Ambiente, Territorio

Le acque interne del Salento leccese

di Antonio Bruno

© Gianfranco Budano: Riserva Naturale Statale Le Cesine

Le aree interne di acque salmastre del Salento leccese una volta erano delle paludi. Gli ambienti che si sono creati dopo la Bonifica sono di grande pregio, è possibile infatti riconoscere, nell’ordine, la vegetazione dei litorali sabbiosi e rocciosi, quella tipica degli ambienti retrodunali umidi, quella palustre, la macchia mediterranea.

Il Salento leccese è una parte della Messapia (cioè Terra tra i due mari) nome dato al territorio dagli storici greci perchè ha due versanti uno bagnato dal Mar Ionio e un altro dall’Adriatico. Su questi versanti ci sono acque interne salmastre che comunicano quasi tutte con il mare e che sono adatte all’allevamento dei pesci. Come non sapevi che i pesci si allevano? La donna e l’uomo da quando esistono, quindi da un centinaio di migliaia di anni, hanno abitato le zone costiere e sfruttato il mare sia per cibarsi di pesci, molluschi e animali marini pescando o con l’acquacoltura, sia per utilizzarlo come via di comunicazione, infatti i più antichi reperti archeologici di imbarcazioni risalgono a circa 4000 anni fa.

Comunque devi toglierti dalla testa che l’allevamento dei pesci, che viene definito piscicoltura (anche pescicoltura), sia facile da attuare. Insomma non è che si prende del pesce, lo si getta nelle acque interne salmastre del Salento leccese, si aspetta un po’ di tempo in maniera che cresca e poi nello stesso istante in cui diventa adulto, lo si prende e lo si cuoce in padella. Non funziona così, perchè l’allevamento del pesce è una pratica che va fatta in maniera razionale.

In un recente convegno svoltosi a Lecce ho ascoltato le parole preoccupate del prof. Ferdinando Boero sulla pratica dell’allevamento del pesce che si può sintetizzare in un dare da mangiare dei pesci piccoli a dei pesci che diverranno più grossi. Una pratica che ha un impatto molto forte e che non si presenta sostenibile tanto che sempre il prof. Boero afferma che nel Mediterraneo c’è sempre meno pesce e per dimostrarlo racconta della presenza sempre più massiccia delle meduse nel Mediterraneo. In pratica, se i pesci sono di meno, ecco che aumentano le meduse la qual cosa è continuamente monitorata dal progetto “Occhio alla medusa”, partito lo scorso anno grazie all’idea del Prof. Ferdinando Boero che, come tutti sappiamo, è docente di Biologia Marina all’Università del Salento, il progetto è promosso dalla Commissione per il Mediterraneo, dal Consorzio Nazionale Interuniversitario per le Scienze del Mare (CoNISMa) e dall’associazione ambientalista Marevivo.

Le acque salmastre interne al Salento leccese che una volta erano delle paludi, e quindi prive di fauna che possa essere utilizzata dall’uomo, oggi sono popolate da mammiferi grandi e piccoli, da insetti utili alla vita delle piante e da pesci che si nutrano, speriamo, delle meduse censite dal progetto del prof. Boero.

Un’altra circostanza di cui si deve tener conto è che le ampie zone con acque salmastre sono confinanti con le zone boscate del Salento leccese e tra i boschi della nostra terra ci sono gli 85mila ettari della foresta degli ulivi come afferma la mia collega ed amica Dottore Agronomo Antonietta Cesari.

Ma la cosa che tutti, ma davvero tutti, nessuno escluso, hanno dimenticato, è che le acque interne del Salento leccese hanno avuto origine da vasti complessi palustri bonificati attraverso la creazione di Canali a Marea. Questa bonifica è il frutto del lavoro dell’Opera Nazionale Combattenti e dell’allora Genio Civile su questi terreni classificati come comprensori di bonifica a norma della legge sulla Bonifica integrale ovvero in virtù del famoso Regio Decreto del 13 febbraio 1933 numero 215, stessa legge che è ancora in vigore per i Consorzi di Bonifica.

Queste acque palustri, attraverso l’azione della Bonifica, oggi sono libere, limpide, defluenti e salubri.

Ma cosa sono questi bacini a marea del Salento leccese? Ogni bacino a marea è il vecchio invaso delle paludi nelle quali vivevano le rane, le tartarughe d’acqua dolce, il giunco e la canna. La originaria flora e fauna palustre è stata sostituita da una flora e fauna tipica dell’acqua salata ovvero specie marine come le famiglie di Muggititi.

