Arte, Scrivere il Salento, Storia, Territorio

A Maglie, sulla strada di San Donato

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chiesa
Chiesa di San Donato (ph. Vincenzo D'Aurelio)

Una passeggiata in bicicletta tra le antiche stradine di campagna riserva spesso piacevoli sorprese. A Maglie, percorrendo un prolungamento di via Morandi ci si imbocca in una stradina una volta nominata strada di San Donato. Tra muretti a secco e una piacevole e lunga discesa si taglia in mezzo a vaste campagne i cui toponimi ricordano tutt’ora il tempo in cui la lingua greca dominava sulla romanza. Questi fondi sono detti camara che deriva, dagli studi dello storico magliese Emilio Panarese, da un neo-grecismo indicante “casa con tetto a volta” e murica solitamente usato per indicare le alture poste sulle serre salentine.

Difatti, pensando alla murica e osservando il territorio, è facile notare come il luogo sia posto in un punto alto attorniato da altri luoghi che si è soliti indicare col prefisso di monte. Uno di questi è il vicino muntarrune senza dimenticare che lo stesso Malle, da cui Maglie, sembrerebbe derivare da un sostrato linguistico indo-europeo mal ossia “altura”. La presenza sul luogo di una camara fa pensare alla presenza di un’abitazione, certamente contadina, e difatti percorrendo in tutta la sua lunghezza la strada di San Donato si giunge all’omonima masseria probabilmente sorta successivamente sul luogo dove insisteva la “casa a volta”. Meno difficoltoso è invece capire il perché della strada intitolata al santo vescovo poiché alla sua fine, prima di perdersi nella campagna, sorge una chiesetta allo stesso dedicata.

altare
Chiesa di San Donato, altare antico (ph. Vincenzo D'Aurelio)

Tuttavia la struttura non è tanto antica, probabilmente ottocentesca, mentre la stradina sappiamo essere già così nominata dal seicento. Basta procedere, però, poco più avanti e a ridosso di un muretto a secco, quasi interamente coperto di rovi, si intravedono i resti di un antico altare sul quale sono ancora visibili due basi utilizzate per l’appoggio di ceri e il residuo di un affresco che fa supporre la presenza di un San Donato per via della raffigurazione di un pastorale. Nella chiesa, invece, esiste un altare in pietra con la raffigurazione di una croce entro un cerchio sovrastato da un tardo affresco che riproduce San Donato al centro e ai suoi lati Sant’Antonio Abate e San Domenico.

Nulla di rilevante si nota nell’architettura dell’edificio ma chiedersi il perché di tanta devozione al santo da parte di una piccola comunità contadina è doveroso. Chiesi ai proprietari del luogo se fossero a conoscenza di qualche storia legata al santo e uno di loro mi disse che sua madre raccontava come sotto la figura di San Donato fosse sempre presente una grossa serpe. Questa custodiva il luogo ed era inoffensiva, malgrado la sua mole, ed inoltre chiunque passasse da quella chiesa era obbligato ad accendere un cero altrimenti si sarebbe avuta una moria di animali.

Affresco
Chiesa di San Donato, affresco (ph. Vincenzo D'Aurelio)

Le credenze magico-religiose sono diffusissime nella cultura contadina e non pochi sono gli esempi di devozioni ai santi mirate a proteggere dalle carestie e dalle malattie. La storia della serpe di San Donato può avere spiegazione in questo latente paganesimo che nel corso dell’Ottocento era ancora vivo nel nostro Salento. Sappiamo, infatti, che a San Donato ci si rivolgeva per guarire coloro che soffrivano di epilessia. Malattia, questa, che i medici non riuscivano a guarire e pertanto spesso confusa come manifestazione diabolica, possessione e castigo divino. La serpe, specialmente nel cristianesimo, è espressione del maligno e per questo il rettile della leggenda, domata ai piedi del Santo, altro non riflette se non la forza salvifica di San Donato nei confronti degli epilettici ossia degli impossessati.

E’ come dire che in quel luogo il demonio era domato da San Donato. Diversamente si spiega la “moria di animali” che, pur sembrando impossessati quando ‘mpacciane (impazzivano), la letteratura antropologica ci insegna che ci si rivolgeva all’intercessione di San Vito e non a quella di San Donato. Osservando bene l’affresco, però, si vede la figura di Sant’Antonio Abate che, tra le tante qualità, assurge anche a protettore degli animali per via della figura del maiale spesso ritratta nelle sue immagini.

Pertanto è lecito supporre che mentre San Donato proteggeva gli uomini dal demonio, Sant’Antonio difendeva le bestie dallo stesso per cui l’affresco, seppur di scarso valore artistico, racchiude quella cultura contadina che vedeva la sopravvivenza della famiglia come una lotta continua contro il male. E’ facile allora intuire che l’uomo si legava ai santi in funzione delle loro qualità taumaturgiche e in un mondo in cui salute,  animali e terra erano gli unici strumenti di sopravvivenza della famiglia bisognava preservarli e custodirli non solo col lavoro ma anche con la fede essendo questo l’unico strumento adatto a sconfiggere il demonio con le sue carestie, malattie e morie.

Ancora una volta la lettura dei nostri luoghi, spesso dimenticati, ci riporta indietro di secoli e ci fa rivivere quell’antico mondo in cui l’uomo era un tutt’uno con la natura e i suoi cicli. Un mondo agreste in cui i sincretismi religiosi erano caratterizzanti della sua stessa cultura e che tutt’ora sono ancora rivissuti pur essendo consci che si tratta solo di leggende.

Sarà forse per il suo carattere leggendario che questa cultura è destinata a sparire ma se sappiamo leggere tra le righe è facile trovare i caratteri di una spiritualità che, seppur semplice e magica, ancor oggi affascina e può rendere alcuni luoghi unici da riscoprire e preservare.

4 pensieri su “A Maglie, sulla strada di San Donato”

  1. molto interessanti quei resti di altare. E’ strano che ci siano ancora quelle mensole portaceri, prevedo che “misteriosamente” presto spariranno involandosi verso altri e meno misteriosi lidi di crassi epuloni incoscienti del danno fatto.

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    1. L’unica fortuna, caro Aldo, è che il sito ricade in una proprietà privata ancora abitata e controllata 24 ore su 24. Saluti.

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  2. Dubito molto che i crassi epuloni siano incoscienti del danno che procurano; semmai, concentrati nel loro tronfio desiderio di esibire, non sanno di essere nient’altro che miseri feticisti, giacché ogni “pietra” tolta dal suo contesto perde ogni suo valore; se una volta era un’altare, un capitello, una “pila” o quale altra funzione la storia le avesse consegnato, nella loro casa è semplicemente un feticcio. Ma questo, e solo questo, gli zotici epuloni non lo sanno.
    Bel lavoro, d’Aurelio… e grazie di averci rassicurati che almeno qui le crasse mani dei trafugatori di antichità hanno la vita difficile.

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    1. Gent.ma dott.ssa Orlando,
      è un gran piacere aver ricevuto un commento al mio articolo da parte sua. La ringrazio per l’attenzione e per l’ennesima dimostrazione di sensibilità. Un caro saluto. Vincenzo

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