Opinioni, Territorio

Un popolo incolto merita le leghe

gli idiomi del villaggio

Il bisogno di creare un’identità culturale rappresenta oggi una delle urgenze più impellenti della società italiana. Si nota infatti che, usando le parole del filosofo statunitense Harry Frankfurt (1929), «uno dei tratti salienti della nostra cultura è la quantità di stronzate in circolazione. Tutti lo sanno. Ciascuno di noi dà il proprio contributo» (Stronzate, Milano 2005).

In effetti tutti gli strumenti deputati a veicolare la cultura, intendendo quest’ultima come il complesso delle istituzioni sociali, politiche ed economiche, delle attività artistiche, delle manifestazioni spirituali e religiose che caratterizzano la vita di una determinata società in un dato momento storico, tendono a sfruttare la loro comunicatività al fine di strumentalizzarla. Di fatto la cultura generale che oggi ci caratterizza non è, secondo la visione umanistica, «l’insieme delle cognizioni intellettuali che una persona ha acquisito attraverso lo studio e l’esperienza, rielaborandole peraltro con un personale e profondo ripensamento così da convertire le nozioni da semplice erudizione in elemento costitutivo della sua personalità morale, della sua spiritualità e del suo gusto estetico, e, in breve, nella consapevolezza di sé e del proprio mondo» (Dizionario della Lingua Italiana Treccani, III Ediz., Roma 2011) bensì una cultura i cui elementi si riducono all’inconsistenza e alla vacuità. Tale condizione non è dettata da un disinteresse generale della società nei confronti della cultura bensì è il risultato del dosaggio e del filtraggio delle informazioni che un individuo riceve. Difatti la cultura è uno strumento pericolosissimo perché è su di essa che si costituiscono, nel bene e nel male, le basi per un cambiamento sociale e pertanto chi accentra in poche mani il potere della cultura controlla la società.

Enfatizzando e travisando il concetto di cultura e di appartenenza ad essa, oggi si assiste in Italia al proliferare delle leghe territoriali ossia gruppi di individui appartenenti a specifiche aree geografiche che vantano qualità tali da renderli differenti dal resto della penisola. Alimentando politicamente e dirigendo argutamente questa convinzione si è creato un movimento d’opinione che oggi lede all’Unità d’Italia poiché lo scissionismo che tali movimenti sottintendono e mascherano nel termine di “federalismo” portano drammaticamente alla fine dell’idea di una identità nazionale. La risposta a questi movimenti, sia da Nord che da Sud, non è quella di creare una lega antilega bensì colmare il vuoto culturale, ovvero l’integrazione delle diverse culture generate da differenti situazioni storico-politiche dei nostri stati preunitari, che l’Unità d’Italia a 150 anni dalla sua realizzazione non ha ancora compiuto.

La cultura italica, difatti, non è mai esistita come elemento accomunante da Nord a Sud i popoli italiani perché la nostra Nazione, come il Salento e come la Padania, è stata da sempre una commistione di genti che hanno portato le loro culture arricchendone la precedente. Il risultato è stato proprio questo variopinto mondo culturale che oggi alcuni vantano come elemento di distinzione ma che di fatto connota l’essenza vera della cultura italiana quale sommatoria di così tante microculture. Se non ci fosse una cultura salentina, la cultura italiana sarebbe monca come allo stesso modo lo sarebbe se mancasse l’apporto culturale del nord e del centro Italia. Non deve esistere, dunque, un “federalismo” che sia anche culturale perché la cultura unisce e non divide i popoli e perché come affermò il filosofo tedesco Hans Georg Gadamer (1900-2002) «la cultura è l’unico bene dell’umanità che, diviso fra tutti, anziché diminuire diventa più grande».

 Il successo delle leghe è dovuto proprio alla mancanza del senso di appartenenza sul piano nazionale a un contesto storico-sociale condiviso, ovvero a una cultura condivisa, e pertanto il loro potere è incentrato sullo sforzo di creare un’identità nella quale riconoscersi perché come afferma il sociologo polacco Zygmunt Bauman (1925), «l’idea d’identità è nata dalla crisi di appartenenza e dallo sforzo che essa ha innescato per colmare il divario tra ciò che dovrebbe essere e ciò che è, ed elevare la realtà ai parametri fissati dall’idea, per rifare la realtà a somiglianza dell’idea» (Intervista sull’identità, Bari 2003).

