Scrivere il Salento

I tre di Santa Maria al Bagno

© Pasquale Urso: prova d'autore (incisione)

Un  fine  Marzo a Santa Maria al Bagno, frazione di Nardò, insieme a Nicola Apollonio e a Mimmo Anteri, artista cosmico alla ricerca dell’unità dell’anima, che vive per arrivare al “centro”, per raggiungere l’ansietà dei rossi (parliamo di colori, ovviamente), come una Santa Caterina da Riva Levante. Ci troviamo dinanzi al mare rugginoso della costa neretina, in una trattoria fatta di tufi, calce, salnitro, solitudine e ricordi, anche nobili, come quelli, ad esempio, che custodisce la vicina piazzetta circolare, metà moresca e metà “liberty piccadilly”,  che dà sullo stabilimento ex Malignano, cuore del piccolo centro balneare. E’  qui, infatti,  senza grancassa, senza fanfare e senza sbandierare chissà quali eroismi, che gli abitanti del  “neretino” conquistarono la loro medaglia  d’oro al valor civile, per solidarietà umana,  conferimento che è stata attribuito poco tempo fa dal presidente Ciampi al rappresentante della collettività, il sindaco di Nardò.

E’ qui,  in questo piccolo villaggio popolato da pescatori,  noto ai salentini soprattutto per le “Quattro colonne”, cioè le rovine di una imponente torre tra le tante volute da Carlo V per il presidio della costa, che  trovarono rifugio, ospitalità e  assistenza gli ebrei scampati all’olocausto;  in questo trampolino ideale proteso sul Mediterraneo e quindi verso la nuova patria d’Israele  la stella di David brillò con vigore, passione e speranza e proprio sulla piazzetta,dov’è ora il bar Piccadilly, fu realizzata la Sinagoga  e nella masseria Mondonuovo  il kibbutz. Qui sostarono più di settecento ebrei e, tra loro,  grandi personaggi della storia di Israele come Golda Meir, testimone  di un matrimonio celebrato il 26 febbraio 1946, David Ben-Gurion e Moshe Dayan rispettivamente futuri presidente del consiglio e ministro della difesa.

Siamo da Ginetto, nipote di Ninetto Filieri, ittiofago neretino e mio prezioso collaboratore nella Compamare Gallipoli di qualche…lustro fa. Siamo, forse, esattamente nel punto in cui circa mille anni fa sbarcarono i monaci basiliani, con le loro icone bizantine, e portarono appunto la Madonna, Santa Maria, ai bagni. Poi costruirono delle vere e proprie città sotterranee, ipogei, e santuari a cielo aperto di cui è andato perduto quasi tutto, tranne  la vecchia abbazia di Santa Maria dell’Alto con un affresco di notevole qualità risalente al XIII secolo, ma che oggi fa da sfondo ad una discoteca ai piedi della serra della riviera neretina.

Sorgeva accanto all’Abbazia della Madonna dell’Alto un Monastero di frati eruditi, che fu  fondamento della formazione scolastica del classicismo nella  terra d’Otranto  fino a tutto il XVI  secolo. E ciò lo testimonia un allievo d’eccezione,  AntonioDe Ferraris, detto il  Galateo, che sostiene che la scuola di Nardò era un centro di prestigio almeno quanto quella di Casole, a Otranto, e costituiva una vera e propria Università degli studi dell’epoca. “Al tempo di mio padre,  – scrive il Galateo – “convenivano a Nardò da ogni provincia di questo regno tutti i  giovani disposti ad educarsi al culto e all’ingegno”. Vi studiarono gli intellettuali religiosi e laici  più rappresentativo dell’ Umanesimo salentino, tra cui il predicatore francescano Roberto Caracciolo, il filosofo Francesco Securo, che lasciò un impronta di insegnamento nello studio di Padova per cui era detto” Pater Academiae  Patavinae “, il monaco Pietro Colonna di Galatina, che operò in Roma, e lo stesso Galateo che rimane il  testimone più illuminante della letteratura salentina del secondo quattrocento e i primi anni del cinquecento. Il Galateo affermò più volte che alla tradizione greco-salentina appresa sui banchi dell’istruzione superiore neretina doveva l’amore per il pensiero di Aristotele :”Qui ho ricevuto i primi fondamenti dell’istruzione letteraria“.

Ma secoli prima c’erano stati i coloni romani, ci avevano costruito un approdo e qualche villa estiva nei paraggi, e ancora prima di loro, agli albori della storia, una lunga teoria di civiltà di cui è rimasto ben poco, o nulla ( parlo dei salentini, dei messapi, ma anche dei tarentini spartani).

