Cultura salentina, Personaggi, Scrivere il Salento

La leggendaria nascita del mio bisnonno.

A carte, Pasquale Urso (olio su tela)
Più di una volta avevo chiesto a mio nonno paterno Augusto di raccontarmi qualcosa sulla sua famiglia. Lui, come sempre, si adombrava un po’ e diceva «mio padre si chiamava Rosario e mia madre Nena, abitavano vicino al cimitero. Lui era di Otranto e mia madre di Maglie. Papà era mingherlino ma sempre ben vestito, la mamma era molto alta e robusta».

Questo e nient’altro. Io allora lo incalzavo con altre domande ma lui diceva di non ricordare e continuava a tenere lo sguardo basso. Capivo che voleva nascondere qualcosa e perciò non mi guardava negli occhi.

Nemmeno mio padre Oronzo sapeva di più e tantomeno vi erano oggetti nella casa del nonno che gli potessero ringalluzzire la memoria. I miei zii sapevano ancor meno, qualcosa invece la appresi da un cugino di papà, cumpare Totò, così detto per l’avermi battezzato.

Mi disse che il bisnonno Rosario era un sciurnatiere 1, commerciava in piccolo con l’olio e aveva a Maglie anche una sorella sposata, ma senza figli, di nome Isabella, a zi’ Sabella.

Intanto mio nonno Augusto era morto e i suoi fratelli lo avevano già preceduto. Nessuno poteva più raccontarmi qualcosa o darmi degli indizi e perciò la mia curiosità invece di svanire divenne rabbiosa. Domandavo a tutti i miei parenti notizie circa i nomi dei nostri avi, foto, ricordi, racconti ecc. Ero l’ossessione di tutti sinché di fronte all’ennesimo “boh!” e “non so” compare Totò, memoria storica della famiglia, mi disse: «già qualcuno dei tuoi parenti fece una ricerca in tal senso.

In Otranto, al comune, non fu trovato l’atto di nascita di Rosario e per questo è vero quanto diceva zio Damiano, il fratello di tuo nonno. Egli asseriva che Rosario, il tuo bisnonno, fu trovato in fasce da quelli che furono poi i suoi genitori abbandonato dentro una barca del porto di Otranto. Chissà quale puttanazza 2 lo aveva partorito e lì abbandonato. Loro lo raccolsero e lo allevarono!». In quel momento capii i silenzi del nonno di fronte al martellamento delle mie domande e compresi la sua vergogna nel dire che suo padre era un figlio di puttana.

Noi meridionali con i nostri canoni dell’onore e del rispetto lo avremmo disapprovato e tacere su tutto era l’unico modo per far dimenticare e nascondere una vergogna che disonorava non uno ma tutta la razza 3! Povero nonno, quanto lo facevano soffrire le mie domande, quanto aveva faticato a nascondere queste notizie e io solo allora lo avevo capito.

Francamente, però, a questa storia io non ci credevo più di tanto anche perché le circostanze dell’abbandono di Rosario mi parevano molto fantasiose. In primis la madre, così com’era largamente diffuso, avrebbe potuto abbandonarlo presso qualche ruota degli Innocenti, secondo perché abbandonarlo al porto e non nei pressi di una chiesa o un monastero o uno spedale? Terzo, l’abbandono dentro una barca sembrava una di quelle tante storie che la mitologia ci ha trasmesso. Decisi quindi di indagare per chiarire definitivamente tutto ciò.

Sapevo che molta documentazione anagrafica dei comuni è riversata nell’Archivio di Stato di Lecce e comunque attestazioni di nascita si trovano negli archivi parrocchiali, diocesani, nei processi matrimoniali ecc. Anche se la copia al comune di Otranto era scomparsa, la probabilità che la stessa sorte fosse toccata a tutte le probabili altre era remotissima.

Coinvolsi allora l’amico Giovanni Maria, che conoscevo per la sua esperienza in materia di ricerca archivistica e genealogica, il quale riuscì a ritrovare una di queste agognate carte nell’Archivio della Cattedrale di Otranto. La carta, scritta in Otranto e datata 6 ottobre 1872, è una registrazione riguardante il battesimo dell’avo Rosario dalla quale si evince che egli fu figlio dei coniugi Donato D’Aurelio e Vittoria Saracino di Otranto «Re(veren)dus Sacerdos D. Salvador Massaro substitutus baptizavit infantem […] natum ex Donato D’Aurelio, et Victoria Saracino coniugibus hujus Parochiae Hydruntinae cui impositus fuit nomen Rosarius d’Aurelio. Padrini fuerunt […] In quorum fidem. Scipio Can(oni)cus de Paulis Curatus».

Grazie all’aiuto di Giovanni Maria e alla mia caparbietà, con questo documento riuscivamo a far luce in una storia di famiglia che, rivelatasi leggenda, aveva profondamente segnato l’onore del nonno. Capii che il fantasioso luogo del ritrovamento di Rosario, ossia il porto, trovava coinvolto lo stesso Donato che essendo un vaticale 4 svolgeva qui i suoi traffici e passava buona parte della giornata. Si aggiunga che qui anche ci abitava assieme a tutta la famiglia. La scarsezza d’informazioni tramandate oralmente da Rosario e utili a sfatare in anticipo la leggenda, trova spiegazione nel fatto che l’avo rimase orfano di entrambi i genitori a undici anni.

Non poteva certamente avere un gran bagaglio di ricordi, anzi quei pochi molto probabilmente, e per la durezza della vita, furono ben presto dimenticati. Rosario fu cresciuto dalle due sorelle Isabella e Lucia che gli fecero da genitori e sommando un po’ tutto e arricchendo con la fantasia popolare che in queste storie non manca mai, è facile comprendere l’origine della leggenda del  “fanciullo in fasce abbandonato”.

Purtroppo, però, il nonno Augusto era già morto e questo non ho avuto modo di dirglielo ma ho ancora negli occhi la gioia di cumpare Totò quando gli feci dono di una delle copie della ricerca e gli narrai ciò che ho fin qua scritto.

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1 Lavoratore remunerato a giornata senza fisso impiego.

2 Mi sia perdonato l’uso franco del termine ma l’enfasi di esso esprime, a parer mio, ancor meglio il disprezzo nei confronti del più antico mestiere del mondo.

3 Stirpe, famiglia.

4 Uomo addetto a guidare i carri.

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