Nel momento in cui diventeremo consci che l’unica arma per diventare italiani è la cultura solo allora saremo in grado di essere una civiltà e prenderemo atto che attraverso la cultura stessa, come afferma lo scrittore e politico inglese Henry Brougham (1778-1868), un popolo diverrà «facile da guidare ma difficile da trascinare; facile da governare ma impossibile a ridursi in schiavitù».

7 pensieri su “Un popolo incolto merita le leghe”

  1. Gentilissimo Prof. Vincenzo D’Aurelio,
    ho letto con grande interesse il suo articolo su Cultura Salentina il blog che ha ospitato anche tanti miei interventi sul Salento. Ricordo a me stesso che è in corso un dibattito sulla candidatura della Città di Lecce a Capitale europea della cultura del 2019. La Capitale europea della cultura è una città designata dall’Unione Europea, che per il periodo di un anno ha la possibilità di mettere in mostra la sua vita e il suo sviluppo culturale.

    Cultura è una parola che fa fremere i polsi ai più e che invece fa sentire tronfie e baldanzose poche persone. Io che mi definisco un “artigiano della cultura” di fronte a questa parola mi sento microscopico. Ma mi chiedo e Le chiedo : che cosa significa la parola cultura? Già vedo storcere la bocca di chi si definisce o fai in modo di farsi appellare “aristocratico uomo di cultura”; ma come diceva Nanni Moretti “le parole sono importanti!”. Per non cadere in una questione squisitamente semantica, per ragionare, è necessario stabilire cosa intendiamo con la parola cultura.

    Inutile dire che io non sto scrivendo della concezione umanistica o classica della cultura come formazione individuale. Insomma ognuno di noi in forza della quantità di formazione ricevuta si ritiene più o meno colto, i cittadini di Lecce sono più o meno colti ma non è da questo dato che si decide se Lecce potrà essere la Capitale europea della cultura del 2019.

    Io mi riferisco alla concezione antropologica o moderna della cultura presentata come il variegato insieme dei costumi, delle credenze, degli atteggiamenti, dei valori, degli ideali e delle abitudini delle diverse popolazioni o società del mondo.

    Quindi vi sono diverse culture o meglio esiste una cultura per ogni gruppo etnico o raggruppamento sociale significativo, e l’appartenenza a tali gruppi sociali è strettamente connessa alla condivisione di un’identità culturale.

    Io mi chiedo e Le chiedo se questo vale anche per il Salento. C’è una condivisione di un’identità culturale nelle persone che vivono nel Salento? Questa identità è diversa rispetto all’identità delle persone che vivono nei territori di Terra di Bari? Io credo che la mia domanda sia retorica, basta osservare quello che ci circonda per capire che le persone che vivono nel Salento appartengono a un gruppo sociale perché condividono un’identità culturale.

    Allora mi chiedo e Le chiedo come si possa essere vittima dell’abbaglio di considerare chi si è dato il compito di conservare e valorizzare l’identità culturale del Salento mistificando e appioppandogli l’epiteto di “lega territoriale”? Perché secondo questa visione la rivendicazione dell’identità culturale del Salento e della conseguente esigenza di far decidere dei destini del Salento ai salentini è sinonimo di secessione? Perché pensare a questo? Insomma se tu, si dico a te, ti senti persona del Salento e senti questa identità per cui percepisci diversa la cultura dei Baresi e dei Foggiani non puoi farlo! Perchè? Ma perchè ti diranno che sei un secessionista, ti sminuiranno dicendo che vuoi costituire una “piccola Patria!” Mi spiego caro Professore? A me sembra che chi sostiene questo non sia mai andato a Bari, che non abbia parlato con un barese! E’ come dire che sono secessionista perché considero una persona milanese con un identità culturale diversa dalla mia. E’ assurdo vero? Non c’è buon senso in questo assunto, anzi questo assunto non ha alcun senso! Eppure questa mistificazione della realtà viene impunemente propagandata e c’è una criminalizzazione in atto, ad opera di noti e meno noti, di chi sente di appartenere al gruppo sociale del Salento con i suoi costumi, le sue credenze, i suoi atteggiamenti, i suoi valori, i suoi ideali e le sue abitudini.

