Antropologia culturale, Pensiero meridionale, Scrivere il Salento, Tradizioni

Detti popolari sulle donne salentine d’altri tempi

Pasquale Urso – Acquaforte

Si fa presto a dire donna: i tempi cambiano, le donne sono emancipate, in parte si è raggiunta la parità dei sessi e talvolta si sfocia in un eccesso di femminismo sconsiderato per paura di tornare indietro. Il Salento non fa eccezione: la cultura che voleva la donna chiusa in casa, con il tempo scandito dal lavoro domestico e dalla crescita dei pargoli, è ormai, salve le eccezioni, declinata. Ma da dove siamo partiti e quanta strada ha fatto la donna in mezzo secolo dalle nostre parti?

Un lavoro di Antonella Caforio, dal titolo Vita e lavoro nei proverbi di Latiano, del 1986 ricorda, in un capitolo, l’immagine femminile della prima metà del ‘900, attraverso la strada più semplice e più colirata: quella dei motti imbastiti sulla donna, sui suoi difetti, sul suo ruolo nella società contadina di un paesotto salentino.

Vediamone alcuni, a seconda delle “qualità” femminili cui si fa riferimento. In merito presunte inclinazioni menzognere della donna, si diceva:

Ci la fimmina criti, la galera viti (Se credi alla donna finisci in prigione)

La fimmena chiange cu nuecchiu e rite cull’autru (La donna piange da un occhio e ride con l’altro)

Uomu ca giura, cavaddhu ca suta e fimmena ca chiange nu va critutu nienti (Non bisogna credere all’uomo che giura, al cavallo che suda, alla donna che piange)

De la fimmina, de lu fuecu e de lu mare nu te fidare (Della donna, del fuoco e del mare non ti fidare)

La fimmena ete comu la castagna: beddhra de fore e intra la macagna (La donna è come la castagna: bella di fuori e dentro la magagna)

Ma si riconosceva comunque il fascino delle donne, una qualità pericolosa per l’uomo che non riusciva a resistere:

Fimmene, cavaddhi, sciucu e servituri ruinanu li signuri (Donne, cavalli, gioco e servitori rovinano i signori)

Cavaddhu biancu e fimmena beddhra fannu girare la capu (Cavallo bianco e donna bella fanno girare la testa)

Le donne poi erano distinte in belle e brutte, in giovani e mature; per le meno piacenti e le attempate purtroppo non c’era nessuna pietà, il ritornello recitava:

Brutta te facce, brutta de core (Brutta di faccia, brutta di cuore)

La fimmena de quarant’anni minala a mare cu tutti li panni (La donna di quarant’anni buttala a mare con tutti i vestiti)

Mentre le donne belle avevano un futuro assicurato…

Fimmena beddhra nasce maritata (La donna bella nasce sposata)

Fimmena beddhra e pulita senza dote se mmarita (La donna bella si sposa anche senza dote)

… salvo poi a fare la fine delle quarantenni:

Ogni scarpiteddhra ddenta scarpone, ogni fimmena beddhra se rrocca a nu cantune (Tutte le scarpe nuove sono destinate a invecchiare, ogni bella donna un giorno dovrà mettersi da parte)

La fimmena è beddhra quandu ne tene ‘na francateddhra (La donna è bella quando ha pochi anni, cioé è giovane)

Sulla donna e il matrimonio poi vi era tutto un universo di detti e non detti, ma questo è un altro post…

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