Cultura salentina

Marathon-iade

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Foeniculum vulgare
I soldati romani ed i gladiatori ne facevano largo uso prima dei loro combattimenti perchè si riteneva che accrescesse le loro forza ed il loro valore. I suoi rami venivano usati per incoronare i vincitori. Gli atleti greci mangiandone i semi mantenevano la loro perfetta forma fisica. I medici dell’antichità lo prescrivevano per problemi di vista o alle donne in allattamento, ancora per problemi di digestione o come disintossicante.

Ippocrate lo consigliava per calmare le coliche infantili. Plinio ne raccomandava l’applicazione in impacchi con decotto sugli occhi in caso di congiuntivite. In India veniva usata per pozioni afrodisiache. Il mito ancora racconta che Prometeo ne utilizzò il fusto (cavo all’interno) per nascondervi il fuoco rubato agli dei. E persino Carlo Magno ne ordinò la coltivazione nei propri giardini.

Il suo nome latino è foeniculum vulgare. Noi lo chiamiamo “finocchio selvatico”, e vi passiamo accanto quotidianamente, in queste giornate assolate che, da buona pianta mediterranea, ama così tanto.

In greco si chiama “marathon” (il famoso campo di battaglia di Maratona, infatti, era un campo di finocchi selvatici). Qui in Salento costeggia i bordi delle strade, da dove svetta alto, ma pur avendo un passato così glorioso e così tante virtù oggigiorno non viene riconosciuto ed il più delle volte passa inosservato.

Del finocchio selvatico si utilizza l’intera pianta durante il suo intero ciclo vegetativo: le sue foglie sono l’ ingrediente base di ricette famose quali la siciliana “pasta con le sarde“, i boccioli dei fiori vengono raccolti prima della fioritura e messi sotto aceto (esatto, sono le nostre “caroselle”, ormai così difficili da trovare!), i fiori vengono utilizzati per il liquore (di cui parleremo più avanti), mentre invece i semi (che in realtà rappresentano i “frutti” della pianta e che contengono una sostanza chiamata anetolo) vengono utilizzati per produrre un olio essenziale che è in grado di combattere l’effetto tossico dell’alcool nel nostro organismo. A proposito, sapevate che qualche goccia di questo olio essenziale massaggiato sulle tempie può alleviare i postumi da sbornia? Buono a sapersi!

Se in queste assolate giornate estive di ritorno dal mare, individuati gli inconfondibili fiori ad ombrello di questa piante lungo il bordo delle strade, decideste di fermarvi in una piazzola di sosta a raccoglierne una manciata di fiori (ne bastano circa trenta), una volta a casa, ricordandovi di questa ricetta, potreste anche decidere di metterli a macerare insieme ad un litro di alcool a 90° in un recipiente a chiusura ermetica che, per circa un mese, dovrete ricordarvi di agitare di quando in quando. Dopo di che, trascorsi i trenta giorni, e se ancora ve ne ricordate, potrete preparare uno sciroppo sciogliendo 800 grammi di zucchero in un litro di acqua bollente che, una volta raffreddato, unirete ai fiori macerati nell’alcool, filtrando in seguito il tutto.
Imbottigliate e lasciate riposare ancora per qualche giorno prima di gustare questo liquore al termine dei vostri pasti.
O durante.
O prima.
Ma in quest’ultimo caso, fate attenzione: il sapore intenso di questa pianta è stato abbondantemente utilizzato nel corso dei secoli da osti e ristoratori per cammuffare un cattivo odore o sapore di alimenti non freschissimi o più ancora di un vino non proprio eccellente.

Da dove potrebbe altrimenti aver origine la raccomandazione “non farti infinocchiare?

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