cura di A. Tomaselli, Palermo 1915, pp. 13-16.

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4 pensieri riguardo “Mario Rapisardi, poeta e uomo libero”

  1. Caro Vincenzo,
    E’ un edificante ricordo di un uomo libero, che può essere di esempio agli italiani di oggi e soprattutto ai docenti e studenti che non l’hanno ancora conosciuto.

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  2. Caro Fernando,
    è l’esempio di questi uomini liberi che mi fanno ben sperare e continuo a confidare nel “potere” della cultura come strumento del nostro riscatto.
    Un abbraccio

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  3. E’ vero caro sig. Pietro,
    segnalo correttamente la bibliografia:
    M. RAPISARDI, “Pensieri e Giudizi con l’aggiunta di Odi Civili e degli aforismi di L.A. Seneca e P.Siro”, Ed. postuma a cura di Alfio TOMASELLI, Palermo, G. Pedone Lauriel, 1915.

    Aggiungo che è un onore avere per me un suo commento su questo Blog considerando che lei è il curatore del sito segnalato. Vanno a Lei i meriti per avermi fatto conoscere questo poeta che ipotizzo lei abbia approfonditamente studiato.
    Grazie di cuore e spero di rileggervi ancora.

    Vincenzo D’Aurelio

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