Racconti, Scrittori salentini

Sul filo dell’allegoria: Capirsi

di Leandro Ghinelli

Pasquale Urso: Il sogno cattivo

Gli Introversividi silenziosi non esprimevano un concetto, un pensiero, un desiderio, se non ci avevano pensato prima almeno tre mesi. Abitavano sugli alberi delle foreste e di rado avevano voglia di vedere uomini. Quando per disgrazia incontravano un chiacchierone, erano presi da convulsioni. La gente li credeva epilettici. Per dimostrare di essere normali, dovevano pensare o scrivere almeno sette anni. Quando concludevano l’esposizione delle loro idee, gl’interlocutori o erano già morti, o, presi dalla noia, non volevano saperne più nulla. Per quegli esseri nati forse dentro la pietra o dalla corteccia degli alberi la dimensione del tempo era così diversa che potevano considerarsi fuori del tempo. Come se non esistessero, galleggiavano su se stessi, piume senza peso. Ma la faccenda non finisce qui.

Il rovescio degli Introversividi era nei sotterranei del Monte Lardoso, erano gli Estroversividi, condannati per fortuna a non uscire mai dalle loro caverne murate. Chi li avesse incontrati sarebbe stato subissato da un vaniloquio sibilante continuo, come se avessero da strillare tutta l’Enciclopedia della blaterazione, attaccando il sistema nervoso degl’incauti curiosi, uomini e donne.

Il Monte Lardoso la sera d’un infausto Capodanno tremò…

La Natura agisce nel suo interesse, senza riguardi per nessuno.

Dunque il Monte Lardoso tremò, sobbalzò, scoppiò, e i poveri Estroversividi si ritrovarono allo scoperto più agitati delle formiche d’un formicaio rotto. Spinti dalla curiosità di vedere l’effetto di tanta roboante violenza naturale, gli Introversividi scesero a frotte dagli alberi, si affollarono come insetti brulicanti intorno alla montagna esplosa. Si trovarono così di fronte le due schiere inconciliabili degli uni e degli altri, gli Intro e gli Estro, incapaci di capirsi, di comunicare il benché minimo pensiero, non riuscendo ad accettare l’incontro col proprio ‘contrario assoluto’.  Avvicinandosi tuttavia per curiosità gli uni agli altri, sentirono tutti svegliarsi in sé una energia bruciante che li svaporava dall’interno e, contorcendosi come colpiti da un veleno infuocato, in breve finirono di esistere, ombre sbiadite di fantasmi. Scomparvero alla vista degli esseri umani normali, che li credevano extraterrestri e che in genere si sentirono liberati da presenze non gradite. Da allora gli Intro e gli Estro non sono più rinati, inceneriti per sempre da una forza annientatrice automatica.

I discendenti di Adamo, che avevano l’abitudine di meditare su tutto e di riempire le biblioteche di papiri, pergamene e libri, conclusero che quei fenomenali campioni scomparsi raffiguravano il mistero della incomunicabilità umana e per poterlo chiarire a fondo la gente comune si affidò agli psicologi, agli psichiatri, ai filosofi, intasando altresì le pazienti panciute biblioteche di miliardi d’ipotesi, fino a quando un fisico, che conosceva bene il fenomeno dei vasi comunicanti, spiegò che tra un individuo e un altro s’intrufola semplicemente un sassolino che impedisce, come fa un vile trombo nelle vene, la fluida comunicazione mentale dall’uno all’altro. Cosa che ancora non è stata dimostrata con sufficiente certezza scientifica.

E c’è chi ride sotto i baffi chiedendosi: Ma è tanto difficile capirsi? Non basta guardarsi negli occhi? Non basta non pretendere di capirsi troppo?

Un consiglio per i coniugi. Volete non divorziare mai per il bene dei figli? Non pretendete di capirvi completamente.

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