Eventi, Pensiero meridionale

Maglie, 150° Anniversario dell’Unità d’Italia. Atti del ciclo convegni (III – I° pt)

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Nota introduttiva del dott. Vincenzo Scarpello in occasione del convegno “Il Sud tra Risorgimento e Brigantaggio. Conquista, Insorgenza, Unità” organizzato dalla sezione del Basso Salento di Società di Storia Patria per la Puglia” – Maglie 11 marzo 2011.

Questo terzo ed ultimo appuntamento chiude il ciclo di conferenze che Maglie dedica al centocinquantesimo della prima seduta del Parlamento dell’Italia unita. Celebrazioni, che, come si è detto segnano una tappa importante, per il particolare significato che rivestono, nella Storia italiana.

Perché questa può costituire l’occasione unica, irripetibile, nella quale finalmente l’Italia chiude il capitolo fondante della sua storia, riappropriandosi di una memoria storica che vedeva divisioni laceranti e che oggi si ricompongono in una serie di atti simbolici importanti, che chiudono le principali criticità, la questione istituzionale, la questione cattolica e la questione meridionale.

La prima è stata risolta con l’accettazione, ormai quasi trasversale, dell’impianto istituzionale federalista, che più si confaceva ad un assetto istituzionale di autonomia che traeva origini storiche sin dagli anni dei Comuni e delle Signorie, durante i quali l’Italia iniziò ad elaborare la propria coscienza nazionale, con Dante, Guicciardini e Machiavelli.

La seconda si chiude con la significativa celebrazione nella Basilica di Santa Maria degli Angeli di una Messa per l’Italia, celebrata dal presidente della Conferenza Episcopale italiana, Mons. Angelo Bagnasco, dinanzi ai massimi esponenti istituzionali Italiani, guidati dal Presidente della Repubblica, chiudendo così una questione secolare.

La terza è quella che in alcuni aspetti purtroppo permane ancora irrisolta, dal momento che nessun gesto  simbolico potrà essere risolutivo per quei problemi che ci trasciniamo sin dagli anni dell’Unità, problemi che non mettono e non metteranno mai in discussione dei valori ormai acquisiti come pacifici anche tra i più critici censori del processo risorgimentale[…].

Per tentazione di ambito, mi preme in questa sede focalizzare quelle che furono le tappe militari più significative che portarono all’annessione da parte del Regno di Sardegna del Regno delle Due Sicilie, entrambi, tra l’altro, usciti da un periodo di modernizzazione e di riforma, che li aveva messi strategicamente alla pari dello standard dei principali Stati europei.

La bibliografia storico militare che concerne i fatti storici del Risorgimento è oggi sconfinata, quasi pari a quella sulle Guerre napoleoniche, ma i principali storici militari sui quali si baseranno queste mie brevissime considerazioni preliminari sono Piero Pieri, il padre della Storiografia militare italiana ed il generale Tito Battaglini, che alla fine degli anni trenta del novecento ha scritto la più completa analisi strategica del crollo militare del Regno delle Due Sicilie, anticipando le conclusioni della moderna storiografia militare, che a Battaglini è comunque tributaria.

L’esercito Sabaudo venne intelligentemente alleggerito nella sua gerarchia dal La Marmora, con la storica riforma del 20 marzo 1854, che prevedeva un esercito composto da 5 classi sotto le armi e 5 contingenti di seconda categoria con chiamata di 40 giorni, una particolare attenzione per il reclutamento e l’addestramento degli ufficiali, la cavalleria suddivisa in 16 squadroni di cavalleria pesante e 20 di cavalleria leggera, e soprattutto un riordino dell’artiglieria, sistema che era certamente tributario dall’organizzazione militare prussiana ma che subì un’ulteriore rimaneggiamento a seguito dell’esperienza sul campo della guerra di Crimea, per un totale effettivo, nel 1859 di 12.000 volontari e 65.000 uomini di truppa.

Le concezioni strategiche erano informate all’insegnamento di Jomini, tramite il suo principale interprete italiano, il milanese Carlo De Cristoforis, il quale fondava opportunamente l’esercito moderno come fusione di velocità e massa, attingendo all’insegnamento napoleonico, ma confidava troppo nella razionalità delle determinanti, considerate con veri e propri criteri matematici, in aperto contrasto con l’insegnamento di Clausewitz, il quale, al contrario, dava importanza fondante nella guerra agli elementi arazionali ed irrazionali, che nell’andamento della guerra in Sicilia ebbero poi un ruolo determinante.

L’esercito delle Due Sicilie, forte nel 1860 di 90.000 effettivi a seguito della riforma di Ferdinando II, invece, aveva anch’esso una duplice ripartizione tra truppe di soldati professionisti provenienti dalla Baviera e dalla Svizzera, ed  un nucleo di soldati stanziali con ferma di otto anni, e le aliquote di 5 classi di leva che costituivano il grosso dell’Esercito che erano, come rileva il Pieri, “del tutto ignare d’armi e di disciplina, e troppo numerose per essere subito assimilate o assuefatte allo spirito militare”. Accanto ad altri fattori, ciò spiegherà lo sfaldamento dell’esercito napoletano in Calabria e sul Volturno, dove, se da un lato gli squadroni di cacciatori napoletani, ben addestrati e carichi di spirito combattivo, ebbero facilmente ragione delle truppe garibaldine e dei bersaglieri a Castelmorrone, dall’altro la spinta offensiva napoletana al centro dello schieramento venne facilmente contenuta dalle poche truppe del generale Medici.

L’esercito duo siciliano era negli organici composto da 20 reggimenti di fanteria e 15 battaglioni di cacciatori, l’elite dell’esercito. La cavalleria, forte di 34 squadroni, era stata rafforzata con due reggimenti di ussari. La forza totale assommava 48 battaglioni, contro i 60 piemontesi (in realtà 90).

La marineria era la seconda in Europa, vantava due vascelli da 85 cannoni, 5 fregate, 5 brigantini, 4 bombardiere, 21 cannoniere, 7 bovi, 12 scorridoie, 8 leuti, 4 paranzelli e altri 23 legni sottili, ed una forza a vapore di 13 pirofregate (tra cui le modernissime Borbone e Farnese), 11 avvisi, 2 corvette, e tre rimorchiatori, contro due miseri piroscafi messi a disposizione ai Mille. […]

Segue…
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