Antropologia culturale, Tradizioni

La vigilia della tradizione

di Titti De Simeis

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Era la vigilia delle emozioni, dell’attesa, dell’uscita da scuola in anticipo, dei primi profumi di fuoco acceso, di legna umida che stentava a bruciare. La vigilia era un giorno che presentiva l’arrivo delle feste, quelle importanti, gli odori di un mondo incantato, per noi, piccoli, ancora da svelare.

Era il giorno dei sapori speciali, di suoni e musiche che, al mattino, ci svegliavano ancora intirizziti dal sonno, il giorno che consegnava all’inverno le chiavi di casa.

La cucina era spenta, il pentolino per scaldare il latte o la caffettiera non erano sui fornelli, come al solito. Il ‘digiuno’ iniziava così: la tradizione prendeva posto con il trascorrere delle ore.

Un’usanza che, negli anni a venire, ho scoperto appartenere all’Italia meridionale: dalla Campania fino alla Sicilia diverse storie raccontano di una ‘devozione’ alla Madonna dell’Immacolata alla quale si offriva in voto il ‘digiuno’, appunto, nel giorno della vigilia della Sua festività per ricordare una “grazia ricevuta”. Da noi, in alcuni paesi, la ‘vigilia’ era, invece, il giorno in cui si concludeva una ‘novena’ in onore dell’Immacolata Concezione e che aveva inizio il 29 di novembre: il digiuno segnava la fine di un periodo di preghiera e l’inizio della preparazione al Natale.

Si saltava la prima colazione, ma il momento del pranzo era un rito indimenticabile: si tornava da scuola affamati e pronti a gustare una prelibatezza, profumata, bianca di farina, golosa di mollica morbida e irresistibile, pronta per essere farcita con i condimenti più stuzzicanti che le nostre nonne avevano preparato e gelosamente conservato nelle dispense, proprio per quel giorno: la Puccia.

La “Puccia” era un tipo di pane che si preparava esclusivamente per la ‘vigilia’, che arrivava sulla tavola, a volte, ancora caldo e che si condiva con tonno, pomodoro, con le conserve della nonna, appunto, con peperoncini sott’olio, melanzane, pomodori secchi e si mangiava a morsi, come un grosso panino strabordante di ogni prelibatezza. Per noi bambini era fin troppo grande, ma erano guai a tagliarcela a metà, si doveva mangiare così, a costo di infarinarci il naso e le guance. I più dispettosi tra noi, si divertivano a soffiare sulla superficie e a far volare la farina dappertutto, e, spesso, ce la ritrovavamo tra i vestiti, la sera, quando andavamo a dormire.

Nei piatti dei “grandi” c’era una ‘specialità’ il cui odore non ci invogliava per niente, ma che avremmo poi imparato a gustare col tempo. Per noi era solo un intruglio strano, di pesce, pane grattugiato imbevuto di aceto, aromatizzato con varie erbe, tra cui menta e abbondante aglio, che ci faceva storcere il naso, ma che sembrava essere una delizia a giudicare da come la gustavano tutti.

Da grandi scoprimmo che lo Scapece è uno dei piatti più conosciuti della cucina salentina, molto apprezzato e ricercato, ma, allora, la nostra attenzione era rivolta ad altre ricette, più stuzzicanti, che a volte diventavano persino giocose. Una zia veniva apposta a casa nostra, la mattina della vigilia, per preparare l’impasto per una di quelle ricette che non avremmo più dimenticato e che, negli anni a venire avremmo continuato a desiderare con altrettanta golosità: le pittule. Dorate, calde, dall’aroma inconfondibile di ‘pasta lievitata’ e fritta, dalla forma rotondeggiante, mai uguali l’una all’altra; durante la cottura nell’olio fumante, infatti, assumevano contorni strani e sembianze tra le più fantasiose e improbabili. Ci si divertiva ad immaginare in quelle frittelle amorfe facce di animali, personaggi dei cartoni animati, somiglianze persino tra di noi, e si finiva col litigare su quale fosse la più bella. Un po’ come si fa guardando il cielo, scoprendo, tra le nuvole, figure animate e pupazzetti di batuffoli. Com’era bello!

E’ passato un po’ di tempo da quei giorni di festa e di piccole emozioni. Ma con l’avvicinarsi di questa data torna tutto, dentro, tra i respiri dei ricordi. Oggi siamo ancora ghiotti di quelle tradizioni, di quei profumi, di quelle prelibatezze, che, nonostante la diversità dei tempi, ancora riusciamo a gustare.