Su queste pietre c’è la storia storia, caro direttore, dico a Nicola. E lui, di rimando, sì, quella storia che non è magistra di niente, perché  oggi,  come allora, continua a vincere il peggiore, anche se poi non si sa più quale sia il vincitore e il vinto. E in fondo non ha nessuna importanza perché, – come disse Montale, – l’avvenire è già passato da un pezzo, è inutile starci a perdere la capa.  “Può darsi che ammetta qualche replica, dato l’aumento delle prenotazioni, ma con un palmo di naso resteranno gli abbonati alle prime; e col sospetto che tutto involgarisce a tutto spiano”.

A Santa Maria al Bagno ci siamo ritrovati come in un punto di fuga della memoria, un crocevia del tempo e il mio direttore, contraddicendo il suo proverbiale cinismo ( tipo quello del suo vecchio amico Feltri, cinismo che è poi realismo a ben vedere)  comincia a farsi sentimentale (non so  quanto sarcasmo e autoironia ci sia nelle sue parole) e a dire che questi son posti dove vorresti venire a starci, a vivere per sempre:

Mi prendo un appartamento, magari non proprio sulla strada, e guardo dalla finestra il transito infinito delle cose”. E’ uno di quei posti – dico io – dove  sarebbe bello andarci anche a morire, così appartati, quieti, discreti, in silenzio, con quella specie d’aria rosata che ti piove in faccia. E’ qui che ti rendi conto che il Big ben, il grande scoppio iniziale, – come disse Eusebio Montale – non dette origine a nulla di concreto, una spruzzagli di pianeti e stelle, qualche fiammifero acceso nell’eterno buio…e ciack, si gira. Tutto qui? “La verità è nei rosicchiamenti /delle tarne e dei topi/, /nella polvere ch’esce da cassettoni ammuffiti/ e nelle croste dei ‘grana’ stagionati./ La verità è la sedimentazione, il ristagno, non la logorrea schifa dei dialettici”.

Intanto è apparso Ginetto che ci porta, senza preamboli, un po’ di antipasti crudi e cotti, poi un risotto e…basta. Tutti a dieta? Io sono l’unico che prende un secondo, una frittura mista, una trasgressione come quella che poco prima Mimmo Anteri aveva consumato nell’eden di Porto Selvaggio, esattamente nei pressi della Torre Uluzzo, che sovrasta la grotta della Tannata”, rimanendo in bilico, come un’irreale figura sospesa nell’aria, tra le intersezioni delle linee immaginarie  di rette e parallele che uniscono  la protome che formano le nuvole a quella invisibile cattedrale d’aria, luci e  ombre che è la storia del Salento, storia non sua, dice Carmelo Bene, ma il sangue dei  martiri di Otranto – anche se sembra valere meno di quello di Pietro Micca o Pier Capponi – era sangue talentino, così quello dei morti che difesero le mura dall’assedio dei Veneziani quattro anni dopo, nel 1484. E qui, oltre alle torri che ancora vediamo alte e solenni sulle serre di Santa Caterina, c’era la mitica Torre del Fiume, che,prima di crollare su se stessa, era la guardia feroce dagli assalti pirateschi a protezione delle preziosi sorgenti. E se accostiamo appena le orecchie nelle fenditure del terreno carsico, come facevano gli indiani, possiamo ancora udire le grida neolitiche delle Veneri di Parabita, le  danze mezzo arabe e mezzo greche, le pizziche e tarantate della grotta dei Cervi, le voci che dal tempio di Maryam si alzano come i gabbiani sulla Torre dell’Alto Lido.

Usciamo  da questo tempio radiale degli appuntamenti con la memoria collettiva, usciamo in mezzo a questa lingua rocciosa e puntuta che sta proprio al traverso dell’Isola di Sant’andrea, a poche centinaia di metri di punta dell’Aspide, il serpentello caro a Cleopatra, che separa le due località balneari neretine,  Santa Maria e  Santa Caterina. Sembrano tornare i basiliani, con le loro grandi icone bizantine, le tavole di legno dipinte e istoriate d’oro, le teste circolari, gli sguardi arrurri, le barbe profumate di incenso, le labbra pallidissime, le preghiere e le danze. “Noi – disse Celine -non cambiamo mai! Né calzini, né padrone, né opinioni, oppure cambiamo troppo tardi, quando non ne vale più la pena”.

Ma ecco che passa una nave, dall’isola di Sant’Andrea dirige nel porto di Gallipoli, la seguiamo con lo sguardo. Il tempo di uno sbadiglio nell’umidore grigio di marzo e la nave è nei pressi del molo foraneo. Incredibile a quale velocità si viaggia oggi! In altri tempo Scigliuzzo l’ormeggiatore avrebbe fatto in tempo a prendere la granita di limone e il caffè, e magari anche a fare una pennichella prima che…. Ma sai, questo è il tempo del realismo non più magico, mi dice Mimmo Anteri, e chiudiamo la partita.

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