Antropologia culturale, Opinioni, Pensiero meridionale

La generazione è nuova: parlano i vecchi!

di Usbek

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Da che mondo è mondo le nuove generazioni si sono confrontate dialetticamente, a volte duramente, con le precedenti. Questo confronto, in epoche storiche più vicine a noi, ha assunto spesso gli aspri toni di uno scontro: il famoso conflitto generazionale di cui dissertano sociologi, psicologi e storici, che non di rado ha ispirato gli artisti e persino la moda.

Il conflitto generazionale è tanto ovvio da sembrare fin troppo scontato e facile magazzino per ispirazioni artistiche a corto di idee, giornalisti bisognosi di argomenti per riempire paginoni di un quotidiano, persino conversazioni domenicali in stanchi salottini piccolo borghesi. E’ scontato che la generazione più giovane, quella dei figli che si affacciano alla vita, al mestiere, alla politica, alla scienza, affermi proprie verità frequentemente diverse da quelle dei padri: se il nuovo non lottasse col vecchio la società sarebbe statica, immobile, arretrata, ed in breve volger di tempo esaurirebbe le proprie energie, non si rinnoverebbe, non si affermerebbero in essa diverse prospettive, diverse verità: decadrebbe e si spegnerebbe ineluttabilmente.

E’ altrettanto evidente che i padri, la generazione che chiamiamo vecchia, e magari si è affermata solo da una manciata d’anni, difendono il potere, le verità per le quali ai loro tempi lottarono, e che allora erano nuove, in un incessante moto dialettico per cui ciò che sembrò il futuro è destinato a divenire il passato ed il nuovo “futuro” che si affermerà non avrà sorte diversa.

Lo scontro – è bene ricordarlo – solo nelle sue punte più elevate assume l’aspetto di lotta tra diverse visioni del mondo, tra potenti scoperte innovatrici ed altrettanto corpose verità collaudate, insomma tra conservazione e progresso. Molto più frequentemente invece si dibatte di questioni abbastanza effimere: fogge barbine, lunghezza dei capelli, usi linguistici disinvolti o meno. Più serie sono le contese su stili di vita, concezione del rapporto tra i sessi, della famiglia. Ma non è detto che il punto di vista dei giovani sia sempre innovatore e più avanzato di quello dei “matusa” che li generarono. Anzi, molte volte la storia ci ha mostrato figli che insorgono contro i padri allo scopo di far vincere le modernissime idee dei … nonni!

Miti antichissimi e loro revival psicoanalitici mostrano figli che divorano padri e padri che cercano di ingurgitare preventivamente figli da cui temono di essere detronizzati. Ma non si può dire che quei figli siano per forza portatori di cambiamenti epocali, né che i padri siano difensori di un ordine necessariamente più miope quando non cieco. Si vede caso per caso. In alcuni periodi storici, però, la spinta poderosa di classi sociali fino ad allora schiacciate, dovuta ad un miglioramento generale delle condizioni economiche o, talora, ad un loro drastico precipitare, sgretolando l’edificio del potere, ha attratto a sé la nuova generazione che ha sventolato il vessillo del cambiamento strutturale, economico-sociale, e non solo di quello, spesso effimero, del costume.

Ciò è accaduto con particolare pregnanza alla fine degli anni ’60 ed ha fatto parlare della gioventù come di una vera e propria classe sociale. L’antagonismo con i padri riguardava allora anche le strutture politiche che la “vecchia” generazione aveva creato e difendeva a tutti i costi. Ma attenzione: nella vecchia generazione i sessantottini mettevano i notabili, i potenti, i politici e i burocrati che il potere lo esercitavano per davvero, non certamente i contadini, gli operai, i subalterni che volevano “uniti nella lotta”, anche se quei giovani ritenevano di avere una “purezza” superiore a quella dei loro padri-compagni il cui errore era stato inquadrarsi nei partiti politici tradizionali. Le accuse alla vecchia generazione erano di tradizionalismo, conservatorismo, autoritarismo; i padri erano “borghesi” in tutto, nelle idee, nei valori, nel vestiario, nella sessualità, nel modello economico fondato sulle diseguaglianze e sul profitto, ed un’ondata rivoluzionaria avrebbe presto sommerso quella decrepita società.

I “dreamers” (come da recente film di Bertolucci) a dire il vero, molto, troppo, spesso provenivano da famiglie agiate e le loro tende da campo sotto la cui volta precaria nascondevano gli stucchi del palazzo di papà non durarono che una breve stagione. Ma certo non si può dire che la polemica anticapitalistica dei giovani, prescindendo dalla coerenza della loro vita, non cogliesse problematiche reali e macroscopiche diseguaglianze.

Sono passati tanti anni e di quella stagione non è rimasto che il male, percolato attraverso gli esiti sanguinosi che una pubblicistica irreggimentata ha voluto far discendere direttamente dagli epigoni della “fantasia al potere”. Oggi della nuova generazione non si parla se non per definirla di bamboccioni o sfigati. Ma chi la definisce? Prima ancora del lavoro, ai giovani manca una soggettività, essi non parlano di sé, non propongono visioni del mondo alternative a quella dei padri. Il compito di rappresentarli — e non solo politicamente, ma ideologicamente — se lo assumono i padri che si arrogano il diritto di “autodenunciarsi”, proponendo ai loro antagonisti (i figli) temi di lotta: se la situazione dei giovani è quella che è (disoccupazione, mancanza di assistenza, di previdenza, etc.) la colpa è dei padri, che con gli stipendi garantiti, con la sicurezza del pubblico impiego, la pensione a 60 anni o anche prima, hanno rubato denari e futuro dalle tasche del figlio: peggio di quel Crono che divorava i suoi figli! E questo assioma è diventato senso comune, evitando di passare dalla strada del buon senso. Quei padri infanticidi lottarono per avere garanzie per sé e per i loro figli che le avrebbero viste accresciute, non fosse altro per la “naturale” evoluzione progressiva che caratterizza le società umane; in una stagione di lotte acquisirono (non gratis!) dei diritti trasmissibili per successione ai figli ed ai loro coetanei; se tolsero a qualcuno, tolsero ai potenti, agli agiati, ai ricchi, non certo alle generazioni future.

Chi incita i figli a vedere nei padri i loro rapinatori fa un gioco sporco che mistifica le cause della crisi, vuole ripristinare rapporti tra le classi sociali di mezzo secolo addietro, vuole stornare l’attenzione di politici e popolo dall’impegno primario, ineludibile da parte di chi governa: che i soldi vanno presi da chi li ha, qui ed ora.

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