Scrivere il Salento

Santa Cesarea, Nostra Signora un po’ chic

di Paolo Vincenti

fuga

Guardando Santa Cesarea dal mare non si può fare a meno di notare, fra i colori intensissimi della splendida località adriatica, la sua grande cupola arancione, che spicca, altera e monumentale, fra le altre bellezze dell’abitato: è Palazzo Sticchi che, con le sue linee moresche, sembra sia stato trapiantato qui, da chissà quali mani, di uomo o di mago, da un Oriente favoloso.

Santa Cesarea, che si affaccia sul Canale d’Otranto, è un luogo privilegiato, con le sue frastagliate scogliere digradanti sul mare, con la sua pineta e le sue villette variopinte che scintillano al sole come tessere di un grande mosaico,ed è meta di un turismo non solo vacanziero e stagionale, ma costante tutto l’anno, grazie alla sua stazione termale, principale risorsa economica della città fin dal 1853, anno di costruzione dello stabilimento idroterapico. Santa Cesarea è anche luogo di leggende, come tutti i posti di mare, soprattutto nei sud del mondo. La leggenda dice che uomini mostruosamente enormi, i Giganti o Leuterni della mitologia greca, assalirono, con smisurata presunzione, gli Dèi ed osarono sfidarli, lanciando massi e tizzoni infuocati contro l’Olimpo.

Ma, chiamato da Zeus, intervenne l’eroe Ercole che affrontò i Giganti e li sconfisse con la potenza della sua clava. I superstiti fuggirono ma Ercole li raggiunse e, là dove li uccise, la dissoluzione dei loro corpi rese sulfuree le acque sotterranee che affiorano nelle sorgenti. Santa Cesarea è anche il nome di una fanciulla alla quale è legata  la storia della ridente località termale. Veramente, sono due sono le varianti della leggenda su Santa Cesarea, una leggenda affascinante che si tramanda oralmente da molti secoli. Secondo la prima versione, Cesarea, unica figlia di due ricchi signori di Castro, era una fanciulla molto religiosa tanto che decise di consacrarsi esclusivamente a Dio e rifiutò quindi di sposarsi, nonostante avesse numerosi pretendenti. Ma questo non le valse a sfuggire alle insane voglie del padre, che voleva possederla. Dopo numerose insistenze, la ragazza finse di cedere alle lusinghe dell’uomo e gli disse di aspettarla nella sua stanza dove lo avrebbe raggiunto dopo essersi lavata i piedi.

Cesarea prese due colombe e le legò insieme in un catino d’acqua, in modo che, dimenandosi, esse imitassero lo sciacquio dei piedi. Così la fanciulla riuscì a fuggire, ma il padre prontamente la rincorse e Cesarea, arrivata sull’orlo di un dirupo, non sapendo più che fare, si gettò in acqua gridando: “Apriti, o monte, e inghiottimi, e fai che gli stivali di mio padre diventino di zolfo!”. L’invocazione della fanciulla fu ascoltata e Cesarea si salvò nella cavità della roccia e l’acqua del luogo, che da lei avrebbe preso il nome, divenne sulfurea. L’altra variante della leggenda vuole che, fra il 1100 e il 1200, vivesse nei dintorni di Castro una bellissima fanciulla, Cesarea appunto, che aveva fatto voto di castità per devozione alla Vergine del Carmelo. Durante le invasioni dei Saraceni, una masnada di Turchi, messa a ferro e fuoco la città, si spinse fino alla casa dove abitava Cesarea, e il loro capo, colpito dalla sorprendente bellezza della fanciulla, fu preso dall’insana passione di possederla. Cesarea fuggì e, non sapendo più dove andare, si nascose in una delle grotte di cui è disseminato il territorio. L’uomo la raggiunse e la afferrò violentemente ma, proprio mentre stava per ghermirla, il Signore ascoltò le preghiere di Cesarea e mandò un angelo a salvarla, mentre  una misteriosa nube nera apparve e scagliò l’uomo in mare; il corsaro cadde tra gli scogli e fu divorato dalle fiamme di zolfo.