    Io non ci sto! Non è un atto criminale rivendicare l’appartenenza all’etnia del Salento così come non è atto criminale e secessionista parlare il Griko! Si immagini Professore che si impedisca alle persone del Salento che parlano Griko di esprimersi nella loro lingua criminalizzandoli come secessionisti perché vogliono staccarsi dall’Italia! Eppure siamo giunti a questo punto! Ma a tutto c’è un limite e questo limite è stato abbondantemente superato, per questo chiedo un po’ di decenza e, soprattutto, di rispetto quando si scrive del Salento, soprattutto da parte di chi abita in questo territorio, soprattutto da chi è stato ed è tuttora figlio del Salento.

    La città di Lecce ha le carte in regola per essere la Capitale europea della cultura del 2019 perché la sua identità culturale si esprime su un territorio che presto si vedrà privato anche di quel flebile simbolo di appartenenza rappresentato dalle Province infatti l’abolizione delle province italiane ipotizzata in questi giorni porterebbe alla scomparsa delle Province di Lecce, Brindisi e Taranto con la conseguenza di non avere più una rappresentanza del gruppo sociale del Salento. Auspico un connubio tra i tre capoluoghi di provincia del Salento per presentare una candidatura unica a Capitale europea della cultura del 2019 e per questo motivo sollecito la città di Taranto a un connubio con Lecce e Brindisi. Mi auguro che le persecuzioni inflitte a chi la sola colpa di sentirsi Salentino abbiano finalmente fine.

    Antonio Bruno

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    1. Carissimo dott. Antonio,

