Pensiero meridionale, Scrittori salentini

Apologia della zappa. Quando l’istruzione non è più una virtù

Jean Francois Millet: Uomo con la zappa

Da qualche annetto sono impegnato nel mondo dell’educazione, della formazione e dell’istruzione e ormai, in più di un’occasione, faccio fatica a trattenere considerazioni che possono risultare scomode. “Professore, come va mio figlio a scuola?”. “Con la corriera, signora!”. Giusto per non consigliare a quella povera madre di tenersi il pargolo a casa e fare più figura. Lungi da me il prendermi gioco di ragazzi dal basso quoziente intellettivo o con problemi particolari di apprendimento. Al contrario, proprio chi rientra in queste due categorie, nella maggior parte dei casi, si sforza di più e meriterebbe 10 e lode quantomeno per l’impegno. La serie di alunni che mi fa saltare i nervi è quella in cui sono beatamente spoltronati coloro che, pur avendo tutti i requisiti in regola, pur dotati di una buona intelligenza, gettano i propri talenti naturali alle ortiche.

La Costituzione italiana, all’art. 33 e soprattutto all’art. 34, parla di scuola aperta a tutti e di istruzione inferiore gratuita e obbligatoria da impartirsi per almeno otto anni. Tale lasso di tempo dovrebbe garantire una formazione umana e culturale sufficiente al discente per affrontare le varie situazioni della propria vita futura, fondando sulle solide basi del “sapere elementare” (leggere, scrivere e far di conto) qualsiasi scelta professionale successiva. L’obbligo di frequenza e la gratuità, invece, non riguardano l’istruzione superiore e l’istruzione universitaria. Circa questi ultimi due livelli, infatti, sempre la Costituzione italiana afferma: «I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso» (art. 34).

È così introdotto il cosiddetto principio meritocratico, giustamente fondato sul fatto che non tutto è per tutti. Eppure oggi, con risvolti socio-economici devastanti, c’è la corsa degli asini… alla laurea. Non si è nessuno, se non si possiede quel pezzo di carta. Carta straccia, se la si è ottenuta con mezzucci di bassa lega o attraverso scorciatoie! Il guaio è che molti di tali asini arrampicatori ce li troveremo all’apice della classe dirigente, da qui a pochi anni. Pronti a fregiarsi dei vari “dott.” e “prof.”, sono motivo di voltastomaco per chi, come me, ha consumato le natiche sulla sedia a studiare e oggi certo non naviga nell’oro. E non è l’invidia a farmi detestare certa gente, ma l’amara costatazione che di questi tempi il “Sapere” va perdendo il “sapore”, giacché la stessa etimologia (dal verbo latino sapio) suggerisce che l’apprendimento debba avvenire con gusto. E molti dei nostri ragazzi gusto non ne hanno affatto.

Quanto sembrano lontani gli anni ‘50 e ‘60, quelli della giovinezza dei miei genitori! Entrambi di famiglia contadina, a mio padre e mia madre la cultura e il benessere sono costati sudore della fronte. Tra lavoro in campagna e non pochi sacrifici, nel profondo Sud segnato dalla miseria del dopoguerra, si impegnarono alacremente ma con gusto negli studi e si realizzarono secondo i propri talenti. Papà si laureò in Lettere, prestando servizio nella Scuola per un quarantennio. La mamma, che col suo primo stipendio aveva fatto rientrare in Italia suo padre emigrato in Svizzera, è stata insegnante elementare anche lei per quasi quarant’anni. E io sono cresciuto così, tra libri e arnesi, amante della cultura nelle sue più varie espressioni ma ancorato alle cose semplici della vita e al lavoro manuale. Quella cultura e quegli arnesi che mi hanno fatto andare avanti nonostante la crisi.

Così credo che un buon punto di partenza per risollevare l’economia possa essere un’adeguata formazione professionale, che garantisca al Paese una rivitalizzazione della categoria artigiana e contadina. Per non finire a terra, dunque, dobbiamo ritornare alla terra!

A chi insegna – per primo a me – l’invito ad offrire ai ragazzi stimoli per appassionarsi alle varie materie e occasioni quotidiane per amare un Sapere ampio e variegato, mai frammentario o mercenario. Ai genitori e ai ragazzi, d’altra parte, l’invito a puntare all’istruzione più elevata solo se c’è gusto e amore per lo studio… ricordando loro, per dirla con Guareschi, che «è meglio un buon contadino per amore che un cattivo professore per forza».