Ma quante sono e quanto sono estese le acque interne del Salento leccese?

In questa nota scriverò di quelle del versante ionico dove troviamo le Paludi del Conte (Serra degli Angeli) con le canalizzazioni che li affluiscono, il bacino parte del Comprensorio del Consorzio di Bonifica dell’Arneo, ed ha un’estensione di ben 12 ettari. Sempre nello stesso Consorzio troviamo le paludi fede e fellicche dell’estensione di 8 ettari. In tutti e due questi bacini troviamo l’Ipomoea sagittata e l’orchidea palustre e piante insolite come il cardo mariano, uccelli come il martin pescatore, il tuffetto, l’usinolo di fiume, il beccamoschino ed il falco di palude, oltre che la testuggine palustre e una gran varietà di libellule.

Sempre nel comprensorio dell’Arneo possiamo vedere i Bacini di Porto Cesareo che sono le ex Paludi Tanari che misurano un’estensione di 12 ettari. Hai capito bene! Dove oggi vai a fare il bagno in spiagge che sembrano le Seychelles c’era la malaria! Riflettici tu che in costume ancheggi su quei lidi, sotto il sole infuocato che si riflette nell’acqua cristallina alla ricerca degli sguardi ipnotizzati di noi maschi e rifletti anche tu maschio che in qui luoghi ti attardi ad ammirare le bellezze che sgambettano per lidi e dune.

Sempre nel versante del Salento leccese che è bagnato dal mar Ionio ci sono “Acqua delle passure e canalizzazioni “Li Foggi” in agro di Gallipoli che si stendono per circa 9 ettari . E’tutto ciò che resta delle zone paludose, malsane e acquitrinose tristemente note con i nomi di Patula, Gallari, Ciu e Li Foggi. In queste depressioni immense imputridivano tutte le acque provenienti dal circondari e le paludi «Li Foggi» ( la parola “foggi” significa fossi) erano estese 110 ettari, un’enorme estensione di acque putride e infette.

Qui oggi potete vedere il Canale Samari che sfocia Gallipoli nei pressi del Costa Brada, assurto all’onore delle cronache di questi giorni per il presidio di volontari contro i depuratori che inquinano. Spero che questi volontari che vogliono giustamente proteggere il mare dall’inquinamento, ricordino che le paludi di cui ho scritto erano prodotte dallo scarico delle acque del canale Samari, che in quel tempo era chiuso da sponde e che per questo motivo non avevano sbocco nel mare a causa delle dune di sabbia che ostruivano la foce.

Voglio ricordare in questa nota il cavaliere Augusto Auverny di Gallipoli che per primo tentò la bonifica della zona «Li Foggi». Oggi si fa un gran parlare di pale eoliche ma allora, con motori a vento, si sollevarono le acque della palude per riversarle nel mare.

Augusto Auverny di Gallipoli riuscì a prosciugare e a bonificare il territorio che prese il suo nome, solo che Auverny si trasformò nel dialettale «Varni».

Ancora oggi giunge l’eco degli ortaggi e delle insuperabili angurie prodotte nella zona un tempo paludosa, i famosi «malùni te Varni» ovvero le angurie delle terre del signor Auverny.

Infine per il Versante Ionico nel comprensorio del Consorzio di Bonifica “Ugento e Li Foggi” troviamo i Bacini di Ugento estesi per 46 ettari.

I bacini di Ugento si incontrano tra Torre San Giovanni e Punta del Macalone e poi presso Torre Pali, alle spalle della spiagge caratterizzate dalla presenza di bassi cordoni dunali.

Si susseguono da nord a sud, frutto di diversi progetti di risanamento dell’area succedutisi nel tempo, i bacini Suddenna, Bianca, Ulmo, Rottacapozza Nord e Sud, Spunderati Nord e Sud e poi, non connesso con gli altri, il bacino di Pali.

Tutte le zone descritte per il loro pregio naturalistico e la loro importanza quali zone umide, sono state inseriti, da tempo, ai sensi della Direttiva Europea Habitat 43/92 nei Siti d’Importanza Comunitaria (SIC), e come tali meritevoli di tutela e conservazione in quanto siti privilegiati di importanti biodiversità, inoltre sono divenuti veri e propri Parchi.

Antonio Bruno (Dottore Agronomo n.d.r.)

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