Arte, Racconti, Scrittori salentini

The show must go on

di Ebelinde

decima
Enea Polimeno, "Decima decade" (2006), olio su tela

E’ davanti allo specchio e porta il rossetto vicino alle labbra. Le piacciono le sue labbra, le guarda, ogni volta con lo stesso piacere e immagina, quasi per gioco, di desiderarle. Le muove, le stringe fra i denti e poi le riempie di quel rosso intenso che la parte richiede.

Prima di andare in scena non aveva mai voluto che la truccassero altri; dopo tanto tempo quei gesti erano divenuti un rituale scaramantico al quale voleva più rinunciare. Dà un ultimo sguardo all’insieme e si rende conto che stavolta non ha nessuna voglia di incrociare i suoi occhi perché è stanca di leggerci sempre le stesse cose, quelle cose che non cambiano mai.

Si volta di scatto e fa per alzarsi ma qualcosa la trattiene:
– “Voltati e guardami”, diceva una voce.
– “Chi sei?”, ribatté lei.
– “Voltati e guardami negli occhi”, ripeté ancora quella voce.
– “Non c’è tempo, devo andare”, disse ancora lei.
– “Non puoi andare, stasera la commedia inizierà senza di te e ora voltati e guarda”, disse quella voce con tono deciso.

I suoi occhi ora si erano riempiti di lacrime perché conosceva quella voce. Tremava, avrebbe voluto scappare via, aprire la porta e raggiungere il palcoscenico perché sapeva che lì sarebbe stata al sicuro, lì avrebbe recitato la sua parte – sempre quella da anni – così come la volevano e così come lei si donava a loro, senza porsi domande, senza tentare risposte.
Una forza inspiegabile la tratteneva su quella poltrona e, malgrado i suoi sforzi per divincolarsi, alla fine, stanca, si voltò. Sbatté le palpebre per riuscire a mettere a fuoco, lo specchio era lì ma la sua immagine non c’era più. Il cuore le batteva forte, le mani stringevano i braccioli della sedia, le gambe erano diventate due pezzi di legno, non riusciva a muoversi mentre lo sguardo si era perso in quello specchio e nell’immagine in esso riflessa. Vedeva in questi una donna dai capelli bianchi che continuava a fissarla con i suoi stessi occhi e diceva:

– “Guardami Swami. Guardami!

Quella voce s’infilò nei pochi pensieri confusi che le erano rimasti in testa e così smise di lottare con se stessa per cedere all’invito di quella voce. Iniziò a vedere; vide rabbia, vide dolore e poi rabbia, e ancora rabbia. Vide in quel volto tutta quella potente forza che aveva da sempre mosso ogni suo gesto, ogni suo pensiero e solo ora capiva il perché di tutto quel ribollio d’inquietudine che dentro sentiva e che la teneva lontana da tutti. Sentiva come i denti di quella bestiale inquietudine continuassero a rosicchiarla giorno dopo giorno strappando pezzi della sua stessa carne e incatenandola all’ossessione di voler tenere tutto sotto controllo.

Mai niente al caso ma tutto programmato con precisione chirurgica; ora doveva decidere lei in quale luce dovessero apparire le sue sfumature. Quale intensità dovevano avere quei suoi colori che apparivano un attimo sgargianti e l’attimo dopo soltanto grigi opprimenti come una triste sequenza di lunghi silenzi ed emozioni nascoste e, abilmente soffocate, dietro quel rossetto. Quel rossetto che le ricordava tutte le volte il momento dell’inizio della commedia quando, stringendo il cuore fra le mani, ripetutamente sognava un amore che la trascinasse via dalle pagine, ormai consumate, di quel copione.
Nella scena, volti senza espressione si aggiravano come fossero avvoltoi in attesa che la sua agonia finisse e lei stramazzasse al suolo, esanime…

L’amore come salvezza e come condanna, lo stesso amore che più e più volte l’aveva ferita, quell’amore al quale aveva dovuto rinunciare e che ancora bruciava dentro come fuoco alimentato dai suoi tanti sospiri. Quell’amore, come brace rovente, diventava un abbandono ai sensi e, così, lei chiudeva gli occhi lasciandosi pervadere dal calore di quel fuoco desiderato, inseguito e mai raggiunto. Amore sì arduo come la conquista della più alta vetta, con i suoi attimi di intensa solitudine dove il niente diventa tutto, dove la fine del tempo è come il traboccare del vuoto. Di nuovo rabbia verso il mondo e tutto quello che ci sta dentro e ci ruota intorno e sempre quella sensazione di avere un nodo scorsoio intorno alla gola – quello che più ti agiti e più impietosamente si stringe – e poi gesti frenetici a cancellare le tracce di quel dolore.

Ora lei strofina gli occhi col dorso della mano e riprende il rossetto.
Va avanti e indietro a scatti, preme con forza sulla bocca senza seguirne i contorni; sembra un pagliaccio, vuole essere un pagliaccio! Spettina i capelli senza specchiarsi perché non ne ha più bisogno.

Si volta, lentamente:
– “Eccomi! Sono ora così come mi volete”, urlò!
Le luci si abbassano, sente gli applausi e le risate del pubblico. S’inchina e ringrazia.
E’ stata la sua migliore interpretazione.

Cala per l’ennesima volta, il sipario sulla sua commedia, lo spettacolo è finito!.

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