Racconti, Scrittori salentini

Dindò

di Ninì Urbano

Scrofalo
Giambattista de Curtis (1860-1926), riproduzione a stampa di opera anonima.

Non sapevo e forse non mi interessava sapere, perché tutti in paese lo chiamassero con quel nomignolo. Era un pover’uomo! Piccolo di statura, sì e no un metro e trenta, un metro e quaranta, brutto, vestito alla meno peggio, con giacche sempre troppo larghe, di solito avute in dono, e un cappello, unto da anni di sporcizia, sulla grossa testa. Girovagava sempre per chissà quali problemi: forse faceva commissioni per guadagnarsi la mancia (un panino, un bicchiere di vino, un piatto di minestra) o forse tentava semplicemente di sfuggire alla perenne tortura di cui era vittima.

Dindò era lo spasso di tutti i bambini del paese. Ovunque il poveretto passava, frotte di bambini lo circondavano e gli lanciavano il grido di scherno che avevano ricevuto in eredità dai compagni più vecchi passati ad altri giochi meno lieti: la cura del tabacco, della vite, la raccolta delle olive, ecc. insieme con i genitori oppure da braccianti, a giornata con salari da fame. Non c’era nulla di strano che un bambino andasse a lavorare, tutt’altro! Egli svolgeva un compito importante, qualunque attività lavorativa fosse in corso c’era sempre un ruolo particolare riservato allu uagnone, al ragazzo. Anche il salario era da uagnone per cui mille lire spettavano all’uomo, 700 alla fimmana e 250 allu uagnone.

“Dindò, dindò, dindò…” e le strade sembravano riempirsi di festa, come quando le campane suonano libere ripetendo le sole due note che conoscono e trasmettono nel cuore dei villani sensazioni gioiose.

“Bastano le campane a riempierti la pancia” sentenziava il vecchio fermo all’ombra della chiesa, rosicchiato dalle mosche.

I bambini dell’una strada lo accompagnavano finché quelli dell’altra non lo prendevano in consegna … e avanti così per l’intero paese. Il vecchio non restava fermo a tutti quei lazzi; si difendeva nei modi più disparati: lanciava pietre alla cieca, dava colpi di bastone, distribuiva pugni e calci a quei coraggiosi che si avvicinavano di più, vomitava su tutto e su tutti una infinità di parolacce, improperi, bestemmie. Il tutto accresceva, anziché diminuire, il divertimento dei bambini.

Povero Dindò, come’era goffo! E quanto dura doveva essere quella guerra senza fine … per sua fortuna, godeva di una tregua dopo il tramonto del sole quando poteva rifugiarsi in una fresca osteria.

Già, l’osteria! La putea! La bottega per antonomasia! Solitamente un bugigattolo con botti, quartini e boccali, croce e delizia per i villani del paese. Era la meta preferita degli uomini. Vi si beveva il peggior vino della zona (ce n’era del migliore nelle case di molti tra quegli avventori), ma lo si beveva in compagnia e magari dopo che il fattore del “don Tizio” aveva pagato le giornate di lavoro: la sciurnata. Lì il vino aveva un sapore particolare perché si aveva, lì dentro, la possibilità di non pensare, di parlare dell’annata, del tempo, dei figli qualche volta o di non parlare affatto. E sembrava facile vivere, scordare i fattori e signori tra lisci e bussi urlati a squarciagola, in un’atmosfera grigia, pregna di fumo delle sigarette fatte a mano. Poi, sul tardi, brilli, o forse solo un po’ su di giri, ognuno tornava serenamente a casa, ad affrontare la moglie perennemente scontenta. Per questo ci si sentiva in dovere di consolarla, di passarle un po’ di calore, di rasserenare anche lei, tenerla un po’ su. Il 90% dei bambini sono nati grazie al calore che i padri si sono portati dietro dalla putea e sono figli dell’ignoranza, della fatica, non di rado della rassegnazione.

Dindò non aveva di questi problemi. Tornasse a casa ubriaco, tornasse lucido a casa non trovava nessuna moglie da ammansire, né figli, né figli da spostare nel letto prima di prendere posto accanto alla sonna o direttamente sopra per un amplesso senza preamboli, veloce. Dindò era solo. Abitava in una casa di proprietà del Comune, e non ricordo che essa avesse altre stanze oltre a quella piccolo in cui si accedeva dalla porta d’ingresso. Una stanza di 8-9 metri quadrati, senza intonaco, trattata a calce per l’igiene. Non ho mai visto l’interno di quella casa ma non poteva essere diversa da quelle che ho visto dopo, dello stesso genere: un letto arrugginito, materasso pieno di paglia o di foglie secche di mais – le fronde che ogni mattina bisognava ravvivare ficcando le braccia dentro al materasso attraverso fori lasciativi appositamente e che in breve si trasformavano in polvere -, un paio di annose sedie impagliate e ridotte all’osso, un vecchio tavolo tarlato – nero di grasso-, sparsi qua e là tre piatti di rame, un cucchiaio, uno straccio, una consunta scopa di canne, una pignata di terracotta e alle pareti pomodori gialli da consumare durante l’inverno, in insalata, scoppiati al fuoco o sulla frisa, unico piatto per veloci colazioni o solitarie cene …, qualche santo, la cipolla, l’aglio. In un angolo, vicino al letto, troneggiavano una brocca di rame smaltata e un catino della stessa materia: la limma. Lì dentro ci si poteva lavare ma in quasi tutte le case del paese la limma si teneva ben custodita per farla usare dal medico le volte che veniva. Egli si lavava le mani con una saponetta anch’essa riservata e si asciugava all’asciugamano bianco, altrettanto esclusivo, che gli si poggiava alla spalliera della seggiola su cui era posta la limma stessa o gli si porgeva direttamente mentre dava istruzioni. La famiglia per lavarsi usava il secchio nella pila col quale si tirava l’acqua dal pozzo: un’acqua sempre fresca, quasi gelida d’inverno, pulita perché sorgiva e dalla quale, ogni mattina, all’alba. I villani, le mogli, i figli sembravano trarre l’energia per cominciare una giornata di lavoro che sarebbe terminata al tramonto.

