Cultura salentina

Ricordo di Florio Santini cuore che non brucia


Ricordiamo il grande Florio Santini, che ci salutò per sempre quattro anni fa dalla Versilia, a due passi dal golfo dei poeti, di Byron e Shelley, che tanto amava. Quando disse l’ultimo addio, alla vigilia di Natale, gli era vicino sua figlia, Cristiana, l’infermiera Gina, e “Perla”, la sua amatissima, gigantesca Terranova nera, che non lo abbandonava neppure per un attimo. E questo fu il mio “compianto”: Florio è morto su una sedia a rotelle, sua ultima “cattedra”, in mezzo al verde di una “Versilia luminosissima che mi ha fatto dimenticare le mie albe africane e salentine”; è morto nel bel mezzo di un sogno, circondato da poeti e belle donne seminude, fatte per amare e per essere amate, in un carosello gioioso, anarchico, ribelle, e allo stesso tempo innocente, nobile, raffinato, tutte cose oggi sparite, che a lui piacevano moltissimo. Florio aveva dato ampi segnali di questa sua dipartita, coi suoi impareggiabili articoli su “Espresso sud”, nell’ultimo dei quali si era messo a osservare le formiche, “un corteo di formiche in marcia verso il futuro, disarmate, ma determinate come nessuna altra umana creatura”. Ma già un anno fa parlava di sé stesso ormai privo di gambe, e della sua Lidie rimasta priva voce, parlava di fuochi ormai spenti, e di cenere, solitudine estrema, confortata solo dai loro numerosi cani, estremi veri amici dell’uomo.

Ma Santini era forse già morto il momento in cui ha dovuto lasciare la “nostra” terra, quando è stato letteralmente spostato, prelevato dal Salento, quando è stato separato dalla sua Lidie, o Siou-Wan, “Piccola Nuvola”, meravigliosa creatura, una principessa vietnamita, sua compagna di viaggio e d’avventura, ossia di vita, così come l’ha sempre concepita il nostro amico. La vita era per lui viaggio, avventura, ma anche fuga, trasgressione, sogno, confronto, passione, scoperta, sempre alla ricerca di una scaglia d’oro, quella scaglia che spicca dal fondo oscuro e che puoi trovare dovunque, a San Francisco, nell’Africa nera o nell’Indonesia, ma anche a Otranto, nel Salento più vivo e grondante di storia, nel grande mosaico di fra Pantaleone con la prediletta figurina dell’asino arpista (fu il suo emblema e il suo auto ironico ormai proverbiale “nomignolo” con cui ha dato il titolo a molti dei suoi libri) o sulla torre del Serpe, che aveva cantato in una delle sue più belle poesie.

E anche lui, ex Addetto Culturale dell’Ambasciata Italiana in Africa, principe dei simposi, grande affabulatore, che sapeva affascinare per ore le platee più disparate, messaggero di vita, emozioni e curiosità, che riusciva a comunicare la sua gioia di vivere, esploratore di tratturi federiciani e castelli abbandonati, come lo era stato di foreste, savane, jungle e deserti, amava essere amato, amava spiccare come una scaglia d’oro di sapienza, di cultura, di umanità, di schietta simpatia tutta toscana, lucchese in specie, come Ungaretti, Pea, Viani, Tobino, che avevano, come lui, l’emigrazione nel sangue. Era un vecchio guerriero trapiantato nel Salento, che viveva con quei grani di rosario che erano i ricordi ancora vivi dell’Africa, “serbatoio di tutte le civiltà, di tutte le parole, di tutte le idee, di tutti i viaggi dell’uomo”.