      innanzitutto la ringrazio per avermi indicato come “professore” ma il titolo non mi compete e al massimo potrei definirmi un “contadino illitterato”. Apprezzo molto l’attenzione che avete rivolto al mio scritto e con l’occasione mi complimento con voi per gli ottimi contributi dati alla nostra rivista. Malgrado la garbatezza con la quale mi replicate, rimango profondamente turbato dal penultimo capoverso nel quale lei invoca, tra le righe rivolgendosi a me, «…decenza e, soprattutto, rispetto quando si scrive del Salento, sopratutto da chi abita in questo territorio, soprattutto, da chi è stato ed è tuttora figlio del Salento». Ho letto e riletto il mio scritto e non ho trovato nulla di indecente e irrispettoso nei confronti della nostra terra e puntualizzo “NOSTRA” perché io come lei sono e sarò figlio della stessa. Non esiste giorno, non esiste notte che io non pensi a come contribuire per accreditare la nostra terra agli onori che merita e mi creda che se tale amore non fosse così forte non avrebbe senso aver pubblicato circa 50 articoli solo su questo blog.
      Non so da quali presupposti lei abbia tratto dal mio scritto l’idea che io “giudichi atto criminale” coloro che si impegnano a difendere la nostra cultura, o coloro che preservano il Griko ecc.; spero in un suo chiarimento.
      Io mi sento persona del Salento e proprio per questa nostra indole atavica ad accogliere e assorbire le culture altrui ho facilità a parlare con tutto il mondo della mia patria e della loro col risultato che io arricchisco e mi arricchisco. La mia convinzione è che le culture debbano integrarsi se una società mista, come quella italiana, vuole sopravvivere mentre altro discorso è quello di difendere una cultura indigena che, condivido, ma che ci tengo a sottolineare non deve isolarsi. Ecco perché io parlo di “identità culturale italiana” concependo essa come “sommatoria di culture”.
      Riguardo al termine “lega territoriale” che lei mi appunta come epiteto, le chiedo: come definirebbe la Padania? Territori eterogenei, dai confini improbabili con genti di culture talmente diverse da considerare celtico il simbolo del “Fiore della Vita” (leggasi Fiore delle Alpi”). Non crede che è il solo interesse economico a unire questi popoli “padani” che, di conseguenza, non sono altro che accorpamenti territoriali ideologici o meglio “leghe di territori”? Possono avere altra definizione quale ad esempio sub-regione???
      Non credo e rimarco che il mio assunto ha senso ovvero siamo di fronte a leghe che inventano una cultura solo per coalizzarsi sotto forma di micro domini territoriali ovvero di leghe. Il Salento in tutto questo non ha alcun ruolo ma se io devo pensare di creare una realtà amministrativa in funzione antibarese o meglio per combattere il “bari centrismo” (sono le parole utilizzate dal noto fondatore) affinché qualcosa venga data anche al Salento, rischiando il “leccecentrismo”, mi permetta di riaffermare che questa è una lega territoriale fomentata da pseudopolitica che nulla ha da condividere con la storia millenaria della Terra d’Otranto. Basterebbe una cultura mirata a creare coscienze responsabili nell’amministrazione delle cose pubbliche perché se il sistema non funziona non funzionerà nemmeno a livello locale perché dipende sempre dal centrale… Altro discorso è se parliamo dell’importanza di far conoscere la nostra cultura e della potenzialità che essa ha per far risorgere il Salento cosa, questa, che mi trova profondamente d’accordo e impegnatissimo.
      In ultimo le rispondo alla domanda più complicata: cos’è la cultura?
      Filosofi, linguisti, letterati, antropoligi, UNESCO ecc. non hanno avuto la capacità di definire in maniera univoca e sufficientemente completa il termine, pensi un po’ se posso darle io una definizione. Posso solo descrivere gli apporti che la cultura può dare al nostro vivere sociale e civile … (questo nostro dibattito ne è la dimostrazione dove nessuno è “un aristocratico della cultura”).
      Spero che lei rilegga nuovamente il mio articolo confidando di aver chiarito con questa replica la mia posizione ovvero quella di un vedere nella cultura italiana anche l’apporto di quella salentina, barese, foggiana ecc.
      Vi ringrazio e vi saluto in attesa di leggerla nuovamente e, magari, proponendole uno scritto in merito alla sua visione.