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4 pensieri riguardo “Apologia della zappa. Quando l’istruzione non è più una virtù”

  1. Ma tu DEVI essere un buon professore per forza! Anche formalmente, come oggi viene richiesto a tutti. Sarà la vita a fare la giusta e inesorabile selezione.
    TVB
    Fernando

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  2. Buongiorno Francesco,

    condivido a pieno quanto esprimi. Non dimentichiamo innanzitutto che compito del professore dovrebbe essere in primis quello di formare ed educare. L’insegnamento della materia nello specifico è un passaggio successivo.
    E laddove purtroppo ci sono carenze nella famiglia in cui vivono i ragazzi o comunque laddove i ragazzi siano confusi nelle loro scelte _ non dimentichiamoci che siamo stati adolescenti anche noi e forse a quell’età, anche se ben dotati, le nostre priorità erano altre _ la figura del professore riveste un ruolo fondamentale e l’orientamento dei ragazzi non può prescindere da ciò.

    Non solo è convenevole aiutare le persone a capire quali siano i talenti di ognuno per portarli a frutto nel modo migliore e affrontare il lavoro e la vita con passione, ma è auspicabile anche in ragione del fatto che nel mondo del lavoro (e non solo ahimé…) , non è affatto vero che la meritocrazia sia il criterio di scelta dei dipendenti. Troppo spesso purtroppo non è così, almeno per chi lavora nel privato come dipendente.

    Non mi piace parlare per frasi fatte e non reputo questa la sede opportuna per dilungarmi sulla questione della meritocrazia in Italia, quantomeno al nord ove vivo ma, operando quotidianamente proprio nel settore “risorse umane”, mi accorgo ogni giorno sempre più che ha più valore svolgere un’attività che soddisfa a livello personale, anche se non di stampo necessariamente intellettuale, piuttosto che ostinarsi a voler eccellere in una mansione reputata dalla mentalità comune “superiore”, benché non si abbia né l’attitudine necessaria e/o né il piacere di poterla svolgere.

    Il lavoro è pur sempre sacrificio, questo è vero e non bisogna dimenticarlo, soprattutto quando arrivano le sconfitte che magari non sono dovute alla persona in sé, ma a una serie di eventi che succedono.
    Non bisogna dimenticarlo perché comunque il lavoro ci serve per vivere e non è nemmeno corretto ingannare le giovani menti illudendole di arrivare certamente al successo se sapranno inseguire le proprie passioni. Non è così e, ad esempio, conosco diverse persone di cultura davvero elevata o con doti artistiche lodevoli che per una serie di ragioni non sono arrivate al “successo” (così come inteso nella nostra cultura).

    Il mondo del lavoro è un mondo a sé e questo bisogna averlo ben chiaro.
    Cercare di svolgere un’attività che piace, al di là di quanto denaro possa fruttare o quanto successo credi possa dare, è però a mio parere il metodo giusto per cercare realmente di contribuire alla crescita personale e della nostra società.

    Oggigiorno in Italia le lauree che davvero ancora possono aiutare nell’ottenimento di un posto adeguato agli studi effettuati si contano sulle dita di una mano. Mentre iniziano a mancarci quelle figure professionali (artigianali e non) per le quali sono indispensabili, oltre all’abilità manuale vera e propria, il saper utilizzare attrezzi e strumenti specifici per lavori di precisione.

    E quello che fondamentalmente manca ancora a mio parere è, da una parte l’umiltà di voler imparare oltreché un mestiere, il rispetto per chi anche se coi suoi possibili errori, lo svolge da anni. D’altra parte la disponibilità per chi assume ad insegnare con pazienza un mestiere a chi ha la passione e la volontà, ma non ancora la pratica necessaria. E nel retribuire adeguatamente chi lavora…
    Perché se è vero che bisogna aver cura di di chi ha il capitale da investire, si assume il rischio d’impresa e detiene il potere dei mezzi, è pur vero che tale potere sarebbe nullo se non ci fosse qualcuno che dal basso in grado di far girare tali mezzi, sia in termini materiali, sia in termini di consumo.

    E se il buon esempio dovrebbe venire dall’alto, ecco forse perché oggi siamo arrivati in queste condizioni.

    Buon proseguimento 🙂

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