Certo, come tu dici, caro direttore, la sua è una grave perdita per la cultura salentina, ed è poca cosa la parola, poca cosa lo spazio, per ricordarlo in questi crudi giorni in cui i nostri dialoghi si fanno sempre più muti, e il colloquio con le ombre si fa sempre più difficile, direi impossibile. Santini è morto nel giorno di Natale, il giorno più bello, più umano, più poetico, denso di speranze per tutti i diseredati della terra, più ricco di nostalgie, e forse di rimorsi per quello che si poteva fare un tempo e non si è fatto. Il suo è forse un segnale forte, vuol dire qualcosa, qualcosa di importante che ora non siamo in grado di decifrare. Nel tempo durano solo le cose che non appartennero al tempo. E Florio era un bel sogno toscano piantato nel castello di Casamassella, con la sua principessa gialla e uno stuolo di terranova e spinoni, era l’uomo delle moltitudini che denunciava i nostri atti grevi pesanti sorvegliati. Era colui che cinge il mare (io lo ricordo a Gallipoli, al Canneto, con l’onda di risacca che veniva a sfiorarci, toccarsi con la mano la barba bianchissima e domandarsi se era ferito o già morto) era il serpente di mare, era Giasone con il suo remo, e Sigurd con la giovane spada. Ogni suo breve viaggio era un viaggio spaziale. Per questo suo universalismo Florio già ci manca, ci manca il suo sorriso buono, la sua ironia, il suo sguardo luminoso, la sua voce, il suo accento toscano, ci manca il suo largo cuore che non brucia, che non potrà mai bruciare, perché il cuore dei poeti – come lui ci raccontò narrandoci di Shelley -non può bruciare-, e tuttavia quel cuore forte e ansioso di donarsi, quel suo cuore pieno di sogni, si è sparso nel mare d’Otranto e tra gli alberi della pineta di Palmariggi, dov’è il santuario di Santa Maria Vergine della Palma, che mise in fuga i turchi nel famoso assedio del 1480.

Tante altre cose si dovrebbero dire di questo nostro fratello, di questo nostro padre che si è fatto salentino (non si è salentini solo per nascita, anzi lo si è maggiormente quando si sceglie di esserlo) innamorato perdutamente della scrittura e delle lettere, che è sempre lì ad attenderci, dietro l’uscio, in attesa di rinascere, di rivivere un’altra vita, triste o lieta, bella o orribile che sia, comunque un’altra vita da raccontare, con l’odore dell’inchiostro, della carta, e l’attesa perenne della posta. E’ lì, Florio, dietro l’uscio, per recuperare il perduto buon senso delle cose, la poesia della vita, la musica, la storia, la filosofia, la bellezza della natura, e una donna d’amare; è lì, sempre pronto a sostenerci tra figure parallele e ombre concordi, nelle radure e sulle spiagge d’inverno, in questo nostro straziato cammino verso la ricerca di una umanità nuova, migliore, che riscatti sé stessa dalle tante brutture; e se troppo sorda è la sua voce che continua a chiamarci, se troppo ansioso il desiderio di fuggirla, di dimenticarla, toccherà a noi e a tutti quelli che l’hanno conosciuto e amato, dover recuperare, far ascoltare la sua voce, far rivivere, per quello che era, quest’uomo in fuga che approdò nel Salento come sua ultima condivisa (dalla sua amata compagna) meta, sua Itaca, sua piccola patria, una scelta di luce, di pace e d’amore. Forse non trovò le sirene, o le trovò e non le potè ascoltare perché il loro canto era spento. Le sirene erano mute. Ma trovò molti che lo ascoltarono e lo amarono, trovò chi pubblicava i suoi libri, chi i suoi articoli, e ciò era – come per ogni scriba che si rispetti – la sua ragione di vita, il suo unico progetto per il futuro, insieme inferno e paradiso. Florio Santini, infatti, era soprattutto un letterato, un poeta, un uomo di cultura, ma anche di grande umanità.

Ci ha lasciato a Natale, probabilmente mentre preparava un articolo per “Espresso Sud”, come un San Giuseppe nella sua bottega di falegname intento a costruire uno sgabello. Florio non era credente, ma aveva una grande passione per Cristo, il bambino nato al freddo e al gelo, il fratello che soffre, l’uomo che ama incondizionatamente e muore sulla croce, l’unico uomo veramente buono, come disse Dostoevskij, che abbia mai calcato la nostra terra sanguinaria. Dove l’uomo oscilla continuamente tra il sublime e l’immondo, ma -disse Montale- con molta più propensione per la seconda oscillazione. Ma Florio s’accendeva di coraggio nei pericoli. Era fondamentalmente uno stoico, più che un epicureo, ed è con questo spirito che ha affrontato la morte, lo stesso spirito che gli ha consentito sempre di elevarsi al di sopra della propria miseria, grazie anche alla sublimità delle sue composizioni (era un vero artista della scrittura), con cui è riuscito a costruire certamente qualcosa di prezioso e duraturo. Addio, Florio, ci incontreremo ancora, un giorno, forse, in altri mondi. Io lo spero.

