Antropologia culturale, Cultura salentina

Il mio primo carnevale a Gallipoli

1. Origini del Carnevale di Gallipoli

Come scrive il mio dotto amico Elio Pindinelli, “la tradizione carnascialesca in Gallipoli è molto antica, le sue radici folcloristiche affondano le origini in epoca medioevale, tramandate fino a noi con una aderenza sostanziale all’originario spirito popolare, che ne fu l’anima e il propagatore esclusivo. Tra ossa stracci e bottoni d’avorio e luce azzurra, da sempre il popolo gallipolino pratica, con ostentata teatralità e convinta partecipazione, con gaia esuberanza e bocca di salnitro sgretolata sulla roccia, la parentesi carnevalesca, che lo lega a remotissime feste paganeggianti, “all’altra faccia dell’essere”, quella dell’immobile splendore senza memorie. “E ancora oggi sopravvive in termini di espressività popolare codificata attraverso usi comportamentali ininterrotti nonostante il trascorso plurisecolare della storia cittadina”.

2. Il carnevale sullo “Scoglio”
A tal proposito mi ricordo un mirabile racconto di Luigi Sansò, il Sindaco poeta di Gallipoli, “L’orso innamorato”, che si svolgeva proprio durante il Carnevale dei primi del Novecento quando la festa veniva celebrata sullo “Scoglio”, nei meandri delle labirintiche strade della città antica, una sorta di Casbah in mezzo ai campanili e alle croci delle tante chiese che la circoscrivono, la recingono lungo la riviera e le mura aragonesi. A quel tempo, mi diceva il prof. Oliviero Cataldini, uno dei padri nobili della storia, delle tradizioni e del folklore gallipolino, – il Carnevale era una festa davvero speciale, una sorta di lampada di Aladino che ti guidava all’ingresso della grotta di Ali Babà, un sogno stereoscopico, con i mille sì e i mille no dei genitori, i mille travestimenti realizzati con i poveri panni ma anche con preziose seterie, in un generale coinvolgimento di tutti i ceti sociali, che davano vita ad un rondò senza soluzione di continuità di lazzi, scherzi, maschere, frizzi, desideri, trasgressioni e inganni, ai motti più strani e gioiosi, con gli ahi o i bai, che ti facevano attraversare l’osso fiorito della vita e della morte senza rendertene conto, che ti costringevano a ridere e a girare, a muoverti su te stesso e non fermarti mai come una girandola folle, a dimenticare le naturali inquietudini e amarezze della vita.

3. Le maschere e Lu Tidoru
A gruppi, a lampi di colore, a folate di vento, le maschere scorazzavano per le vie invase dalla gente tra gli applausi, le grida, gli scrosci, i coriandoli, i confetti e le mille trovate di pupi sarcastici che alimentavano l’allegria e la spensieratezza pur nella pioggia (parli e s’odono voci di pioggia), nel freddo (taci e nascono voli di gabbiani intirizziti che trovano riparo, accovacciati, sullo scoglio delle Uccolette), nel rapido umido buio, spesso illune (Ridi e le gambe dell’isola si coprono di nuove foglie di vetro), il tutto fino alla stanchezza, all’esaurimento totale, in una visione da paradiso musulmano:

“E poi che sia tutto un frusciar di seta

color del fuoco

e un frullar di gambe”

E poi c’erano i carri sarcastici che attraversavano le vie del Borgo antico (le strade si aprono e si chiudono, c’è sempre un’icona,un santo, in una nicchia di pietra e gesso, che fa la guardia ad ogni crocicchio), e tra essi “lu carru te lu Tidoru”, simbolo stesso del carnevale di Gallipoli, un fantoccio che giaceva su un carro funebre a causa di una pantagruelica indigestione di polpette. “Certo – mi disse Oliviero – di carne doveva averne “levata” molta (troppa)”, interpretando al meglio il senso del carnevale:“carne-levare”, in attesa dei lunghi digiuni della Quaresima che s’approssima.

