Storia

Pirati e corsari: gli scontri navali dell’Impero Ottomano

di Vincenzo Scarpello

Sur une double page du Süleymanname du musée de Topkapı se développe une scène montrant la flotte ottomane hivernant dans le port de Toulon en 1543

Nel corso del XVI secolo le flotte corsare di affiancarono a quella ottomana fino a sostituirla. Le operazioni navali condotte dagli ottomani erano affidate sin dalla fine del XV secolo ad ammiragli provenienti dal corpo dei giannizzeri, che dovevano spesso costruirsi in fretta un’esperienza ed un’abilità nella manovre navali.

Gli ottomani, molto più elastici degli occidentali quanto ad approccio strategico, ben presto si accorsero di una nuova casta di strateghi del mare, nati nel mare ed esperti di strategia navale, grazie alla cui perizia avrebbero potuto mettere facilmente in scacco qualsiasi flotta occidentale, ancora legata ad un’antiquata concezione strategica risalente all’epoca romana.

Tale casta affiancò fino a sostituire i comandi navali ottomani, tanto che il massimo grado dell’ammiragliato fu affidato dal Sultano nel XVI secolo prevalentemente a corsari.

Innanzitutto il Barbarossa nel 1533, ma anche Lucciallì il tignoso, che ricoprirono l’alto incarico a distanza di 37 anni, e poi il barone Cicala alla fine del secolo, si alternarono al comando delle flotte ottomane dimostrando tanto il genio militare dei cosiddetti rinnegati, quanto un’indiscutibile comune perizia nel saper ribaltare situazioni drammatiche a loro favore.

Un esempio di ciò può essere riscontrato nella battaglia di Lepanto, durante la quale 2/3 della flotta ottomana era composta da corsari, i quali tra l’altro molto prudentemente esitavano ad ingaggiare battaglia con la flotta collegata. Mentre la flotta cristiana si presentava in un blocco compatto sotto un unico comando, quella ottomana rispecchiava una distinzione tra corsari e marinai che si rivelerà fatale.

Alla disfatta dell’ardimentoso e guascone Alì Pascià, che fungeva da contr’altare alla spagnolesca indole di Don Giovanni d’Austria, seguì la fuga del Lucciallì, che riuscì miracolosamente a scampare dalla cattura, dimostrando Lepanto al Sultano l’errore di aver affidato il comando della flotta a un giovane esponente, seppur valoroso, della casta nobiliare, idolo dell’harem, datosi che avrebbe sin dall’inizio dovuto questi affidare il comando ad un corsaro.

In effetti i corsari diedero a Lepanto prova di un inaudito coraggio e di una perizia nelle manovre che mise in seria difficoltà le ali dello schieramento cristiano. La fortunosa uccisione di Mohamed Scirocco da parte dei veneti e quella di Alì Pascià da parte degli spagnoli sancì il punto di svolta della battaglia, durante la quale i cristiani furono costretti ad impiegare le retroguardie dei cavalieri di Santa Croce in sostegno delle navi del Doria, messe in seria difficoltà da una manovra diversiva di Ucciallì che spezzò in due lo schieramento genovese, posto sulla destra. Dall’altro lato Scirocco seppe volgere a proprio vantaggio il fatto di trovarsi inchiodato tra costa e centro dello schieramento, dove avveniva il più classico degli scontri frontali, riuscendo con una manovra ardita ad infiltrarsi nei fondali bassi fino a ferire il comandante Barbarigo nella sua stessa ammiraglia.

 

Kahyr al-Din detto il Barbarossa (1466 - 1546), ammiraglio della flotta ottomana di Solimano

Fu forse solo l’intercessione divina a salvare la flotta cristiana da quella che rischiava di trasformarsi in una rotta, essendo incerto quasi fino all’ultimo l’esito della battaglia navale.

Le uniche manovre navali avvennero infatti su iniziativa dei corsari, costringendo i validissimi comandanti cristiani a contromisure fortunatamente conclusesi a loro favore.

Ma già in precedenza, nello scontro del 27 settembre 1538, il Barbarossa, decisivamente aiutato da una mossa inspiegabile di Andrea Doria, aveva inflitto alla flotta collegata di Venezia e del Papa una cocente sconfitta al largo dell’isola di Santa Maura. Tanto Solimano quanto Selim II seppero affidarsi alla perizia corsara nelle operazioni navali, rinnovando la fiducia certo a personaggi di discutibile moralità, ma di abilità non comune.

La battaglia di Lepanto di certo pose fine ad ogni velleità ottomana di potenza navale, non solo per il fatto che venne distrutta una flotta imponente, ma poiché sancì la battuta d’arresto dell’espansione ottomana nel Mediterraneo, che i turchi riuscirono solo per breve tempo a riprendere con la conquista di Creta. Ciò tuttavia non significa che i corsari non riuscirono più a riprendersi, anzi dimostrarono nei mesi immediatamente successivi alla sconfitta di saper ricostruire dal nulla una flotta capace di dare filo da torcere agli stati cristiani, senza eccessivo dispendio per le casse del Sultano.

Gli scontri che in seguito avvennero debbono essere tuttavia ricondotti esclusivamente ad una strategia navale corsara, pur disponendo i barbareschi di un’inequivoca consistenza numerica delle flotte. Dopo Lepanto si può assistere ad un progressivo iato tra flotta ottomana e flotte corsare, che corrisponde alla trasformazione istituzionale delle reggenze dell’Africa del Nord. Dopo Lepanto venne meno quella quasi identificazione tra flotta corsara e flotta ottomana che aveva caratterizzato ai danni degli stati cristiani tutto il secolo d’oro della corsa.

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