Gastronomia, Scrivere il Salento, Territorio

Il giallo del melone giallo

di Lorenzo De Donno

 

I pochi frutti rimasti sulla sommità dei fichi d’india erano turgidi ed invitanti. I bambini, qualche metro più in basso, ne immaginavano già la polpa zuccherina, croccante e granulosa.

Ma quei fichi d’india erano troppo in alto, troppo difesi dalle spine e dalle tele impolverate di grossi ragni marroni, nascosti nel segreto dei loro bozzoli.

Nell’orto era rimasto un solo, unico, grande, melone giallo. Era un melone speciale. Tutti in famiglia sapevano che era il più bello, quello che non sarebbe stato mangiato perché andava portato a completa maturazione, quello che avrebbe dato i semi per la piantagione dell’anno successivo. Il nonno li avrebbe essiccati con cura e conservati nella credenza,  in una  bottiglia con il tappo automatico  perche non “prendessero l’umido” ,  fino alla stagione della successiva semina.

I bambini avevano fame, avevano sete dal gran giocare sotto il sole del pomeriggio. Uno sguardo d’intesa e il melone fu strappato dalla pianta, che lo difese fino a quando non si lacerò l’ultimo filamento del grosso picciolo e poi si ripiegò su se stessa, esausta dalla lunga gestazione del suo frutto perfetto.

Lo portarono, con gran fatica, sotto le fronde di un noce, nell’angolo più remoto del campo, mentre piccole cavallette dalle elitre rosse, staccandosi dagli steli secchi della biada, saltavano all’impazzata incrociando i loro voli fra le gambe dei ragazzi. Neanche la possibilità di fare l’incontro più terrificante, il grande serpente nero, che sconfinava spesso dalla macchia vicina e si crogiolava sul muretto a secco, fu un convincente deterrente.

Uno di loro corse a prendere dal casolare un vecchio coltello da cucina.

La mentuccia sprigionava un profumo fresco e pungente sotto i sandali mentre il succo del melone, addentato a grandi morsi, scorreva sulle le gote paonazze e gocciolava sulle canottiere sudate.

Quando ne furono sazi, e i loro stomaci tesi come piccoli otri, i ragazzi scavarono una buca nella terra riarsa e friabile e vi nascosero semi e bucce del melone. Nessuno avrebbe saputo…-.

……

(Epilogo con “cambio di registro”  in prima persona plurale: Nessuno  seppe mai dove occultammo i  semi preziosi. Negammo sempre, anche quando ci fecero  vedere le tre caravelle, con le vele al vento, di una bella moneta da 500 lire, scintillante d’argento…).

7 pensieri su “Il giallo del melone giallo”

  1. Suggestivo e meraviglioso tuffo nell’infanzia…così lontana eppure così vicina adesso…tra queste tue righe!
    Risento i profumi caldi della campagna arsa dal sole, rivedo i colori accesi di un pomeriggio d’estate, mi torna il gusto dei frutti maturi, quando il melone sapeva di melone, i fichi di fichi e tutto sapeva di buono, di terra, di fatica.
    Quando le marachelle erano sane e l’amicizia e la complicità compagne di ogni giorno…e ogni giorno non conosceva noia e la felicità ci aspettava dietro l’angolo perchè era nella nostra semplicità…complimenti!

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    1. Gentilissima Simona,
      grazie per questo apprezzamento e per le motivazioni che condivido ed apprezzo. Mi hanno detto che potevo titolare il pezzo “Scaccu allu milune de pane” e che potevo dargli un taglio decisamente più umoristico, magari usando il dialetto. Invece non ho resistito alla struggente nostalgia di un periodo nel quale il progresso ci aveva già portato un moderato benessere ma vivevamo ancora intensamente la “poesia” di una vita semplice ed a contatto con la natura, ancora intrisa dei valori e delle consuetudini della vita contadina. Mi auguro che anche le prossime generazioni riescano a trovare “sprazzi” di poesia nel quotidiano di oggi e che i loro ricordi futuri siano ugualmente struggenti e ricchi di sentimenti.

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    1. Caro Cesare, mi spiace di leggere solo oggi questo bel commento, espresso nel tuo stile asciutto, e mi piace che questi semplici brani, un po’ venati dalla nostalgia, vengano riletti dagli amici anche a distanza di tempo.

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  2. Veramente apprezzabile sapore di pomeriggi assolati, adatti alle giovanili scorribande. Erano giornate lumghissime, ricche di avventure. Oggi non mi sembra che esistano più. Complimemti Enzo.

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  3. Questo racconto è stato pubblicato nel numero di novembre 2013 del giornale, edito a Roma, “Kenavò” Cultura- Arte-Turismo e Letteratura, Ringrazio la giornalista Fausta Genziana Le Piane, Editore e Direttore responsabile del giornale, per averlo voluto nella sua rivista prestigiosa.

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