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2 pensieri riguardo “Ricordo di Florio Santini cuore che non brucia”

  1. Caro Augusto, il tuo omaggio ad uno dei miei migliori amici (e he ho avuti davvero pochi, nella mia vita), mi ha commosso e vorrei aiutare i lettori a conoscere Florio ancora più intimamente (ri)proponendo il suo contributo ad una delle mie prime pubblicazioni (ma il termine è improprio, al punto che per decenza la editai con lo pseudonimo di Anonymous)…

    L’OCCASIONE
    – Florio Santini –
    Caro Anonymous, quando hai avuto la “bella idea” di chiedermi un pezzo da inserire in questo zibaldone, ho pensato a lungo a cosa avrei potuto scrivere per restare nel tema del tuo caleidoscopico mosaico. Ho pensato a lungo, dicevo. Pensavo e ripensavo senza trovare l’idea giusta. Ero in crisi.
    Poi, all’improvviso, come una folgorazione, uno sguardo distratto al titolo m’ha fornito lo spunto, l’occasione che cercavo. Sì, proprio il titolo (“That’s Life”) m’ha portato nella giusta direzione ed eccomi qui presente con queste brevi note autobiografiche, con questa cronaca delle mie esperienze, del mio continuo peregrinare di nomade intellettuale – ti prego, non chiamarmi mai “giramondo” –, per conoscere il mondo e, insieme, anche me stesso…
    Un tempo, mascheravo i miei errori trincerandomi dietro le solite espressioni del tipo “non sapevo” oppure del “lo sapevo diversamente”, quale certezza prefabbricata, cioè ricevuta in confezione, bell’e fatta non da me, bensì dall’anti-cultura accademica, basata sull’a priori. In una – per certi aspetti critica – fase della mia vita, ormai stanco di ripetere a memoria le solite lezioni di vita quotidiana, decisi ch’era giunto il momento di cambiar vita, di vedere, finalmente e inconfutabilmente, trionfar l’empirico, ovvero tutto ciò che è veramente visto e toccato: Platone se ne usciva definitivamente dalla mia vita. Tra le righe lascerò ammiccare, in chiave volutamente autoironica, l’ancor oggi valida e attuale guerra baconiana degli “errori ricevuti”, cioè contro – li ricordi? – gli ìdola di quella “Instauratio magna ab imis fundamentis”, che ogni tanto, per salutare igiene culturale, popoli e singoli dovrebbero sentir bisogno di ripetere. Allora, il viaggio come nuova università, non come turistica variante, giro alla fin fine sostanzialmente ozioso; al contrario, come verifica, consolidamento, il più delle volte come correzione inattesa del nostro dogmatico sapere, all’insegna non più del meraviglioso, bensì del meravigliato…
    Per anni, avevo insegnato filosofia, credendo che la Scuola Ionica di Mileto fosse in Grecia e non in Asia Minore. Per anni, avevo insegnato storia, credendo che il famoso Testamento d’Augusto fosse scolpito da qualche parte nella Roma imperiale e non in Turchia (Monumentum Anciranum); ma quando finalmente fui, per così dire, sul posto, allora le “scoperte anti-luogo comune” furono la mia vera giovinezza culturale. Parole come Ittiti, Alicarnasso, Gordion, anacoreti, Smirne e tante altre non furono più ”flatus vocis” senza contenuto. E, per rimanere nei dintorni della prima sede assegnatami – Ankara –, scoprivo che Donizetti ebbe un fratello musicista, celeberrimo a Istanbul, Don Izet Pascià; oppure che, in Anatolia, il tè lo si beve tenendo lo zucchero tra ganascia e denti. Sapienza trita? Curiosità di poco conto? Mania del nuovo? No! Era, per me, l’inizio di una nuova vita, di un itinerario fecondo; era lo sbocco d’un’incubazione a lungo covata; era l’inizio di quel benefico “andare a vivere”, di cui vi dicevo in principio. Era l’apprendimento diretto. Avevo fretta, temevo d’esser partito tardi: non era vero, per fortuna!…
    Il Libano fu la mia seconda sede. E trovai il giglio fiorentino a Beirut; conobbi studenti che avevano letto Buzzati e Tobino; andai a Efeso, a casa della Madonna; e vidi le colonne “extra-terrestri” di Baalbeck; comprai il vino della Bekaa; ammirai l’anfiteatro rettangolare di Tiro; tradussi il pre-pasoliniano poeta arabo Giubran Kalil Giubran, che era nato vicino agli ultimi cedri del Libano; ebbi modo di comprendere perché i Kurdi sono e non potranno mai essere altro che “i Kurdi”. Non so come il Ministero degli Affari Esteri non mi restituisse al ruolo di provenienza: un diplomatico, operatore culturale, non può essere trasferito da una sede all’altra prima di tre anni. Invece, presentavo domande anticipate, per essere assegnato ovunque un posto risultasse libero. In realtà, m’interessava l’Africa, intanto che la malattia di questo nomade culturale andava – però il termine è improprio – peggiorando…