      Vincenzo D’Aurelio

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  2. Carissimo Vincenzo,
    leggo con estremo interesse questo tuo contributo, di altissima valenza metodologica prima che contenutistica, perchè definisce i termini, oggi molto controversi, di un dibattito che sta imperversando nell’alta cultura italiana, intesa come quella che delimita forme e competenze dei singoli apporti.
    Forse uno dei meriti di queste celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia, che sembravano un esercizio retorico di mera apologia dei fatti del Risorgimento, e che invece si sono trasformate in una occasione, forse unica in Italia, per discutere con spirito critico, finalmente storico, delle impostazioni storiografiche, favorevoli o sfavorevoli ai modi con cui è stata raggiunta l’Unità d’Italia, è stato proprio quello, sfuggito di mano da chi, come il Presidente Napolitano, voleva ricondurre tutte le celebrazioni alle longanesiane vecchie zie, di creare un dibattito nel dibattito e sul dibattito, che poi è l’essenza stessa della critica storica.
    L’elemento più importante che io colgo dalla lettura di questo tuo articolo è un atteggiamento, che ormai condividiamo in tanti, di un certo fastidio dinanzi all’autoreferenzialità ed al provincialismo di un certo modo di concepire il Salento. Dare al Salento quel che è del Salento singifica da un lato risarcirlo dell’incredibile silenzio che grava sulle vicende storiche del Sud Italia (colpa dell’impostazione degli studi post-unitaria), ma dall’altro non sovradimensionarne le proporzioni. Questo è infatti il rischio che corre chi, pur in buona fede, fa dell’orgoglio salentino un atto quasi sciovinista, che rischia di far cadere nel ridicolo chi, per ridare giustizia alla Storia Patria, ne esasperi la portata. E’ il torto più grande che potremmo fare al Salento, torto altrettanto grave rispetto a quello di chi ne ignora il contributo, certo importante, nella storia d’Italia e del Mediterraneo. Questo delicato equilibrio, a cui concorrono il buon senso ed il rigore scientifico, deve oggi essere il letto di Procuste per quanti vogliano farsi portavoce di questo vento identitario, al cui libero spirare spero di aver contribuito, in anni non sospetti.
    Identità è la parola chiave. L’affermazione della propria storia, dei propri costumi, della propria lingua, delle proprie Tradizioni Religiose, della propria cucina, non significa rinunzia all’inserimento in macrostrutture metastoriche, come la Patria Italiana, ma prima ancora la Philia Mediterranea di Artas il grande, l’esperienza romana, ed il far parte integrante, decisiva degli altri grandi imperi del passato, come l’Impero Romano d’Oriente, il Sacro Romano Impero svevo, l’Impero spagnolo, quello Napoleonico e non ultimo quel Regno delle Due Sicilie che vedeva nel Salento una delle gemme più splendenti incastonate nella sua corona. Alla costruzione dell’identità di questi imperi il Salento ha dato il suo contributo ed è giusto che lo si valorizzi nel migliore dei modi. Ma guai a pensare al Salento come un’Unità culturale, linguistica, istituzionale, svincolata dal resto del Mediterraneo, perchè sul dialogo intramediterraneo il Salento ha incentrato la sua ragion d’essere.
    La sfida che le Leghe ci lanciano è proprio quella di evitare questa chiusura a riccio delle comunità per paura del confronto. E noi dobbiamo raccoglierla non emulandone le strategie, pur efficaci nel breve periodo, ma approfondendo la conoscenza della nostra Storia al fine di essere forti della nostra Identità, di essere stati ponte ma anche baluardo dell’Occidente sull’Oriente, e, forti di questa riacquisita consapevolezza di sè, continuare il dialogo con il resto del Mediterraneo, senza falsi fraintendimenti o peggio ancora con l’atteggiamento di quegli scriteriati che in nome del dialogo rinunziano volentieri alla propria identità vista più come una sovrastruttura che come l’essenza stessa della parte dialogante.
    Per questo, caro Vincenzo, plaudo alla tua critica quando dici che ” la risposta a questi movimenti, sia da Nord che da Sud, non è quella di creare una lega antilega bensì colmare il vuoto culturale, ovvero l’integrazione delle diverse culture generate da differenti situazioni storico-politiche dei nostri stati preunitari, che l’Unità d’Italia a 150 anni dalla sua realizzazione non ha ancora compiuto”, perchè coglie perfettamente il punto nevralgico della questione. Vogliamo che l’identità salentina sia un argomento di discussione politica sul quale dividersi, o vogliamo piuttosto che la consapevolezza e la conoscenza di questa sia un fatto comune non solo a tutte le compagini politiche, ma di tutti i salentini, anche quelli che dalla politica si sono allontanati. L’amore sconfinato per questa terra e per le sue radici non deve essere l’arengo sul quale le solite contrapposizioni partigianesche, ma deve essere il presupposto di ogni dibattito volto a tutelare questa terra e la sua Storia (penso alle battaglie sulla difesa delle campagne e dei luoghi storici dalle pur meritevoli fonti di energie rinnovabili o dalle troppe speculazioni edilizie, che, in nome della qualità del turismo, abbassano la qualità del territorio). Identità e dialogo, due facce della stessa medaglia. Rinunziare ad una a favore dell’altra significa condannare il Salento ad un futuro di mediocrità e di sottosiluppo facendo un troto gravissimo ai grandi che ci hanno preceduto e che ora guardano con sofferenza dagli scranni dell’Aldilà cosa i loro figli e nipoti stanno facendo alla loro memoria ed alla loro opera.
    Un caro saluto
    Vincenzo Scarpello

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  3. Ottimo articolo, bei commenti, ne apprezzo la qualità.
    Lecce capitale della cultura europea per il 2019. Anche se spariranno le provincie, la proposta rimane buona cosa. Se poi si unissero pure le città di Taranto e Brindisi, l’ indicazione sarebbe non solo opportuna ma in concreto trasformerebbe l’iniziativa rendendola più ricca e meravigliosa.