L’odore di zolfo è, infatti, la prima sensazione che colpisce i visitatori che giungono nel paese e richiama sempre alla memoria la storia di questa fanciulla e della sua purezza, richiamata dal giglio che campeggia sull’arma civica della città. Ancora oggi le mamme, a Santa Cesarea, raccontano della vergine cristiana ai loro bambini, affascinati dalla storia di questa ragazza coraggiosa, che seppe sfidare il proprio triste destino, per quei valori in cui credeva. Del giglio, si diceva, e della purezza. Lo stemma civico, tripartito, di Santa Cesarea raffigura proprio, nella sezione superiore, una grotta con un giglio e, nella sezione inferiore, una torre con bandiera e una pianta di tabacco. La grotta rimanda alla conformazione del luogo, pieno di antri, caverne, pendii molto ripidi e scoscesi e cavità sotterranee da cui sgorgano quelle acque sulfuree che hanno fatto la fortuna economica di Santa Cesarea.

Il giglio ricorda appunto la leggenda di Cesarea. La torre è l’elemento architettonico più presente in questo luogo. Infatti, lungo il litorale roccioso, si ergono ben quattro torri fortificate: Torre Porto Miggiano, costruita nella metà del XVI secolo come torre di guardia ed anche munita di artiglieria, Torre Santa Cesarea, sempre del XVI secolo, Torre Minervino e Torre Specchia, che è la più imponente e domina il mare dalla sua altezza. Infine, la pianta di tabacco nello stemma è un rimando  all’elemento principale dell’economia agricola di Cerfignano e Vitigliano,che sono le due frazioni di Santa Cesarea. Fino all’inizio del secolo scorso, le origini della vergine cristiana erano molto incerte e contese fra tre cittadine: Francavilla Fontana, Francavilla di Scorrano (oggi masseria, a metà strada fra Maglie e Scorrano) e Castro. Negli anni Ottanta, Michele Paone ha dedicato una monografia a Santa Cesarea, in “Paesi e figure del vecchio Salento”(a cura di Aldo de Bernart, vol.II, Congedo Editore 1981).

In questo volume, Paone riporta alcuni scritti molto interessanti e fino ad allora inediti, su Santa Cesarea, e precisamente: tre scritti di Armando Perotti ( La patria di Santa Cesarea, tratto dal “Bollettino mensile del Santuario della Madonna di Pompei in Castro”,n.IX, 1906,  Un responsorio di Santa Cesarea, tratto dal “Bollettino mensile del Santuario della Madonna di Pompei in Castro”,n.X, del 1907 e  Le acque di Santa Cesarea, tratto dal “Bollettino mensile del Santuario della Madonna di Pompei in Castro”,n.XIV  del 1911); uno scritto dell’arcivescovo Gaetano Bacile, Ancora sul responsorio cesariano, tratto dal “Bollettino mensile del Santuario della Madonna di Pompei in Castro”, n. XIII del 1909; un  Viaggio a Santa Cesarea di Mario Bernardini, tratto dal lungo racconto “Il Cavalier Bandiera” dello stesso Bernardini; e infine, la descrizione ufficiale della cerimonia di inaugurazione della strada Poggiardo-Santa Cesarea e dello stabilimento idroterapico del 1853, che seguì alla ricostruzione e alla benedizione della chiesetta dedicata alla Santa, ad opera di Michele Paone.

Ma molto vasta è la bibliografia su Santa Cesarea, di cui hanno scritto, tra gli altri,  il Moscardino, nella sua Santa Cesarea nella storia, nel mito, nella leggenda (in “La Zagaglia”n. V, del 1963), il Gabriele, nella sua Santa Cesarea Terme (Galatina 1974), il religioso del Settecento Fra’ Bonaventura da Lama, nel suo panegirico I tre rivoli della fonte, del 1720, ristampato con una introduzione di Alessandro Laporta su “Rassegna salentina” n.IV, 1979, e molti altri studiosi, fra cui il già citato Michele Paone. La frequentazione di Santa Cesarea, uno dei più importanti centri termali del Meridione, cominciò già nel Medioevo. Il Galateo, nel De situ Iapigiae, scrisse: “Est fons calidarum aquarum, quas ad complures morbos utiles esse experientia docet”, cioè “c’è una fonte di acque calde che l’esperienza insegna essere utili per molte malattie”.