    Fui accontentato: ebbi il Sènègal! Lì, per esempio, scoprii: che Kaolak è gemellata con Aosta; che la Croce del Sud sovrasta a picco il villaggio mauritano di Agadès; che a Gorée, isola in faccia a Dakar, la schiavitù fu abolita soltanto nel 1843 da un certo principe di Joinville; che Casamance vuol dire “acqua tranquilla” e Rufisque significa “rio fresco”. L’Africa francofona m’insegnò molte cose e ancora tante altre – di quelle mie “congenite certezze” – andarono in pezzi! Mi accorsi che il baobab è un albero caduto dal cielo a conficcarsi nella sabbia del deserto circostante: i suoi rami sembrano radici! Apprezzai il naturismo – non il nudismo! –, che si praticava sulla splendida spiaggia atlantica di N’Gaparou, dove il capo-villaggio Thiomokò mi chiamò “Caro collega” in una lunga lettera, scritta per chiedermi di tornare dalle ferie con un transistor per lui, che, durante i monsoni, avrebbe guardato la nostra capanna…
    L’Africa anglofona, in seguito, fu ben diversa esperienza: i locali non ci amavano; sembrava non ci vedessero. I residenti inglesi ci offrivano il whisky serale, estraendo dal panciotto una chiave d’armadietto, per poi riporre la bottiglia in custodia – e la chiave nel taschino – “perché i negri si ubriacano”. Non era vero, naturalmente! Qui l’esperienza diretta si trasformava in studio comparato del colonialismo europeo, in un continente dov’è esatto, più che altrove, che l’ontogenesi ripete la filogenesi, e viceversa. Tutto questo era l’Africa, tutto questo era ciò che avevo sempre sognato di conoscere. Ma la nostra lignea residenza “si muoveva”, causa sottostanti termiti; e chiesi, per questo – ma era, in verità, l’occasione che aspettavo – , un altro trasferimento…
    Fui spedito a Jakarta in Indonesia, ancor prima che potessi rendermene conto: antico porto mercantile, dal quale ci era giunto il chiodo di garofano, la Batavia degli Olandesi, non poi tanto lontana da quel luogo – ma chi lo sapeva ? – dove Nino Bixio aveva contratto la peste, trasportando schiavi (!) da una piantagione all’altra sul veliero “Maddaloni”, ricevuto in dono dai suoi ammiratori dopo essere stato eletto senatore del Regno d’Italia. Quando volli tenere una conferenza sull’eroe risorgimentale, l’ambasciatore me la proibì, trattandosi di personaggio assai sgradito in loco. Un’altra delle famose certezze andava in pezzi… Come quella che gli orientali si baciano col naso o quella che “i pupi” esistono solo in Sicilia o che il crisantemo è un fiore di morte. Scoprii un frutto squisito, a Giava, che si difende dalle scimmie golose con l’incredibile odor di merda della sua buccia… Raccolsi immense conchiglie di madreperla, chiamate acquasantiere. Inorridii alla vista del pesce-pietra… Tradussi Pinocchio in indonesiano (Pinokio). Feci proiettare il “Cristo” di Zeffirelli in un Paese induista. Ampliai ulteriormente la mia capacità di dialogo interculturale multirazziale, facendo rappresentare – laggiù –, per la prima volta, un’opera lirica italiana, nonostante i violini fossero suonati come certi strumenti ad arco balinesi… Incontrai tracce di Pigafetta, modesto diarista di bordo. E furono, anche quelli, momenti benefici di autocorrezione, a prova di suscettibilità dotte, “d’origine non controllata”…
    Ritornai in patria, ricco di notizie tutte e soltanto mie, tipo quella del saluto di grande cerimonia, che si presenta sbattendoti in faccia il nostro più volgare gesto mediterraneo: si trattava soltanto d’un buffo equivoco di forma!… Divenni, in seguito, convinto sostenitore d’un certo relativismo, nient’affatto scetticheggiante. Infine, gettate le ancore ad Otranto, dove mai ero stato, decisi che dovevo ricominciare: prima cosa, a darmi uno pseudonimo, sotto al quale nascondere l’edificante, educativa vergogna di quante fossero state, prima, le mie lacune; però, anche di quanto liricamente giovane sia ora il mio concetto d’ignoranza. E fu bello riconoscermi nella istrionesca buffoneria di quella figura del pavimento musivo della cattedrale idruntina: divenni, perciò, “l’Asino Arpista”; e fu, per me, un altro inizio…
    Cominciai col rileggere due specialissimi dizionari della mia giovanile formazione, il Panzini ed il Fumagalli: m’immersi totalmente, ora che non “emigravo” più per lavoro, nelle pagine succose dell’etimologia e della fraseologia, felice di sentirmi, non più intellettuale, ma intelligente. I miei viaggi, intesi come verifica di cultura, m’avevano guarito dal dogmatismo e dalla prosopopea ereditati tanti anni prima a scapito di quel socratico “so di non sapere”, che rimane sempre la molla d’ogni ricerca positivamente critica. Avrei, certamente, in vecchiaia – sia pure, oramai, nel chiuso d’una stanza –, avuto tempo d’accorgermi di altre mie colpevoli distrazioni, tra le quali la più boriosamente colpevole era stata il parlar senza conoscere il significato delle mie stesse parole. Avrei cercato, inoltre, tutte le radici di questa mia nuova terra. Le ho cercate tanto e tante ne ho trovate! Strada facendo – e per finire –, ho trovato una graditissima citazione di Cosimo De Giorgi: “Il figulo di Grottaglie ha qualcosa del figurinajo lucchese: entrambi sono lavoratori e viaggiatori instancabili”. L’Asino Arpista colmava le sue ultime lacune…
