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Un esempio di devozione: la Chiesa del Crocefisso di Muro Leccese.

Muro Leccese, Chiesa del Crocefisso, Entrata sud (Foto R. Patella)
Muro Leccese, Chiesa del Crocefisso, entrata sud (Foto R. Patella)

Entrando nella Chiesa del Crocefisso a Muro Leccese, l’attenzione è rapita dall’altare maggiore col suo stupendo crocefisso ligneo del ‘600 opera dello scultore alessanese Placido Boffelli (1635-1693). Quest’opera del “Fidia salentino” assommata alla bellezza delle colonne tortili e arabescate dell’accesso laterale a sud, basterebbe per motivare una visita del luogo dove, tuttavia, la maggior parte delle opere pittoriche sono state a suo tempo trafugate. Questa chiesetta è un’espressione sincera di quella caratteristica devozione popolare delle nostre contrade salentine. Essa, attraverso i riti qui officiati e l’arte riflette quel semplice mondo della spiritualità cittadina che così tanto legò l’uomo al Cristo, ai Santi e alla Madonna e specialmente in quei tempi in cui il dolore, le vessazioni, le malattie e l’indigenza rendevano la vita una perenne scommessa da giocarsi con la morte.

Particolare
Entrata sud (Foto R. Patella)

L’attuale chiesa sorge sulle rovine di una più antica, dedicata a San Giovanni il Precursore e officiata al tempo secondo i canoni della liturgia greca. Edificata nel 1573 per volontà dalla piissima Cornelia de Monti, moglie del fedudatario di Muro Giovan Battista Protonobilissimo, quale ex-voto per la guarigione miracolosa del figlio Francesco colpito da malattia letale, scrive il Maggiulli, accolse anche una piccola comunità di frati Francescani. Gli stessi, nel 1632, saranno allontanati da Desiderio Protonobilissimo, successo nel feudo a Francesco (1), spinto in questa decisione dai potenti padri Domenicani qui giunti nel 1561. Traccia del periodo francescano sono visibili negli ovali che adornano le colonne dell’entrata sud. In essi sono scolpite due figure di un frate lavoratore, una a destra e l’altra a sinistra, oltre ad alcune iscrizioni tra le quali una monca che riporta la frase “Frater Iuni[…], socius divi Francisci”. Interessante è anche rilevare nelle due “nicche” poste immediatamente sotto i precedenti ovali, la presenza delle figure di Santa Maria Maddalena e di Santa Maria Egiziaca che fanno supporre, a mio parere, il tema della conversione tipico della predicazione francescana post-tridentina (2).

Nel corso del ‘600 la chiesa divenne meta di tanti pellegrini che, provenienti dai paesi limitrofi, qui facevano tappa durante i riti della Settimana Santa. Quest’usanza è ormai andata persa ma la devozione della popolazione murese al Crocefisso è ancora molto viva tanto che i suoi festeggiamenti, nel giorno 3 di maggio, sono paragonabili a quelli del patrono Sant’Oronzo.

Un‘epigrafe posta sull’architrave della stessa entrata è rivelatrice di un altro fatto di devozione oggi poco noto. Si tratta di un’iscrizione del primo seicento dove si legge:

PIETATIS LAVACRUM / VIRGO PARENS LACRIMIS TERGIT LAVAT AMNE IOANES/ UTROQUE DET PIETAS ESTO PIUS / PIUM NOMINI BEVILACQUA / SI PIETA LACRUMAT CURRUIT SI FLUMINA LYNPHAE / DET PIETATIS NOMEN DAT CUI NOMEN ACQUA. CHARITHAS QUA PIETAS ER AMOR TRIUNFAT DIVES / VIRGINIS HIC PIETAS CRUCIFIXU CERNIT AMORE / HIC MERITO CERNIS TU CARITATIS” (3).

L’epigrafe si riferisce al sacerdote Bevilacqua Pantaleo (Pio) il quale nel 1613, secondo le notizie riportate dal Maggiulli, particolarmente si adoperò per il restauro di questa chiesetta. La stessa iscrizione, però, ci rammenta come il Bevilacqua “per merito di carità” discernesse la pietà e ciò fa ben pensare ad uomo santo che tanto caratterizzò la spiritualità di questa cittadina. Difatti il Maggiulli nella sua “Monografia di Muro Leccese” riporta quest’uomo, morto in odore di santità nel 1614, tra gli uomini illustri della sua città. Di lui racconta anche una storia, indubbiamente mista a leggenda, secondo la quale il sacerdote, «buon teologo e di santissima vita», attraverso l’orazione e l’ingiunzione delle mani riusciva a guarire immediatamente gli infermi. Lo storico murese aggiunge anche un altro aneddoto secondo il quale il sacerdote, ritiratosi in un bosco vicino al paese, era perennemente immerso nell’orazione. Durante uno di questi giorni passati nella solitudine e nella preghiera, trovò in un roveto l’immagine della Madonna Addolorata che venne esposta e venerata nella Chiesa del Crocefisso. Fu lo stesso sacerdote che si prodigò presso i baroni e feudatari di terra d’Otranto ad organizzare molti pellegrinaggi presso il santuario mariano di Leuca essendo il santo uomo devotissimo a questa Beata Vergine. Certamente la grandezza di Pantaleo Bevilacqua fu tale da incidere profondamente nelle coscienze e nella spiritualità della Muro seicentesca e con questa epigrafe fu suggellata la sua memoria nei secoli. Una memoria di pietà che assommata a tutte le altre piccole storie di devozione sin qui narrate, rende il Crocefisso di Muro Leccese un luogo in cui poter leggere la storia di una comunità attraverso il suo culto e le sue venerazioni.

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(1)   La successione feudale in Muro Leccese e l’attribuzione ai Protonobilissimo del titolo di principe già dal XV sec., a parere di chi scrive, necessita di una verifica documentaria alla luce delle incongruenze storiche della “Cronica” di anonimo autore alla quale il Maggiulli attinse e alle fosche linee genealogiche sino ad oggi pubblicate. (2)   Rimando lo studio di questi ovali ad un prossimo articolo. (3)   Trad.: Lavacro di pietà, la Vergine Madre deterge con le lacrime, Giovanni lava con l’acqua del fiume. L’una e l’altra pietà diano. Sii pio Bevilacqua, Pio di nome, se la pietà versa lacrime, se scorrono fiumi d’acqua, dia la pietà l’augurio a colui al quale l’acqua dà il nome. La carità per la quale la pietà e l’amore trionfano ricchi, qui la pietà discerne il Crocefisso con l’amore, qui tu lo discerni per merito di carità.

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