4. La sfilata dei carri sul Corso
L’antico, favoleggiato e fantasmagorico Carnevale gallipolino in realtà – forse – non c’era mai stato; era solo un vanto di memoria smisuratamente esagerata, fastosa e festosa, che veniva tramandata, più che altro oralmente, (il racconto del Sansò era per una ristretta èlite), ai bambini di Gallipoli, alle nuove generazioni che non andavano più in mare a sette otto anni coi loro gemiti i gridi bianchi e la fame, le unghie sporche e affilate, e il mare nel petto che ti squarcia e ti strappa le narici e gli occhi, e i tuoi lamenti bestemmie e preghiere cantano ogni momento la tua morte e la tua risurrezione. Fu così che, dopo la seconda guerra mondiale, negli anni cinquanta, anni di miseria estrema e di ricostruzione lunga penosa e difficile, grazie ad una iniziativa della neonata “ Associazione Turistica Gallipolina“ e al concorso di piccoli imprenditori, e straordinari artigiani della cartapesta, ma anche autentici artisti come Flora, De Vittorio, Scarpina, Scorrano, Pantile,citandone solo alcuni, che iniziò davvero il mitico “Carnevale di Gallipoli”. Si cominciò con cautela, senza esagerazioni, ma con grande impegno, espressività, fantasia, passione, doti tipiche dei gallipolini, e pian piano si arrivò a conquistare tutti i salentini, ma proprio tutti, anche i più accaniti detrattori della “città bella”. E quella sì, fu davvero una “rinascita” per la cittàdina salentina, da sempre alla ricerca non solo della valorizzazione delle proprie potenzialità turistiche-culturali, ma della “stupefazione di sé stessa, della propria bellezza, della propria grandezza, della propria superiorità, com’è nell’indole dei suoi abitanti. Una distesa d’acqua e cielo scintillanti, una “villa” di luminarie sotto fulmini lascivi, un fiume di colori azzurri violetti indaco cilestrini, abiti sgargianti, rossi e gialli, odorosi di sensualità, abiti bianchi d’albe, abiti verdi speranza, abiti blu notte, e una serie di sfilate di carri allegorici grotteschi di grande livello artistico-artigianale, con una folla davvero impressionante di persone (si contarono nei giorni delle sfilate dei carri fino a duecentomila persone), che impazzava per il Corso. Fu subito un successo esaltante e, in pochi anni, il Carnevale di Gallipoli non ebbe rivali nel contesto salentino, si sentì di rivaleggiare con quello di Viareggio, ma poi – come spesso è accaduto, per non dire sempre – le cose s’arrestarono di colpo (invidie, gelosie, protagonismi, sterili individualismi, lotte intestine etc) e il Carnevale non si fece per un bel po’ d’anni.

5. Il Carnevale di via Milano
Quando arrivai io a Gallipoli, nel 1977, era ormai da diversi anni che non si faceva e se ne avvertiva un acuto senso di nostalgia, di privazione. Dopo aver notato il mio interesse per la storia, gli usi e le tradizioni di Gallipoli (m’innamorai subito della città), me ne parlò con grande rimpianto un valente sottufficiale della Capitaneria di Porto, Tonino Sansò, che mi fece poi conoscere molti esponenti della cultura locale, tra cui il vecchio scultore pittore e maestro cartapestaio Aldino De Vittorio, che ogni tanto andavo a trovare nella sua casa-bottega-laboratorio, in via Pisanelli, 33, e il conduttore, il Gran Maestro del Carnevale di Gallipoli, il già citato mitico Oliviero Cataldini. Erano tempi di austerità, di recessione, il Comune (more solito) non aveva fondi e le iniziative culturali si trovavano per lo più sparpagliate in una miriade di piccole Associazioni a sfondo folckloristico, che facevano capo alla Pro Loco, o nell’ambito di Parrocchie, con qualche Emittente locale, tipo Radio Porto Gallipoli, che cercava nuove strade legate al territorio e alla vocazione del mare. Si prediligeva un tipo di cultura spartana, senza sfarzo e senza quattrini. Col tramonto del carnevale gallipolino, dei gruppi mascherati e dei carri allegorici grotteschi, che un tempo avevano rivaleggiato con quelli di Viareggio, non esisteva un carnevale degno di nota in tutto il Salento. L’unico carnevale pugliese d’interesse nazionale rimaneva quello di Putignano. E non ci sembravano essere prospettive per un ritorno a quello gallipolino, ma l’anno dopo, il 1978, accadde una cosa strana e singolare. Che un parroco senza Chiesa – (era in fase di progettazione) della popolosa zona 167 in cui mi trovavo a vivere (l’attuale Viale Europa) in cui si erano riversate gran parte delle famiglie dei pescatori della Gallipoli storica, – don Armando Manno, mi coinvolse proprio in un’iniziativa di “ rifondazione” del Carnevale, in sedicesimo, da realizzarsi sulla via Milano, parallela al Corso Italia, la strada che poteva prestarsi al meglio per una sfilata di gruppi mascherati, quasi tutti formati da bambini, con una Giuria formata da qualche insegnante, un imprenditore, un direttore di Banca, il predetto Capo Sansò e il sottoscritto, presieduta naturalmente dal Parroco. Non fu niente di straordinario, ma sicuramente gradevole, semplice, immediato. Faceva bene al cuore vedere quei gruppi di fanciulle e fanciulli che venivano tra la luce e il mare piene di braccia, di stoffe e di sorrisi colorati, fermare nel tempo immagini di vertigini di coriandoli, di visi infantili e gioiosi, aiola di felicità, piccolo ossario di paradiso, trasparenza e giardino di asfodeli, il tutto in una cornice di pubblico discreta. Fu un successo, tenendo conto delle finalità, (un carnevale di quartiere) e un appoggiarsi appena alla balaustra d’entusiasmo e d’ebbrezze del poeta. Era stato per molti ragazzi e genitori un attimo di vita senza pena, una ventata di gioia e di freschezza.