    Ma non sempre – sappiatelo! – gli “asini arpisti” sono di buonumore: un giorno, infatti, mentre l’estate stava morendo e – forse – anch’io con lei, senza neppure accorgermene, tanto da addormentarmi all’ultimo sole, su quella spiaggia deserta, tra gli ombrelloni chiusi, un amico crudele m’ha fotografato in una disastrosa posizione, ragion per cui sono distrutto. Cosicché, ho deciso di suicidarmi esteticamente, commentando la triste immagine autunnale senza rispetto alcuno verso l’altrettanto triste me stesso, che per tutta la vita aveva corretto a colpi di forbice ogni propria spietata rappresentazione, la quale disgraziatamente evidenziasse un eccessivo stomaco – se non ventre –, ancor più quando il mettersi in apnea, sincronizzato il respiro con l’istante dello scatto, non bastava ad assicurarmi una ripresa di mio gusto. Nessuno ebbe mai su di me il diritto di fotografarmi a sorpresa: volevo essere di mio gradimento e preferivo, per ovvie ragioni, le istantanee a mezzo busto. A volte, curavo persino di sfoggiare il mio profilo etrusco dalla parte buona, la sinistra; altre volte, coprivo il grosso corpo dietro qualche provvidenziale personaggio del fotogenico gruppo-ricordo. Una vigliaccata del genere, invece, non mi concede scampo: non mi rimane che – torno a ripeterlo – suicidarmi esteticamente. E pensare che, prima di questa dannata fotografia, così frontale e oggettiva, continuavo imperterrito a piacermi, di conseguenza convintissimo di piacere. Sono distrutto! Questo colpo d’obiettivo diviene allegoria: un uomo, distinto e ignaro quanto vuoi, con barba bianca e gli occhi chiusi, lì sulla sabbia, ormai senza giocattoli di bimbo, né creme di fanciulle, né giornali mai letti, più che un povero giusto che dorme tranquillamente, sembra piuttosto un uomo morto nel sonno. E’ terribile: l’immagine diventa denuncia! Questa volta era davvero finita: con quell’estate, se n’era andata anche la mia antica bellezza; lo ammetto, non posso far altro che ammetterlo, mentre subentrano rabbia e paura. Nessuno, tuttavia, potrà impedire che, ancora una volta, io possa leggermi in chiave emblematica, “dentro” un’immagine, ma per autodistruggermi, io, che già mia madre, un tempo lontano lontano, chiamava vanesio, con toscana ironia…
    Pensavo d’aver concluso, con questa triste immagine, la composizione del mio contributo. E invece no. Non farmene una colpa: purtroppo la mia memoria, un tempo così “robusta”, comincia a dar segni cedimento. Tu che sei un medico, amico Anonymous, dovresti cercare d’aiutarmi… Dunque, dicevo che pensavo d’aver concluso, ma non avevo parlato del-l’amore, aspetto preminente di questo zibaldone. Io ho avuto tanto dall’amore. Il mio grande amore è mia moglie, Siou-Wan (Piccola Nuvola). Tu la conosci bene, gli altri no. Ve ne parlo in poche righe, ma su di lei e sulle sue qualità potrei (e dovrei, in verità) scrivere interi trattati.
    Bene, procediamo con ordine. Insegnavo storia e filosofia, a Lucca. Arrotondavo il bilancio familiare con le “solite” lezioni private. Quel tipo di vita, pur improntato alla serenità, mi stava decisamente stretto: decisi di intraprendere la carriera diplomatica, per – come ti dicevo all’inizio – conoscere il mondo e, insieme, anche me stesso. Lasciai, quindi, un bel giorno, la natìa Lucca e, colà, i relativi affetti. Addetto culturale d’ambasciata italiana all’estero: Libano, Sènègal, Turchia, Nigeria e tante, tantissime altre sedi, sparse per il pianeta. In quel mio continuo peregrinare, ebbi la fortuna di incontrare la dolce Siou-Wan, mio omologo addetto culturale: lei lo era presso l’ambasciata del Brasile. Una cena diplomatica, in genere, non è altro che un faticoso esercizio d’etichetta. Quella con Siou-Wan, invece – e per fortuna –, fu cena galeotta. Era l’occasione che attendevo da tempo: l’accompagnai in auto e ne ero già innamorato. Pochi mesi do-po la sposai. Ancor oggi, dopo aver peregrinato insieme per il mondo, mi è accanto, in questo sperduto villaggio del Salento, con il suo sorriso, i suoi silenzi orientali, la sua (e mia) torma di cani turbolenti e le inseparabile sue (e indirettamente anche mie, purtroppo) sigarette. Questa è la mia vita, caro Anonymous, e sappi che con Siou-Wan è vita serena. E felice.