Ma soltanto nel 1828 vi furono le prime analisi ,condotte dal medico Mario Micheli, che sollecitarono l’interesse degli studiosi e degli amministratori locali e provinciali ad iniziare ad utilizzare sistematicamente questa fonte. Santa Cesarea, la città degli archi, si offre nella sua bellezza un po’ schic, anche l’11 e il 12 settembre, quando viene festeggiata la sua protettrice. Vitigliano, il cui toponimo, secondo gli studiosi del passato, derivava da Vitelio e, secondo il Tasselli, fu una villa dei Signori di Castro, si trova a pochi chilometri da Santa Cesarea. Michele Paone riporta uno scritto di Cosimo De Giorgi tratto da “La Provincia di Lecce. Bozzetti di viaggio” (vol.II, Lecce 1888),in cui il grande scienziato descrive, primo fra tutti, quella che è la principale attrazione di Vitigliano, ossia il suo “Cisternale”, sulla strada che porta alle Vore. “Fu fin dall’origine una riserva per l’acqua piovana o una antica tomba magnatizia?”, si chiede De Giorgi, che passa poi a descrivere minuziosamente il Cisternale nei suoi caratteristici lastroni di pietra, comparandolo con l’analogo monumento delle Centopietre di Patù.

Secondo il De Giorgi questo monumento era riferibili ad un’epoca molto antica, pre-messapica, e dovette essere all’inizio, non un semplice raccoglitore di acque, ma forse un ipogeo che poi cambiò destinazione d’uso. A Vitigliano, poi, degni di nota sono la Chiesa Parrocchiale, dedicata a San Michele,la Cappella di San Rocco con la Torre dell’Orologio e Palazzo Ciullo. Inoltre, Paone riporta uno scritto di Pasquale Maggiulli, sempre sul Cisternale di Vitigliano, tratto da “Apulia”, n.I, 1910, e poi uno scritto di Armando Perotti, apparso su “Bollettino mensile del Santuario della Madonna di Pompei in Castro” (n.XIII, 1910) che riprende il contributo dello stesso Maggiulli. Paone, nel suo scritto, invece, si occupa della Chiesa Madre di Vitigliano,intitolata a San Michele. Lo studioso lamenta che né il De Giorgi, né Pietro Marti, che pure si era occupato del Cisternale, nella sua opera “Ruderi e monumenti nella penisola salentina” (Lecce 1932), avevano menzionato questa chiesa del Settecento che, secondo il Paone, è un capolavoro, con il suo bel prospetto, l’Arcangelo che si trova sul portale principale, il Fonte Battesimale e gli interni opera dell’architetto del Settecento Mauro Manieri.

Chiaro che tutta l’attenzione degli esperti e dei visitatori, in questo delizioso paesino, sia riservata al ci sternale, questa meraviglia architettonica per cui Vitigliano è conosciuto ben oltre i confini provinciali e di cui hanno scritto poi molti altri studiosi anche, in forma breve e divulgativa, sulle varie guide turistiche di cui sono piene le edicole del posto.  L’altra attrazione di Vitigliano è il suo menhir, misterioso monumento, che si trova nella periferia del paese. A Cerfignano, degna di nota è la Chiesa Matrice, dedicata alla Visitazione della Vergine, costruita nel 1806, di cui riferisce l’Arditi nella sua “Corografia fisica e storica della provincia di Terra d’Otranto (Lecce 1879). E si ritorna da dove si è partiti, in quella Santa Cesarea, specchio della bellezza del nostro Salento che, con il suo eclettismo,  la varietà delle sue architetture e delle sue tradizioni, non finisce di incantarci ad un eterno sortilegio, come se gli dèi davvero avessero eletto caro questo posto e in particolare,la dea Venere,  data la bellezza delle sue strade e del suo mare.

Concludiamo riportando, sul fascino di Santa Cesarea Terme, la bellissima ode, scritta da Lorenzo Calogiuri, nel 1973: “Salentina Venere,/ armonioso seno/nell’argento di spume/bagnato,/ti brucia sul volto,/rosa calda, il sole./Verde di pini,/ diademi di cupole,/ linfe di vita/ nel cuore,/l’innamorato mare/specchia lucente/tra Zinzulusa e Archi/la tua bellezza,/vento ti carezza/e l’onde avvian/dei ceruli capelli,/tocchi di magia,/musica d’uccelli…/Nell’anima ti canta/ -eterna primavera- /estatica una santa.”

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