Scrittori salentini, Scrivere il Salento

C’è solo una cosa peggiore del viaggiare, ed è il non viaggiare affatto (O. Wilde)

viaggio

di Luca Portaluri

Se mi si chiedesse di dare una personale opinione circa il senso della vita, avrei certamente un po’ di titubanza nel rispondere, e non per incapacità ad offrire una risposta valida, quand’anche soggettiva, ma per il numero di risposte possibili, ossia per i molteplici motivi per cui vivere una vita. Uno di questi è la conoscenza, si vive (quindi non solo limitandosi a sopravvivere) per conoscere. Persone. Informazioni. Sentimenti. Luoghi nuovi. E un viaggio, o il viaggio, in generale, rappresenta un validissimo strumento per soddisfare la nostra curiosità riguardo popolazioni di altre lingue e culture, può essere stimolato dall’interesse per l’arte, la musica, o il folklore di quelle stesse differenti popolazioni; ti permette di fruire di ambienti naturali, e paesaggi, e flora e fauna secondo un’ottica di crescita e ampliamento della propria visione e porzione di mondo.”Ognuno prende i limiti del suo campo visivo per i confini del mondo”, diceva Schopenhauer. Ecco, il viaggiare allarga questi campi visivi e conseguenzialmente anche e soprattutto quelli mentali, e ti offre l’opportunità di condividere con i compagni di viaggio o con le persone che si incontrano casualmente sentimenti ed emozioni mai provate in precedenza. La condivisione, sì, parola tanto abusata da sembrare priva di pregnanza oggettiva: usando Facebook si possono condividere post, video, foto; tramite tutti i mass-media immaginabili si possono condividere notizie, accadimenti, e qualsiasi evento, ma rimarrà sempre un filtro di astrattezza a offuscarne l’autenticità. Viaggiando, si condivide concretamente il modo di mangiare, di rapportarsi socialmente, di intendere il divertimento, insomma di saper stare al mondo di altri popoli, entrando nelle intime nervature della loro vita reale. Certo, si può obiettare: ci vogliono soldi e tempo per viaggiare. Sì è vero, ma fermo restando onestamente che il denaro e i giorni a disposizione sono sempre un concetto relativo, siamo sempre nell’era del lowcost: basterebbe un po’ di programmazione e qualche sacrificio  in fatto di spese spesso inutili o rimandabili per potersi permettere un’escursione di più giorni, e non per forza oltreoceano, anzi.

Utilizzando le ferie periodiche,per esempio. O i ponti lunghi (ahimé non quest’anno) di certi finesettimana. Ma se proprio mancano i fondi e le giornate necessarie a fare vacanze extraeuropee o fuori Italia, ci sono tanti weekend disponibili per visitare il nostro amato stivale, o perché no, il nostro tanto declamato Salento, nell’accezione più geograficamente ampia possibile; ma a noi magliesi (non tutti, temo la maggior parte però) manca un po’ di “cultura del viaggio”: abituati alla nostra passeggiatina otrantina o leccese, se si propone un’escursione dalle parti della dolcissima Leuca sembra di dover andare in una protesi costiera nordafricana; allora si azzarda con una vocina flebile un giro a nord di Gallipoli, a mirare selvagge e meravigliose insenature, e si pensa di dover entrare già in uno pseudo-protettorato spagnolo; o , non sia mai(!), si sussurra di trascorrere un sabato sera o una  domenica nei paesi pieni di storia e di buona carne a nord di Lecce e inizia un’ondata di panico generale tra gli astanti, calmati solo  dalla notizia che era uno scherzo. Dai, noi “passerotti” un po’ piscocentrici lo siamo (per tranquillizzare tutti, non è una patologia e quand’anche lo fosse, non sarebbe né grave né necessariamente da curare): e cioè leggermente inibiti e privi di senso dell’avventura, maggiormente inclini a trascorrere le vacanze in luoghi vicini e familiari. E’ chiaro che comunque la vita è fatta di differenti priorità e l’arte del viaggio legittimamente potrebbe non rientrare per molte persone nella sfera dell’essenziale. Una famiglia con figli molto piccoli poi avrà altro a cui pensare, anche durante il tempo libero dei genitori; ed esistono i viaggi di lavoro, che spesso risultano più stressanti e snervanti della normale e ripetitiva routine quotidiana.

In ogni caso la scelta di viaggiare, per le più disparate motivazioni è antichissima, e in alcune persone diventa una spinta quasi irrefrenabile (Chatwin, famosissimo scrittore e viaggiatore parlava di irrequietezza per descrivere l’impulso ad abbandonare la sfera domestica). A me basta far capire che un viaggio, includendo in sé forme di tensione ludica, gioiosa, è molto più di un semplice moto geografico, poiché stimola energie psichiche, ti rinnova “dentro”e può portare ad (altrimenti inspiegabili) innalzamenti di autostima: chi ha viaggiato da solo può capire, si acquisiscono esperienze, e si subiscono trasformazioni, e lo spostamento geografico è avvertito come un processo di introspezione, una sorta di nuova presa di coscienza. Mettiamo poi i viaggi in due, i quali più che se stessi permettono di conoscere meglio il proprio partner: per i fidanzati senza esperienza di convivenza, che non hanno mai avuto l'”ebbrezza” di stare appiccicati tutto il giorno (e non metaforicamente), un viaggio offre la possibilità concreta di tastare il grado di sopportazione reciproca: a mo’ di esempio solamente, quanto lui resisterà a camminare sulle eterne vie dello shopping con lei prima di esplodere, o implodere rifugiandosi nella trincea del primo pub incontrato per strada? O quanto lei ci metterà per addormentarsi scoprendo, sì, scoprendo di aver accanto l’amato che russa e fischia facendo tremare la stanza d’albergo? O scoprendo che soffre di meteorismo notturno? Scherzi (ma mica tanto) a parte, staccare la spina ogni tanto fa solamente bene: bisognerebbe perdersi più che fuggire; e bisognerebbe tornare ad avere gli occhi di un bambino, che scopre il mondo, interiorizzandolo.

P.S.: come cantava Battisti? Sì, viaggiare… ecco, appunto… S(i) I(ntendeva): V(ivere) I(intensamente) A(ltri) G(iorni) G(radevoli) I(immensamente) A(ppaganti) R(imanendo) E(stasiati).

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