Opinioni

La rivoluzione d’ottobre

IVSTATO
Il Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo

Roma, 15 ott 2011.

Questa volta non è andata come sarebbe dovuto. Ma il malcontento, la delusione, l’insofferenza e la rabbia erano gli ingredienti di una ricetta nella quale qualcosa non ha funzionato.

E così, si è andati oltre, fuori da ogni equilibrio.

Sin dai nostri primi anni qualcuno ci ha insegnato che la Libertà è il nostro primo diritto, dovere, piacere e condizione indispensabile a ché la nostra vita abbia il senso che si merita.

La nostra libertà e quella degli altri.

Ed allo stesso modo ci è stato insegnato, sin dai primi banchi, che il Pensiero è la nostra prima forma di espressione, ciò che, poi, ci aiuterà ad ‘essere’, a comunicare e metterci in relazione con gli altri. Per questo motivo occorre che noi siamo il più possibile ‘liberi’ di formarci e di esprimerci.

Oggi, però, c’è qualcosa che scalpita nei sobborghi dell’intelligenza collettiva.

La ‘nostra’ mente è in libertà vigilata da troppo tempo, ormai, costretta ad un’esistenza a metà, tra il respiro e l’apnea, tra il silenzio ed il ribollire inquieto, sotto lo stretto controllo di chi ha, scandalosamente paura della nostra ‘voce’ e la paura diviene, quasi sempre, scintilla di ogni follia.

Guardiamoci un attimo indietro. Le impronte che ci precedono sono passi di uomini che hanno fatto la storia in cui viviamo oggi, che hanno investito nel nostro futuro, ci hanno lasciato un patrimonio di lotte, di coraggio spiegato ad ogni bufera, che ha permesso loro di affrontare, spesso, l’ultimatum con la loro vita,

Non possiamo prescindere da tutto questo, non possiamo voltarci dall’altra parte e tacere. Ora non è più possibile.

Tacere per lungo tempo, essere azzittiti, lasciati in disparte, soffocati, cosparsi di indifferenza, di ridicolo, di ingiustizia, porta ad una reazione che, per forza di cose, ha l’effetto di un’esplosione incontenibile, ingestibile.

Non per tutti (e meno male), ma la maggior parte delle persone cova dentro di sé un’insoddisfazione tale da innescare sentimenti tra i meno auspicabili.

Ogni stato di saturazione porta, per natura, a ribellarsi. E’ umano ed è un diritto che ci spetta.

Mi rendo conto di stare parlando di ‘regole’ in un momento storico in cui le regole si fanno e si disfano a seconda delle esigenze personali, degli scandali o delle leggi che devono agevolare o meno una ‘casta’ politica.

Ma io non voglio fare politica, non mi somiglia.

Io voglio conservare il mio pensiero incontaminato, considero la cultura priva di ogni colore o appartenenza, voglio solo rispettare i valori che mi sono stati insegnati, in cui ho imparato a credere e che so essere appannaggio comune a molti.

E la Libertà di pensiero, di opinione, di espressione, di parola, di vita, è al primo posto.

Ci fu un tempo in cui si bruciarono i libri, si misero a tacere le verità e si intitolarono piazze a uomini che fecero fiamme del loro corpo. Ci fu un tempo in cui si rinnegarono scoperte scientifiche, si scomunicarono da chiese e congreghe studiosi di ogni dottrina, si perseguitarono credenti e non, si chiusero in convento donne dai cervelli accesi, si dichiararono streghe altre ‘coraggiose dell’intelligenza’.

Ecco, quel tempo fu, è “passato remoto”, si è spento.

Da quelle macerie della cultura era rinata una società nuova, fatta di nuove menti, di nuovi respiri.

Ora rischiamo di affondare in uno stagno di indifferenza.

Del nostro tempo, noi, siamo registi ed attori, scrittori e lettori, figli e padri ma del nostro tempo, oggi siamo purtroppo, soprattutto, colpevoli di tradimento.

Non permettiamo che la nostra apatia ci riporti indietro, al punto dal quale abbiamo rivisto la luce.

Non è bello che sia la violenza a parlare, ma non è nemmeno giusto che stiamo a guardare i nostri diritti stropicciati, e, con i diritti, la necessità di difenderli.

Non stacchiamo la spina al Pensiero e non permettiamo che qualcuno lo faccia al nostro posto.

Il Pensiero non si maltratta, non si impone, non si vieta, non si condiziona. Ci fa andare oltre, al di sopra di ogni confine, anche quello a cui la nostra stessa mente, a volte, ci costringe.

E’ un’arma invincibile ed anche la più temuta.

Opera la più forte delle rivoluzioni, ma non toglie la vita a nessuno. Può solo ridarla, ad ognuno di noi.

2 pensieri su “La rivoluzione d’ottobre”

  1. Se, fuori da ogni retorica, guardiamo all’uomo nel suo contesto globale e nella sua storia evolutiva, ci accorgeremo, senza neanche scomodare Freud, che egli conserva ancora molti dei suoi istinti animaleschi, che la cultura, col tempo, ha cercato di attenuare. Ma egli è immerso e sommerso in un mondo in cui vige la legge del più forte tanto che Hobbes, parafrasando Plauto, lo definì “homo homini lupus” e si convinse che “auctoritas non veritas facit legem”, laddove è l’autorità dello Stato che deve intervenire per imporre, anche con la forza, il rispetto dell’ordine e della legalità impedendo che la legge naturale insita nell’aggressività del singolo, lo induca a farsi giustizia da sé. Locke, al contrario, asseriva che esistono tre beni inalienabili (VITA, LIBERTA, PROPRIETA’) insiti ragionevolmente in ciascun individuo e che cessano dove cominciano quelli degli altri, diritti questi sui quali lo Stato non può intervenire. Questi due filosofi del passato possono essere, a mio avviso, indicati come i capisaldi di due ordini di pensiero, uno statalista, l’altro liberista, che spesso degenerano quando dalla teoria si passa alla pratica. Anche la nostra democrazia sarebbe una forma ammirevole di convivenza e giustizia sociale, se i nostri parlamentari si comportassero davvero come i rappresentanti del popolo e non come appartenenti ad una casta i cui privilegi, soprattutto in un periodo di crisi, sconvolgono le menti dei cittadini. Ma le manifestazioni di piazza, anche le più pacifiche, rischiano di degenerare perché, come asseriscono Renato e Rosellina Balbi in un loro saggio sul cervello umano, la folla fa comunque regredire l’uomo ad uno strato evolutivo più basso e libera molta aggressività latente anche nel più pacifico dei dimostranti. Di questo si dovrebbero rendere conto i nostri politici cercando, almeno in questo momento, di legiferare in modo da eliminare l’enorme sperequazione sociale che oggi vige nel nostro paese e che non può che portare ad un pericolosissimo malcontento generale.

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  2. La fame è ospite fissa nella casa dell’uomo pigro (Esiodo). Forse per me questo aforisma non vale (visti i miei diametri antropometrici), ma il suo significato più profondo è in grado di spiegare, forse, perché le potenziali rivoluzioni incipienti implodono quasi tutte in atrofiche involuzioni: ci siamo ormai abituati a vivere da spettatori inebetiti e l’appartenenza ad un bel bagno di folla, con l’ovvio isolamento dei violenti, non ci farebbe male… Come sempre grandissima, Titti!

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