La vigilia continua a conservare il senso di una volta, ha perso un po’ di spessore, specie tra le nuove generazioni, ha smarrito forse, in parte, i tratti religiosi della sua esistenza, ma, mantiene ancora intatta la sua vitalità, soprattutto tra le famiglie più legate alla tradizione.

La mattina del 7 di dicembre, ancora oggi, ci si alzerà per tempo a far la fila dal fornaio, si tireranno fuori dai cassetti le ricette unte e scolorite delle nonne, si dipingerà di farina ogni angolo della tavola, si arriverà a casa affamati in cerca del calore che solo quei sapori, sono capaci di restituirci.

E qualche bimbo, forse, ancora oggi, scriverà di fantasia la sua vigilia.

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21 pensieri riguardo “La vigilia della tradizione”

  1. Carissima Titti, ti ringrazio con tutto il cuore per avere scritto una favola così incantevole sulla viscilja… è’ molto bella… mi sono commosso al ricordo delle vecchie tradizioni dei nostri paesi e della civiltà d’un tempo. Queste sono le cose che mi piace leggere e scrivere. Complimenti vivissimi e cari saluti. Lucio

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    1. Io ringrazio te, Lucio, il tuo ‘pensiero’ è una condivisione di una tradizione sì, ma, soprattutto, di emozioni.
      Il tuo impegno e la tua dedizione alla cultura salentina sono, da sempre, preziosi contributi per tutti.
      Grazie ancora per le tue parole e per l’attenzione che mi hai, sinceramente, dedicato. Un caro saluto a te.

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  2. buonissima! già l’assaporo..nonostante l’oltremare mi separi da casa! mi ritrovo tra questi “respiri di ricordi” golosi di storia quotidiana di un tempo, che chissà se tornerà!
    grazie titti..

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    1. … ma chi più di te, poteva mandarmi una carezza di parole così bella? …grazie izia… per le cose importanti che ci regaliamo …. 😉

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  3. …è lo gnomo dei ricordi che cammina dritto sulle braccia e si diverte a mettere la nostra faccia nel piatto sapido della memoria. è il gusto di quell’attesa, la presenza di quell’attesa, la vigilia di quell’attesa. la vigilia della vigilia.l’attesa della meraviglia. quella corsa di ragazzo con le gambe ben oltre le spalle per arrivare primo su quel sacro altare,sul quale le sapienti mani di mia madre spezzavano la puccia esattamente nel mezzo e nel mezzo riusciva a far brillare la fantasia “ciboresca” del suo essere figlia di contadini. grazie tittidimemoria, penso che un regalo così sia un caldo regalo per Natale…

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    1. … nelle tue parole, lele, continua la magia di quelle immagini, dei ricordi che uniscono chi, come noi, riesce a fare, con quei momenti, capriole di sorrisi e colori da non spegnere…
      … il regalo lo hai fatto tu a me, lo sai…

      … grazie di essere ‘passato a trovarmi’…

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  4. Io ringrazio te, Lucio, il tuo ‘pensiero’ è una condivisione di una tradizione sì, ma, soprattutto, di emozioni.
    Il tuo impegno e la tua dedizione alla cultura salentina sono, da sempre, preziosi contributi per tutti.
    Grazie ancora per le tue parole e per l’attenzione che mi hai, sinceramente, dedicato. Un caro saluto a te.

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  5. Ricordi bellissimi, di odori, di sapori, di profumi, di tradizioni, che io, per quanto mi è ancora possibile fare, cerco di trasmettere ai miei figli, perchè non siano dispersi dai venti impetuosi della modernità.
    Grazie !

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    1. … bello quello che hai scritto: affidare ai propri figli la semplicità delle cose e il calore di una volta li arricchisce in qualcosa di raro..
      … grazie a te, Sandro …

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  6. …è come aprire un cassetto e ritrovare una vecchia foto, guardarla commosso ricordando il momento…è difficile che tale magia possa ritornare, non certo per noi già adulti ma per i nuovi bambini, forse è questa la vera tristezza…comunque davvero brava !!!

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  7. Le parole più belle, che non sarei mai stato capace di trovare, le hanno dette coloro che mi hanno preceduto. Lei Signora Titti mi ha proiettato, molto a
    ritroso nel tempo: quando intorno al focolare, al calore, più della famiglia che del fuoco, si vivevano le emozioni da Lei così delicatamente descritte. Sono veramente commosso! La ringrazio di vero cuore.

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  8. Grazie davvero da parte di tutto il gruppo dell’associazione socio culturale “Gli Amici del Salento di Verona” per la condivisione di emozioni, ricordi e sorrisi di una tradizione che hai saputo offrirci. E’ un’ altro importante aspetto della tradizione Salentina che cerchiamo di far conoscere anche la nostra attività associativa. Grazie davvero !

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