    L’OCCASIONE (IN VERSI)
    Per tanto tempo avevo cercato l’occasione
    contr’ogni passata futile illusione
    di scriver versi non più sulla natura
    bensì circa una donna che fosse idea pura :
    pura come i valori che non han scadenza,
    tenace come gli affetti a base d’essenza,
    amore che non certo scalfiscono gli anni,
    fortezza solida contr’ogni tipo d’affanni…
    Non sapevo che quel bene era vicino.
    Nella sua dolce grandezza s’era fatto piccino,
    ma ogni giorno sempre qualcosa veniva
    a dimostrarmi che quell’unione era viva.
    Anche Tu, così, avesti la tua poesia.
    Tu, sola fortuna della vita mia…
    Saranno versi forse giunti in ritardo,
    eppur te li dovevo, non foss’altro per garbo,
    quando compresi ch’eri, Tu, l’ultima occasione
    per dare anima e corpo ad un’illusione.
    Io ti conosco, perciò sorriderai,
    dicendo che non supponevi mai,
    ch’io farfalla potessi preferire
    proprio un fiore esotico, prima di morire.
    Invece, di tutto volevo chiederti perdono,
    offrendo questi tardi versi come un dono…
    Per tanto tempo cercai l’occasione
    di scrivere ignorando cose e persone,
    salvo qualcuno che fosse riuscito a dimostrare
    quant’è semplice saper veramente amare.

  2. Caro Pierluigi, leggo solo oggi questo interessante arricchimento sulla straordinaria figura del personaggio, notizie che. recensendo il tuo scritto, ha fornito lui stesso in prima persona. Ora è capitata una cosa curiosissima, quasi romanzesca. Ieri mi ha telefonato un medico di Bergamo, chiedendomi un incontro ai primi di settembre per parlare di Florio, che lui non ha conosciuto. Ma gliene ha parlato uno scrittore americano (ricordiamo che Santini è stato anche a San Francisco) che ha conosciuto recentemente a Città del Messico. Verrebbe in Italia anche quest’ultimo per avere notizie dello scrittore lucchese-salentino, e in particolare vorrebbero conoscere notizie sui parenti di Florio (che è morto nella sua terra d’Origina, a Lucca). Io conosco solo il Santini salentino, con la sua impareggiabile Siu Wan , la moglie vietnamita, ma non so nulla del suo passato ( mi pare che avesse due o tre figlie). Tu ne sai qualcosa di più? Fammi sapere. Grazie.

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