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  4. …mettendo momentaneamente da parte l’ottimo articolo del D’Aurelio,soprattutto nel plauditissimo appello a colmare quel vuoto culturale che è prodromo all’avvento di preconcetti etnici e alla nascita di “istituti politici” più o meno legittimati che hanno dato vita successivamente al parafenomeno leghista,la cosa che mi riesce difficile da capire nel commento del Bruno è questa: perchè dovrei essere perseguitato nel sentirmi salentino?.io mi sento salentino nel momento in cui la mia “cultura” si configura e si rappresenta in un ambito territoriale ( e parlo da un punto di vista paesaggistico),modellato su un sostrato antropico figlio di quella Magna grecia calabro-sicula che insediatasi nel nostro territorio conseguentemente alle Colonìe di ritorno provocò un intreccio di lingue ed abitudini che sfociarono anni dopo nella nostra “grecanicità”,o meglio nella nostra “messapia calabra”.quindi dovrei sentirmi perseguitato di essere figlio della Calabria e di altre decine di popoli diversi,buon ultimo Normanno ( essendo alto e castano)? io mi sento salentino scevro da ogni pregiudizio etnico e privo di ogni cumulus di inferiorità o altro tipo di “nubi etnocentriche” che assmigliano ad “excusatio non petita” per la giustificazione di pretese politiche molto basse o per rivendicazioni malcelate di “autosufficienze” tipiche del linguaggio leghista.
    io mi sento salentino,anzi parafrasando il buon Gaber: io non mi sento salentino,ma per fortuna lo sono…