Dindò non poteva riservare al medico la sua limma: era divorata dalla ruggine e faceva solo arredamento. Per lui nessun danno. Era servita a poco anche prima, visto che per lavarsi è comodissima la fontana pubblica che sputa acqua in continuazione proprio di fronte. Era lì che ogni mattina, rivestito e col cappello in testa, Dindò si sciacquava il viso con le mani a corica. Anche quest’acqua, a quest’ora, è fresca e riesce a liberare la testa dai fumi del vino della sera prima. Dopo di che il vecchio era pronto. Pronto per le fatiche quotidiane. Per divertire il “fanciullame” del paese. Per soffrire un altro giorno. Credo che evitasse accuratamente la scuola elementare nella illusoria speranza di sfuggire ai bambini. Ci sperava, nonostante la diurna, contraria esperienza.

I bambini che andavano a scuola erano pochi. La maggioranza, già al sorgere del sole, era fuori casa, in campagna, per una giornata o a cercar legna o lumache – dopo la pioggia – oppure cicore. Era il contributo del ragazzo al sostentamento della famiglia; le cicore potevano essere il piatto del giorno, le lumache un lussuoso contorno all’usuale pignata di fave o di ceci. Così il povero Dindò, che per mangiare doveva tanto spesso ricorrere a quei rimedi, si trovava circondato da bambini: “Dindò, Dindò, Dindò… Dindò, Dindò, Dindò!”. E ancora … e ancora … e ancora! Il primo bambino che lo individuava chiamava gli altri e il gruppo partiva all’attacco, schivando pietre e schiaffi, incurante degli improperi che chiamavano in causa avi lontani e vicini parenti. La faccia del poveretto si faceva di creta e gli occhi di fuoco. Schiumava rabbia come una bestia e, dopo aver tentato una vana resistenza, scappava via con le sue piccole gambe, subito inseguito dai bambini che non aspettavano altro. “Dindò, Dindò, Dindò …”. Spesso nella corsa perdeva il cappello, allora era costretto a tornare indietro picchiando all’impazzata l’aria intorno per farsi largo; il cappella era spinto lontano proprio mentre sembrava a portata di mano. E più volte ancora … e la rabbia cresceva a dismisura tra lo spasso dei bambini. “Dindò, Dindò, Dindò …”. Urla, parolaccie, bestemmi, risate, schiaffi, spinte … e l’eterno ritornello, mai domo, ritornello a due note. Anche i contadini, tra i campi, si divertivano vedendo il disgraziato in balia delle piccole pesti. Poi qualcuno interveniva: partiva una grossa zolla, violenta, e spaccandosi per terra disperdeva infinitesimi di sé in ogni direzione, quasi a scacciare, insieme ai ragazzini, gli spiriti maligni che li animavano. Dindò raccoglieva il suo cappello, stravolto, continuando le litanie di parolaccie, accettava l’acqua fresca offertagli e riprendeva il cammino. Tra poco altri bambini avrebbero preso il posto di quelli appena scacciati. Non c’era molta speranza nello sguardo che egli rivolgeva alla strada di fronte a sé.

Da dove veniva Dindò? Era nato qua, in paese, o ci era capitato?

Molti adulti avrebbero potuto darmi notizie ma non mi sembrava serio interessarmi di Dindò. Mi bastava sapere che tutti lo conoscevano, che tutti ci ridevano. E lui?

Che sapore avevano i tuoi sogni di notte? Quando gonfio di vino faticavi persino ad aprire la porta e spesso perdevi la chiave del tutto inutile visto che la tua porta la aprivano tutti con una spallata. Cosa ruotava nella tua mente, cosa depositava sul fondo del tuo cuore a travaglio calmato? Il pensiero di un amore impossibile, il ricordo di Marietta?

Caro piccolo uomo! Certamente anch’io ho contribuito a perseguitarti. T’ho accompagnato sghignazzando al tuo calvario. Ne sono pentito. Te lo giuro, disgraziato martire della nostra innocente ferocia!

Un giorno Dindò morì. Solo, come sempre. E un brivido scosse, freddo alito della morte, tutto il paese. Anche Dindò, in fondo, come tutti i villani, le donne, i bambini-aguzzini aveva un’anima! Era piccolo, diverso … ma era un uomo anche lui! Che strano, nessuno rise al suo funerale! E sì che ce n’erano di bambini! Muti finalmente! Tristi, sorpresi. Nessuno aveva insegnato loro a dire “ti voglio bene” e lo stesso dialetto, essenziale, non contempla neppure, tra le sue, una simile espressione.

Camminiamo tenendoci lontani dal gruppo dei grandi che ondulava dietro la piccola bara. Camicie lacere fuori dai calzoni, piedi scalzi neri di terra, visetti sporchi di innumerevoli misture … Oggi non si va a cicorie … e nemmeno a giocare … In cuore singhiozzano lente e si spingono verso le laccra, accorata, muta preghiera due note finalmente in armonia: “Dindò, Dindò, Dindò …” fino al cimitero! E fu l’unica ninna-nanna nella breve vita di quell’uomo, ricco di nulla se non di solitudine.


Dindò: CORIGLIANO Giovanni nato a Salice Salentino il 14 agosto 1887, morto il 20 ottobre 1962.

2 pensieri su “Dindò”

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