Scrivere il Salento, Tradizioni

Lu Titoru

Lu Titoru
Lu Titoru

Chi è “Lu Titoru”, quel fantoccio che giace su un carro funebre a causa di una pantagruelica indigestione di polpette? Certo di carne deve averne “levata” molta (troppa), interpretando al meglio il senso del carnevale: “carne-levare”, in attesa dei lunghi digiuni della Quaresima che s’approssima.

E poi che sia
un frusciar di seta
color del fuoco
e un frullar di gambe.

Chi è il protagonista del più antico e famoso gruppo mascherato di Gallipoli costituito da questo corteo funebre grottesco, tendente al macabro, in cui le figure si muovono in contrasto apparente con l’ambiente festoso? Di lui sappiamo pochissimo, quasi nulla. Qualcuno dice che era un militare, rifacendosi probabilmente alla tradizione di San Teodoro, ch’era un soldato romano martirizzato e venerato, a partire dal IV secolo, in medio oriente. Ma in realtà l’unico dato certo della maschera-simbolo della città bella è che si tratta sicuramente di un personaggio del popolo simile a Pulcinella,  Stenterello, Arlecchino, ecc., celebri maschere che fanno parte della Commedia dell’arte e che possiamo ricondurre nella famiglia demonica degli “zanni”(Giovanni) medievali, astuti servi ricchi di vitalità e destrezza.

Ma “Lu Titoru” (Teodoro), a differenza di loro, non ha un’identità precisa, né una storia, né un passato, e neppure un costume che lo faccia riconoscere come ad esempio un Arlecchino con le sue losanghe policrome, o un Pulcinella con il volto bianco e nero e camice bianco, o uno Stenterello con tunica e calzoni bicolori. Di lui c’è solo la salma (un pupo di cartapesta come tanti) distesa su un carro fastoso accompagnato da quattro uomini travestiti da vecchie in gramaglie cenciose, con il volto infarinato e annerito, e in mano il fuso e la conocchia. Sappiamo solo che è morto a seguito di un’indigestione di purpette (forse una gli è andata di traverso) e ora lo vediamo su un carro funebre con quattro prefiche ai lati che lo piangono in modo così platealmente sguaiato da far diventare il tutto una pantomima farsesca e grottesca.

Mi disse un vecchio gallipolino che, tanti anni fa, al martedì grasso, il fantoccio de “Lu Titoru”e i carri allegorici che avevano sfilato venivano alla fine bruciati in un grande, immenso falò, per la gioia e il delirio della popolazione che assisteva compatta alla festa. Così, com’era cominciato, con la “focara” di Sant’Antonio, finiva il Carnevale (c’è anche chi giura che in quella stessa notte di martedì grasso si faceva il “sabba”, con le “macarie”e un concerto di gatti si recavano in corteo, preceduti da un gigantesco Micio che suonava il violino).

Tradizioni carnevalesche del Salento

Certo è che in quel rogo ardente che celebrava la fine dell’inverno e della sterilità e del ritorno alla bellezza e alla fecondità della natura, maschere che assurgono a grottesca ipostasi comica d’un pallido e diabolico spirito sotterraneo, emerso a esibire in una parentesi carnevalesca l’insaziabile voracità,la sfrontatezza e la goffaggine, il gusto perturbatorio del tipico diavolo sciocco, ma che appartiene anche al popolo inteso in senso lato, che celebra nel carnevale la negazione del quotidiano, il mascheramento, la baldoria, il gusto dell’eccesso e della trasgressione, con le grandi scorpacciate, lo spreco, il lazzo, la danza, lo smemoramento delle proprie miserie e sofferenze, il ribaltamento dei ruoli.

E, in questo senso, “Lu Titoru” rappresenta il “capro espiatorio” su cui vengono scaricati tutti i peccati della comunità e quel corteo funebre, che sfila tra risate e lazzi, improperi e lanci di polpette di mare rappresenta, forse, l’elemento finale della ritualità del Carnevale inteso in senso moderno (dal XVII secolo in poi) che consisteva nel “processo-parodia”, (denuncia pubblica di tutte le malefatte compiute dalla comunità durante l’anno), nel “testamentum domini asini”, componimento latino in cui un asino morente detta il suo testamento, nella messa a morte del carnevale medesimo, sul quale si addossavano tutti i mali del vecchio ciclo annuale. Al testamento seguivano le due scene finali, trasporto funebre in parodia e uccisione per bruciamento, annegamento, lapidazione, impiccagione,decapitazione, fucilazione, seppellimento, ecc., che era il momento culminante del dramma.

La forma più usuale era il rogo, su cui veniva arso il fantoccio, con la funzione di purificare dalle influenze malefiche e rinnovare la natura. Al trasporto funebre il feretro veniva accompagnato dalla moglie del Carnevale (la Quaresima, ovvero la “Caremma”gallipolina, in questo caso madre de “Lu Titoru”) e da maschere col volto bianco e nero, che cantano in coro il pianto funebre (ovvero le prefiche gallipoline).

Chi è, dunque, “Lu Titoru”? E’ una maschera classica del carnevale moderno, la maschera per eccellenza, ovvero la personificazione del Carnevale stesso nel suo ultimo drammatico splendido grottesco momento della ritualità.

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3 pensieri riguardo “Lu Titoru”

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