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  5. La discussione che ha preso avvio dalle considerazioni di Vincenzo D’Aurelio è avvincente perché induce a interrogarsi su una serie di argomenti sinteticamente rappresentati dal dott. Vincenzo Scarpello nei concetti di “cultura” e di “identità”.
    In ogni commento alle considerazioni di D’Aurelio, in particolare quelli del dott. Bruno e del dott. Scarpello è emersa la difficoltà nel designare la nozione di cultura e la sua saldatura che ogni gruppo sociale realizza nella costruzione di un’identità. In questo contesto provo a fornire una mia lettura rivolgendo l’attenzione alla concezione antropologica di cultura poiché il tema, oggetto di riflessione, dà origine a visioni particolaristiche che si possono esprimere anche nel conflitto (come spesso avviene) attraverso la formazione di gruppi politici come le leghe. L’antropologia ci aiuta a capire cosa contiene il concetto di cultura osservando l’individuo e il gruppo sociale nel corso della sua evoluzione attraverso le sue attività, le sue capacità, l’adattamento all’ambiente attraverso le sue abitudini e le sue abilità. Così i costumi, i valori, le credenze, gli atteggiamenti, le abitudini divengono i riferimenti per definire un’identità culturale e trasmetterla nel tempo al gruppo sociale assunto come riferimento. Se queste sono le basi su cui poggia la cultura, allora bisogna chiedersi se questi aspetti possono divenire motivi di divisione e quando questo avviene.
    Osserva il filosofo Remo Bodei che i fenomeni di quei gruppi che invocano l’identità per rivendicare una “eredità di sangue” o l’”Autoctonia di un popolo” non sono da sottovalutare. Scrive : “… le invenzioni e i miti, per quanto bizzarri, quando mettono radici, diventano parte integrante delle forme di vita, delle idee e dei sentimenti delle persone. (…) Bisogna capire a quali esigenze obbedisce il bisogno di identità, perché esso sia inaggirabile in tutti i gruppi umani e negli stessi individui, perché abbia tale durata e perché si declini in molteplici forme, più o meno accettabili. Da epoche immemorabili tutte le comunità umane cercano di mantenere la loro coesione nello spazio e nel tempo mediante la separazione dei propri componenti dagli “altri”. La formazione del “noi” esige rigorosi meccanismi di esclusione più o meno conclamati e, generalmente, di attribuzione a se stessi di qualche primato o diritto. La xenofobia rappresenta il risvolto più rozzo ed elementare della compattezza di gruppi e comunità che si sentono o si vogliono diversi dagli altri e che intendono manifestare per suo tramite la propria determinazione ad essere se stesse. Essa è l’espressione di un forte bisogno di identità, spesso non negoziabile. Sebbene si manifesti attraverso un’ampia gamma di sfumature, nella sua dinamica di inclusione/esclusione, l’identità è sempre intrinsecamente conflittuale. Realmente o simbolicamente, circoscrive chi è dentro una determinata area e respinge gli altri. Eppure, per non soffocare nel proprio isolamento, ciascuna società deve lasciare aperte alcune porte, prevedere dei meccanismi opposti e complementari di inclusione dell’alterità. Lo straniero è così, insieme, ponte verso l’alterità e corruttore della compattezza dei costumi di una determinata comunità”(Il paradosso dell’identità, “La Repubblica” del 22/06/2011).
    Questa lunga citazione ci consente di porre attenzione quando s’invoca il concetto di identità perché può divenire motivo per costruire simbolicamente la diversità, attuare forme di respingimento verso realtà umane che non si comprendono, immaginarsi migliori di altri individui, altri popoli e altre culture. Ecco perché la ricerca e lo studio delle radici culturali sviluppate in un territorio devono mirare a una conoscenza della storia ma non per mostrare una propria supremazia che porterebbe inevitabilmente ad una chiusura nei confronti dell’altrui storia e cultura. La ricerca e lo studio al contrario devono servire a capire le differenze per amalgamarle alla propria cultura, capire inoltre gli elementi di affinità per esaltare il dialogo che nel tempo le culture hanno saputo porre in essere.
    Noi salentini potremmo opporre un aspetto della nostra cultura che vede nell’accoglienza del diverso, dello straniero, dell’altro, un tratto peculiare della nostra storia che basterebbe per insegnare a quei gruppi del Nord che il valore dell’integrazione arricchisce la propria cultura. Per fare questo non servono le leghe o le regioni né risposte di natura politica. Da decenni la politica ha causato danni alla nostra realtà culturale e già subiamo una politica grondante di particolarismi, di insensibilità, di divisioni. Vale la pena opporre ad un concetto costruito a tavolino come è la Padania una capacità di integrazione o di ascolto verso altre culture perché un mondo sempre più globalizzato richiede questo e non un ghetto nel quale nutrirsi solo di polenta e osei.

    Cosimo Giannuzzi

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  6. Come sempre gli articoli di Vincenzo D’Aurelio portano alla riflessione.
    Negli anni 70 mi trovai giovanissima in Piemonte davanti alla scritta TERRONI a caratteri cubitali su un muro… mi sentii non solo offesa nel profondo, ma anche meravigliata perchè mi ero trasferita con entusiasmo in quel territorio che mi aveva accolta con rispetto per la mia professione e con affetto anche, visto che ancora oggi mantengo contatti costruttivi con persone dal nord- ovest al nord-est.
    In quel preciso momento presi più coscienza che non ero solo italiana, ma anche salentina e che in qualche modo dovevo far sapere della mia terra a chi non l’aveva mai conosciuta. E allora dovevo approfondire lo studio sulla terra dove ero nata. Gli studi solo scolastici infatti non erano riusciti a non farmi sentire meridionale inferiore, anche se le persone conosciute in Piemonte fino a quel momento mi dimostravano il contrario.
    Fino a che in Italia la cultura sarà solo quella scolastica, scritta da autori del centro-nord e pubblicati da case editrici del centro-nord, non si faranno passi avanti e qualche gruppo come le leghe dei nostri giorni proveranno a dividerci ancora. Ho conosciuto giovani del nord delle superiori che non sanno nemmeno dove si trovano geograficamente le regioni del sud, figuriamoci se conoscono la nostra storia! Dobbiamo sperare solo a qualche fiction televisiva o al turismo per far conoscere il sud e la sua cultura? Spero proprio di no!
    E allora impegniamoci perchè la storia sia rivisitata e riscritta!

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