Scrittori salentini

Riflessioni dannunziane

di Leandro Ghinelli

Gabriele d'Annunzio

Quanto è moderno e intenso questo passo del Trionfo della morte di Gabriele D’Annunzio:

Egli [Giorgio Aurispa protagonista] si sentiva schiacciare dalla universale stupidezza, e lo spettacolo della folla gli moveva il fiele. Talvolta, dopo una qualche accelerazione straordinaria della sua vita passionale, egli cadeva in una specie di paralisi psichica il cui sintomo primo era una incuranza profonda di ogni cosa, una indifferenza peggiore della più acuta sensibilità; che durava molti giorni, intere settimane. Talvolta, un pensiero l’occupava, unico, assiduo: il pensiero della morte. E allora tutte le impressioni passavano sul suo spirito come gocce d’acqua su una lastra rovente, o rimbalzando, o dissolvendosi.

(Prose, Garzanti, Milano 1983, p. 161)

In questo brano limpido e sincero (c’è certamente dell’autobiografico) il D’Annunzio rivela qualcosa che il poeta eroico, l’oratore infiammato potrebbero velare: un certo senso di vanità di tanti entusiasmi. Anche i suoi vari amori si leggono in chiave diversa, se si ricordano altre parole della stessa Opera:

Egli [G. Aurispa] sapeva bene che l’amore è la più grande fra le tristezze umane, perché è il supremo sforzo che l’uomo tenta per uscire dalla solitudine del suo essere interno: sforzo come tutti gli altri inutile.

(Idem, p. 159)

Gabriele d'Annunzio

Parole che smorzano molto quell’enfasi vitalistica che nel poeta, in tanti momenti della sua vita e delle sue opere, sembra prevalere. L’individuo è barriera per l’altro individuo. L’amore permette breve osmosi, ma l’unione sembra reale solo nella fase del massimo innamoramento, poi la barriera riemerge, si rafforza, e l’individuo comprende che la Natura s’è servita dell’amore per un fine ben diverso (trasmissione della vita) da quello che ogni singolo sogna come ideale vittoriosa realizzazione personale. L’illusione degli innamorati è come il vapore delle pentole: è una conseguenza del bollire, non è il fine del bollire, e sfuma presto o tardi, lasciando nella solitudine… il bollito. E continua il narratore:

Ma egli [Aurispa] tendeva all’amore con invincibile trasporto. Sapeva bene che l’amore, essendo un fenomeno, è la “figura passeggera”, è ciò che si trasforma perennemente. Ma egli aspirava alla perpetuità dell’amore, a un amore che riempisse una intera esistenza.

(Idem, p. 160)

Quale esistenza?

La più convincente risposta ce l’ha data Dante, trasferendo l’amore perpetuo nell’Eternità come guida all’Amore perfetto del Creatore.

2 pensieri su “Riflessioni dannunziane”

  1. Molto belle queste riflessioni. Una bella sintesi di un personaggio complesso oltre ogni dire. Ma se un poeta è tale perché trasmette emozioni, D’Annunzio è più che poeta perché tutta la nostra vita, anche attuale, è influenzata dalle sue gesta, dalla sua caparbia capacità di convincere e coinvolgere. Prima con la campagna di Libia, poi con la grande guerra, riuscì a condizionare le decisioni del pur prudente Giolitti e Mussolini stesso ne ebbe timore e soggezione. Il vate era probabilmente influenzato da Nietzsche ma il personaggio del superuomo che tentò di interpretare, era in realtà inficiato da una depressione di fondo che aleggia nei suoi testi e nello stesso Vittoriale così tetro e così espressivo dei gusti del suo inquilino. I suoi tanti amori sono un coacervo di poesia, lussuria, depressione, ansia, solitudine, tormento ma sempre camuffati da quei vestiti che faceva indossare alle sue amanti, quasi a mascherare il latente timore della morte. Lo si evince in modo molto espressivo e schiettamente poetico, dai tetri versi che egli scrisse di getto per la morte dei suoi cani:

    I CANI DEL NULLA

    Qui giacciono i miei cani
    gli inutili miei cani,
    stupidi ed impudichi,
    novi sempre et antichi.
    fedeli et infedeli
    all’Ozio lor signore,
    non a me uom da nulla.
    Rosicchiano sotterra
    nel buio senza fine
    rodon gli ossi i lor ossi,
    non cessano di rodere i lor ossi
    vuotati di medulla
    et io potrei farne
    la fistola di Pan
    come di sette canne
    i’ potrei senza cera e senza lino
    farne il flauto di Pan
    se Pan è il tutto e
    se la morte è il tutto.
    Ogni uomo nella culla
    succia e sbava il suo dito
    ogni uomo seppellito
    è il cane del suo nulla.

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  2. Grazie per il convincente commento di Dino Licci che dimostra la conoscenza intima dello spirito dannunziano, al di là delle sue esaltanti gesta e del suo ardente amore sensuale.
    Leandro

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