Antropologia culturale, Arte, Cultura salentina, Scrivere il Salento, Tradizioni

La festa della Madonna della Grazia. Pietà e folklore galatei dal ‘500 al terzo millennio

Icona miracolosa della Madonna della Grazia (fine sec. XIV - inizi sec. XV)

Mons. Fabio Fornari (1583-1596) fu uno dei massimi promotori della latinizzazione del culto in diocesi di Nardò. Nessun vescovo neritino gli fu pari nell’opera di estirpazione del sostrato greco, ancora saldamente radicato nel costume religioso salentino. Galatone fu una delle roccaforti bizantine in Terra d’Otranto fino alla fine del Seicento.

Nel suo intento di omologazione liturgica, il Fornari la colpì al cuore, favorendo la demolizione dell’antica collegiata greca dell’Assunta. Con grande abilità psicologica, il presule era deciso ad eliminare ogni traccia di grecità, nascondendosi dietro il proposito di offrire edifici sacri più ampi e adatti ai “tempi nuovi”. Allo stesso modo, Mons. Fornari volle introdurre nuove devozioni e festività religiose che potessero sostituire quelle di chiara impronta bizantina, ancora particolarmente care al popolo.

L’evento miracoloso dell’icona dall’occhio sfregiato della Madonna della Grazia e il notevole fervore pietistico ad esso legato furono un’opportunità imperdibile per impiantare a Galatone un nuovo tipo di pietà mariana che, pian piano, si discostasse dall’ambito prettamente orientale. Alla fine del Cinquecento, del resto, erano ancora vivi i ricordi delle feste della Deposizione della Veste (2 luglio) e della Deposizione della Cintura di Maria Santissima (31 agosto), ricorrenze mariane testimoniate dai codici greci dell’insigne collegiata galatea.

Per tali motivi, forse, il presule volle fissare i festeggiamenti in onore della Madonna della Grazia al giorno 8 settembre, dedicato alla Natività della Vergine. Questa festa, infatti, era celebrata in Occidente quanto in Oriente e per i bizantini rappresentava una sorta di capodanno liturgico. La sua introduzione a Galatone, che fino a quel momento non l’aveva tenuta in gran conto, avrebbe evitato il trauma di un passaggio brusco e sfacciato. Un’operazione, insomma, nel più tipico stile del Fornari e dei presuli della controriforma.

La celebrazione della festa, sin dalla fine del sec. XVI, è menzionata in alcuni documenti archivistici che ne evidenziano la duplice articolazione, religiosa e civile. Già in quell’epoca, con chiaro intento penitenziale, nacque la pia consuetudine di digiunare per tutto il giorno 7 settembre, vigilia della festa della Madonna. Dopo la visita alla miracolosa immagine della Vergine, ci si intratteneva nelle vicinanze della chiesa, tra gli ulivi secolari che un tempo inverdivano l’intero circondario. A sera inoltrata, prima di far ritorno a casa, si consumava in loco una frugale cena a base di pane, sarde e ricotta forte. Con il passare del tempo, perduto il significato originario, tale usanza prettamente familiare ha assunto una chiara connotazione folkloristica, fino ad essere istituzionalizzata nell’annuale “Festa della pagnotta e del vino”.

Ventagli tradizionali con la doppia effigie del SS. Crocifisso e della Madonna della Grazia

Molto antica risulta pure l’istituzione della fiera, caratteristico elemento di ogni festa religiosa popolare. Del mercato allestito l’8 settembre di ogni anno non si rintracciano notizie nelle fonti documentarie più antiche; la sua origine, però, risale almeno alla metà del sec. XVII. Esso è giunto sino a noi nella triplice forma di mercato dei vimini, fiera del bestiame e esercizio commerciale di venditori ambulanti.

Il tutto è racchiuso nella suggestiva cornice della festa civile, ricca di luminarie, musica e fuochi artificiali. L’evento si è andato sempre più evolvendo, superando l’iniziale dimensione campagnola, a partire dal 1980. In quell’anno, infatti, il prof. Gaetano Danieli ricevette l’incarico di coordinare il comitato per i festeggiamenti, intraprendendo una convinta opera di sensibilizzazione sul piano religioso e civile. Nel 1982, dopo ventisei anni di vuoto, veniva reintrodotta la processione per le vie del paese con il simulacro seicentesco della Madonna della Grazia.

L’evento non si ripeteva più dal 7 settembre 1956. In questo clima di generale risveglio, si andò man mano accrescendo anche la cura dei nove giorni di preparazione alla festa e la partecipazione dei fedeli. La gente ricominciava a cantare il Si quaeris caelum, il bel responsorio latino musicato il 24 agosto 1917 in Napoli da padre Serafino Marinosci e da questi inviato agli amici frati di Galatone. Le note di questo splendido inno non si udivano più dal 1967.

Oggi la festa della Madonna della Grazia ha assunto importanza cittadina e non solo, richiamando l’afflusso di pellegrini anche da numerosi paesi limitrofi. La novena, la processione del giorno 6 e i festeggiamenti dei giorni 7 e 8 di settembre sono ritornati ad essere veri eventi di fede e tradizione, in un contesto di cultura, folklore e promozione del territorio.

Un pensiero riguardo “La festa della Madonna della Grazia. Pietà e folklore galatei dal ‘500 al terzo millennio”

  1. Nel Salento la devozione a questo Titolo Mariano è molto diffusa. Lo testimonia la presenza di Chiese, Santuari,edicole votive,altari e dipinti,statue e Confraternite che ne conservano la devozione. Tra i centri di maggiore interesse nel Salento dove la devozione è più accentuata,oltre a Galatone si possono citare Sanarica e Soleto con il loro Santuario, Andrano,Collepasso ,Sannicola e il piccolo borgo di Tutino dove la devozione è assai ben radicata ed antica. Una particolarità per questa festa di un tempo in cui la poverta’ comune a tante famiglie era attenuata da varie forme di cristiana solidarietà, quando bisognava pensare alla festa del Santo Patrono, a Tutino si pensava bene di allevare “u Porcu Raziu”, il porcello della Madonna delle Grazie, tradizione ancora viva nella memoria di molti anziani. Acquistato dal preposto comitato organizzatore e già citato nelle cronache degli anni ’30 del secolo scorso, era sfamato da tutta la comunità di Tutino e una volta ingrassato veniva macellato alcuni giorni prima della festa; il ricavato della vendita della carne ( per tradizione e devozione verso la Madonna tutte le famiglie ne acquistavano piccole quantità) serviva per finanziare le spese dei festeggiamenti civili e religiosi che puntualmente, da data immemorabile, si svolgono nella prima domenica dopo Pasqua detta in Albis. Assai rispettato dalla gente, “porcu Razio” oppure così chiamato “u porcu da Madonna” era affidato i primi giorni ad un gruppo di ragazzini per essere “accompagnato” per le stradine di Tutino affinchè prendesse confidenza con tutti e poi lasciato solo a girovagare da un punto all’altro, da una casa all’altra del paese in cerca di cibo. Sia la notte che durante il giorno quando aveva voglia di riposare si adagiava nei fienili delle stalle adiacenti alle case dei contadini, a volte anche sul sagrato della vecchia Chiesa o in abitazioni disabitate. Pur nel cambiamento avvenuto in questi ultimi decenni causa lo spopolamento della campagna, tuttavia si mantiene vivo il ricordo delle origini della cultura contadina e degli elementi che la costituiscono, tra cui si colloca appunto la festa della Madonna delle Grazie di Tutino

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