5. Il Gran Maestro del Carnevale
E tutto ciò forse fu recepito. Fu anche grazie a questa modesta iniziativa,al Carnevale di via Milano, al grande entusiasmo che mostrò la gente della 167, il desiderio di voler ritrovare la propria grande manifestazione cittadina, il proprio Carnevale amato, che si riuscì a fare coesione, a ritrovare la volontà, la forza, l’energia, la determinazione e la passione per tornare subito al Grande Fastoso Carnevale di Gallipoli, mettendo da parte le rivendicazioni e i personalismi. Anch’io, quell’anno (credo che fosse il 1979), feci parte della Commissione Organizzatrice. E allora, seduto in tribuna, per la prima volta, vidi finalmente all’opera il Gran Maestro, Oliviero Cataldini, il conduttore col microfono in mano e le sue insidie, le sue trappole, una sorta di “Requiem” senza tenebre. E la gente arrampicata in tutti i posti possibili, che non lasciava un centimetro di spazio lungo i marciapiedi e le tribunette affilatissime, affacciata alle finestre, o sui cornicioni dei palazzi, lo ascoltava e delirava. Oliviero, con la sua voce piena di echi, con il suo vocabolario ampio e disteso, in un’enfasi di memorie che attraversavano la storia, le leggende, i miti e le sue vertigini, parole piene di sentimento che ti facevano sentire uno di loro, un pezzo di storia nella storia, preso in una sorta di delirio circolare, nella propria estasi retorica, che t’avvolgeva, nell’ eco delle sue scansioni che ripetevano la mia città, la mia pietra, la mia patria, la mia libertà, la mia felicità, il mio nome, le mie ombre, il gong, la torre il campanile e l’ora finale della spada e della rosa, della fiamma e della notte, della chiglia e dell’ancora, mentre sfilavano i grandi carri dei allegorici dei maestri cartapestai col loro corpo volgare e satiresco, un corpo di figure parole nomi motti, tutta la gente sembrava voler dire: Oliviero, ancora, ancora, ripeti tutto quel che hai detto, noi vogliamo risentire tutto, le parole, le battute, i dettagli delle tue descrizioni, i contrappunti più raffinati della tua arte oratoria, e di nuovo a suggellare il tutto con un grido, una preghiera bianca, un bassorilievo antico. Viva, via il Carnevale e il suo Gran Maestro. Ma Oliviero era ormai rimasto senza fiato, svuotato. Era praticamente asfittico, risucchiato in se stesso. E proprio mentre sfilava il gruppo tanto atteso, “Lu Titoru”, ovvero. la maschera di Gallipoli, la personificazione del Carnevale nel suo ultimo drammatico splendido grottesco momento della ritualità e di viaggio, e la gente lo incitava a parlare, a dire, a illuminare, a innalzare, ad accendere, lui disse a voce appena percettibile: “In qualche luogo, non so dove, attendo il mio arrivo, oltre me stesso”.

Fu quello il mio primo Carnevale, a Gallipoli e l’ultimo di Oliviero.

Roma, 4 febbraio 2012

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