Arte, Pittura

L’Ultima Cena nella Collegiata di Maglie

Maglie
Maglie, Chiesa Matrice, Francesco Palumbo, "Ultima Cena" (1770-1771)

Non ci vuole una laurea in storia dell’arte per accorgersi di come la Collegiata di Maglie sia una magnifica pinacoteca barocca. Scrigno di tesori artistici di varia natura e qualità, custodisce alcune tele oleografiche settecentesche di scuola napoletana, dovute al pennello di pittori della stregua di Oronzo Tiso, Pietro Bardellino e Francesco Palumbo. Napoletanità in senso lato, nel caso del prete leccese Oronzo Tiso, che comunque si formò artisticamente nella capitale del regno alla scuola del grande Francesco Solimena (1657-1747); napoletanità in senso stretto, nel caso di Pietro Bardellino e Francesco Palumbo, che erano partenopei di nascita oltre che di formazione ed entrambi allievi del celebre Francesco De Mura (1696-1782). Ampie notizie biografiche si recuperano sul Tiso, altrettanto numerose informazioni sul Bardellino, scarsissimi cenni sul Palumbo. Eppure il nome di quest’ultimo è l’unico, nonostante siano tanti gli artisti formatisi alla bottega demurana, menzionato nel testamento del maestro, segno inconfutabile di particolare predilezione umana e artistica rivoltagli dal De Mura.

Ebbene, la Chiesa Madre di Maglie accoglie tra le sue ricche mura una splendida “Ultima Cena”, pala d’altare nella cappella del Sacramento, che Francesco Palumbo mutuò da analogo soggetto dipinto proprio dal suo maestro. Paradigma della tela magliese, infatti, è il bozzetto dell’Ultima Cena realizzata dal De Mura, conservato presso la Quadreria del Pio Monte della Misericordia di Napoli (cat. 124), donato a quell’istituzione proprio con il lascito testamentario in cui è menzionato il Palumbo. Dal medesimo bozzetto lo stesso De Mura avrebbe tratto la splendida versione per la chiesa dell’Annunziata di Capua (1750) e quella per la cattedrale di Monopoli (1755).

La tela di Maglie, che corrisponde a tale modello, fu dipinta dal Palumbo tra il 1770 e il 1771 e, così come riportato dagli ottimi Rainò e Panarese, costò ben 35 ducati. Nonostante la replica palumbiana cali di qualità e appaia più stringata nelle figure e nei particolari rispetto alle versioni del De Mura, stupendo rimane l’impianto iconografico della tela. Ricchissima pure è l’impostazione scenica, vivace la cromia e assai significativa la carica iconologica. Il Cristo è colto nell’atto di benedire il pane, nel preciso momento dell’istituzione dell’Eucaristia, attorniato dai dodici. Sulla mensa è posto l’agnello pasquale, secondo l’uso ebraico ma anche come riferimento scritturistico e liturgico all’ “Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo” (Gv 1, 29). Tra le altre stoviglie è presente un calice in purissimo cristallo, difficile da scorgere per la sua trasparenza. Tra i discepoli alcuni osservano meravigliati la scena, altri continuano ad interrogarsi su chi sia il traditore, mentre un efebico Giovanni contempla estasiato il suo Maestro. Sullo sfondo si condensa una fitta coltre di nubi da cui emergono due putti alati, in rimando numerico alle due nature di Cristo (umana e divina) e tre teste cherubiche, con riferimento trinitario. Una lampada a sette fiammelle pende sul capo del Nazareno, chiara allegoria alla presenza dello Spirito Santo nel Cenacolo e allusione a come ogni volta che si celebra il sacrificio eucaristico la consacrazione avvenga per la presenza e l’intervento del Paraclito. Figure di maniera occupano il primo piano del dipinto. Un uomo in particolare è colto nell’atto di riempire d’acqua una giara, quasi a voler ripetere il gesto rituale richiesto da Gesù stesso durante le nozze di Cana (Gv 2, 7). Ne deriva l’affermazione teologica di come sia Cristo il vero sposo e la Chiesa la sua mistica sposa. Così pure alle parole di Maria a Cana, “Fate quello che vi dirà” (Gv 2, 5), corrisponde l’invito eucaristico del Signore: “Fate questo in memoria di me” (Lc 22, 19).

Tanti gli stimoli e i messaggi teologici nascosti in quest’opera d’arte, che dopo due secoli e mezzo continua ad invitarci a leggere tra le sue pennellate e ad andare al di là di ciò che si vede solo ad occhio nudo.

demura
Bozzetto dell'Ultima Cena del De Mura presso la Quadreria del Pio Monte della Misericordia di Napoli
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